Corti Viventi: una domanda agli autori

Ci siamo. Corti terza stagione – Il ritorno dei Corti Viventi è pronto per essere divorato (a meno che non vi divori lui, anzi loro! Le piccole storie spietate che brulicano dietro ogni pagina). Ecco per voi la seconda tranche di risposte alla domanda:

Qual è stata la difficoltà più grande che hai incontrato per il/i tuo/tuoi racconto/i presente/i nell’antologia e quali sono secondo te le qualità della narrativa breve e di racconti come i Corti?

Andrea Storti (presente con “Allagamenti“)
Il problema coi mini-racconti, per me, è quello di trovare un’idea brillante che possa lasciar intravedere una storia in pochi caratteri. Deve essere come un fulmine! Una storia lampo, che ti fa solo vedere la luce per qualche secondo ma che lascia intuire altre cose, come il fatto che ci sarà un tuono, fra poco, e che probabilmente la pioggia sta cadendo.
Questo è anche il pregio dei racconti brevi. Scoprire un racconto intero leggendo semplicemente qualche riga è qualcosa di magico. Come siamo arrivati a questo punto? Prima di queste righe cos’era successo? Ma allora significa che a breve…
La vicenda, insomma, viene immaginata dai lettori, possibilmente con mille varianti differenti.

J. Romano (presente con “Lo scheletro del killer“, “Frammenti” e “Senza ossa“)
La “mini trilogia delle ossa” è nata da un’idea ferma da tempo in un documento di poche battute. Più che difficoltà, avevo dei dubbi sulla sua natura. Cosa vuol essere? Un racconto? Qualcosa di più? Di meno? È chiaro che tutto può essere sviluppato, ma una storia breve deve nascere da uno spunto adatto a essere reso (anche) con poche parole. Pensare di poter comprimere un qualunque concetto in un numero ridotto di caratteri mi sembra solo un esercizio poco adeguato al corto che apprezzo e conosco io: è un tipo poco appariscente e pratico, vestito solo dell’essenziale. Viaggia leggero e non parla molto. Ma se poi incontra uno di quei lettori attivi in cui spera sempre, si apre e suggerisce altro…

Paolo Rozzi (presente con “Maternità“, “Ricreazione“, “La pesca miracolosa” e “Estate“)
La difficoltà più grande? La ricerca della parola giusta, dell’immagine, dell’idea precisa che avevo in testa e che dovevo tradurre rispettando il numero massimo di caratteri (da masochista tra l’altro mi ero posto l’obiettivo di arrivare esattamente al limite di lunghezza imposto…). Però questi ostacoli, costringendomi continuamente a rivedere correggere sfrondare e limare, alla lunga mi hanno dato delle belle soddisfazioni. Il limite è uno stimolo. O meglio, come accade talvolta, il dolore coincide col piacere…
...gli Dèi non mi fanno dormire. Mi torturano tutte le notti. Io sono la loro bocca. Scrivi, scrivi, mi urlano nei timpani. Mi spingono fino all’estremo, là dove la ragione si perde in un’oscurità che sa di sudore rappreso. Allora mi accorgo che è tutto un gioco, che non c’è supplizio più meraviglioso…

Fithz Hood (presente con “Cocente sconfitta“)
Credo che un buon racconto breve debba essere breve e raccontare qualcosa. Non è semplice come sembra: questo “qualcosa” deve interessare il pubblico, bestia difficile. Vuole novità ma ne è spaventato, vuole intuire la fine della storia e lamentarsi della sua prevedibilità.
La dote principale di un cortista è l’equilibrio: dire tanto con poco, rassicurare e spiazzare.
La stesura del mio corto non ha incontrato molte difficoltà. Unico scoglio è stato la scelta del titolo ma ho un modo semplice per trovarlo: farlo decidere a qualcun altro.
Le cose sono andate in modo ben diverso per il mio corto da 900 caratteri. Nella prima bozza i caratteri erano 1125. Fu un massacro: i primi a cadere furono gli avverbi, seguiti dagli aggettivi; i nomi propri vennero degradati a pronomi ma non sopravvissero a lungo: li dovetti eliminare sottointendendoli. Infine toccò a “peripatetica”, per eleganza ometto l’alternativa che dovetti usare, ma cambiò totalmente lo stile del racconto. Si qualificò 103° su 105. Da allora scrivo solo barzellette per la settimana enigmistica.

