I solidi platonici (2/4)

di Mauro Longo

2. La segreta follia di Paolo Uccello

Il recupero dei trattati greci e latini divenne uno degli elementi fondanti dell’Umanesimo e del Rinascimento e fu il momento in cui anche gli artisti recepirono lo studio delle Figure Cosmiche e le utilizzarono nei propri lavori.
Mentre fioccavano le traduzioni dei classici in latino e le nuove concettualizzazioni della geometria, fu sicuramente il fiorentino Paolo di Dono, detto Paolo Uccello, ad incarnare la rinata ossessione dell’uomo rinascimentale verso i solidi platonici. Esempio interessante di questa ricerca appassionata, la figura ideata da Paolo Uccello per la basilica di San Marco a Venezia intorno al 1430 è un dodecaedro stellato regolare, la cui prima descrizione comparirà solo nel 1619 nell’Harmonices Mundi di Keplero.

Paolo Uccello

Paolo Uccello

L’aver con la sua arte anticipato di due secoli la scienza non aveva giovato però all’artista toscano il riconoscimento dei compagni e dei colleghi, per i quali egli rimaneva un pittore al limite della follia. Ci riporta ad esempio Vasari che egli sarebbe potuto essere il più grande ingegno della pittura da Giotto fino ai suoi giorni, se solo si fosse dedicato alle figure realistiche piuttosto che alla geometria e alla prospettiva. Egli infatti “dotato dalla natura d’uno ingegno sofistico e sottile, non ebbe altro diletto che d’investigare alcune cose di prospettiva difficili et impossibili”. Per Vasari, gli studi terribili di Paolo di Dono avrebbero “violentato la natura” e lo avrebbero quasi reso folle, assottigliandogli l’ingegno. Egli dunque si sarebbe dedicato senza sosta alle cose dell’arte più difficili, come tirare le prospettive dalle piante dei palazzi e perfezionare lo studio delle linee prospettiche, “per le quali considerazioni si ridusse a starsi solo e quasi salvatico, senza molte pratiche, le settimane e i mesi in casa senza lasciarsi vedere.” E mentre gli altri artisti avevano lo studio pieno di schizzi e studi di volti e dame ed animali, Paolo aveva “palle a settantadue facce a punte di diamanti e in ogni faccia brucioli avvolti su per e’ bastoni, e altre bizzarrie in che spendeva e consumava il tempo.” Perfino la moglie ne era infastidita e, quando lui tirava tardi a disegnare nel suo studio e lei lo chiamava a dormire, pare che egli le rispondesse sempre: “Oh che dolce cosa è questa prospettiva!”.

Intarsio

Intarsio

Al di là di questi aneddoti, Paolo Uccello fu davvero un “invasato” della prospettiva e delle concezioni geometriche più astratte. Araldo della sperimentazione umanistica ma anche erede della mistica medievale, Paolo dedicò la sua vita allo studio e alla contemplazione della prospettiva e all’applicazione spesso surreale dei punti di fuga, finendo per dare vita ad opere che rasentano l’allucinazione o, più esotericamente, a percezioni geometriche non-euclidee, di concezione puramente astratta e mentale. In alcuni casi si hanno ad esempio molteplici punti di fuga, che creano soggetti capaci di anticipare l’immagine di tessaratti e altre figure quadrimensionali. Altre volte, il pittore sembra eccedere nell’effetto opposto, creando linee ortogonali che trascendono il piano dell’immagine e creano una sorta di buco nero, che risucchia tutte le figure della scena e lo stesso sguardo dell’osservatore in una fuga assoluta.
La contemplazione delle figure geometriche pure avrebbe condotto dunque Paolo Uccello a un caos visivo, a immagini di una irrealtà astratta e persino disumanizzante.
Tale sarebbe l’effetto prolungato delle Figure Cosmiche.

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