Michela Zangarelli (presente con “La cerimonia del tè“, “Atlantide“, “Vita di nerd” e “Vecchi colleghi“)
La difficoltà più grande? Iniziare. Non credevo assolutamente che sarei riuscita a scrivere racconti in così poco spazio. Scoprire di poterlo fare è stato divertente e sorprendente; è stato come capire che per suonare non serve per forza un pianoforte a coda, che anche una cosa piccola come fischiettare può essere uno strumento musicale di tutto rispetto, se lo sfrutti in pieno.
Credo che la marcia in più dei racconti brevi e brevissimi sia il fatto di concentrare tutto (pensieri, significati, sensazioni) in un solo attimo: sono pillole di immaginazione.
I “corti” migliori che ho letto sono stati un po’ come un lampo in un temporale: energia concentrata, che illumina i dettagli, e anche se dura un secondo ti resta negli occhi e nella mente per tutto il giorno.

Ferdinando de Blasio di Palizzi (presente con “La vedova“)
Avete mai provato a far entrare un elefante in un frigorifero?
Io sì, e ho ancora i lividi, ché quello proprio non voleva saperne.
Approssimativamente, il problema principale dello scrivere un racconto cortissimo è più o meno della stessa natura: far entrare una cosa grande (una storia intera) in una piccola (pochi caratteri).
Ma questo è il bello dei corti, cioè che quando il lettore apre il frigo per uno spuntino veloce, dietro l’elefante trova proprio quello che cerca: storie brevi, stuzzicanti, che lasciano un buon sapore in bocca senza la pesantezza del pasto completo.

Marco Migliori (presente con “Quelli veri sono erbivori“)
La difficoltà più grande, e al tempo stesso anche la qualità maggiore della narrativa breve, è di riuscire a suggerire un’ambientazione, dei personaggi e una storia in uno spazio limitato al punto da non permettere di descriverli tutti in modo esplicito.

Marco e Giovanni Ferrari (presenti con “Filastrocca“)
Riuscire a elaborare una storia interessante, con un numero di battute così limitato, può sembrare improbabile. Una volta superato questo preconcetto, però, si scopre, quasi con meraviglia, la possibilità di ottenere risultati più che apprezzabili e sorprendentemente compiuti.
Date le tempistiche della vita di tutti i giorni, la migliore qualità della narrativa breve può forse essere quella di consentire un impegno meno costante rispetto a opere più articolate. Poter leggere, in un ritaglio di tempo, una vicenda autoconclusiva breve, ma non per questo meno piacevole, ben si adatta al tempo, purtroppo sempre più saltuario, che resta da dedicare alla lettura.

Tiziana Ortelli (presente con “Tramonto“, “Sottosopra” e “Fattore ics“)
Ogni racconto ha il suo abito, tagliato su misura: un corsetto, vestiti casual o veli che non limitano nei “movimenti”.
Quando personaggi, ambiente e dialoghi iniziano a prendere forma, è un piacere, più che una difficoltà, “scoprire” quale sia l’abbigliamento più adatto per la storia che desidera essere raccontata.

Giuseppe Agnoletti (presente con “Marcia funebre“)
Inizio dalla seconda. Amo la narrativa breve, brevissima, per certi versi ci sono cresciuto (le mitiche prime ediz. di 300 parole per un incubo) e la sento congeniale al mio modo di scrivere. Racconti così condensati possono, a volte, contenere in sé una carica travolgente e dinamica. Mi sono trovato spesso a scriverne, anche perché ci sono varie “tenzoni” letterarie che privilegiano narrativa così breve.
Difficoltà? È chiaro, trovare l’idea giusta, quella che in un ambito ristretto possa rifulgere di luce propria, catalizzata dalla snellezza del testo.
Ho notato che per i corti da 1800 battute riesco quasi sempre trovare qualcosa che reputo decente, mentre sulle distanze più brevi faccio più fatica. Sui duecento caratteri poi sono davvero a disagio.
La difficoltà maggiore? Evitare di rendere tutto troppo simile a una barzelletta con tanto di battuta finale.

Daniele Imperi (presente con “Digiuno” e “Lampada“)
La difficoltà maggiore è stata trovare un’idea valida, ma credo che questo valga per qualsiasi tipo di narrativa. Poi condensarla in 200 caratteri. Questi racconti sono di una brevità quasi impensabile e bisogna riassumere in due, tre frasi un incipit, un corpo e un finale a sorpresa. E, alla fine, tanta è stata la mia sorpresa nell’aver scoperto che proprio i racconti da 200 caratteri erano andati meglio degli altri.

Paolo Di Pierdomenico (presente con “L’autocontrollo è tutto“)
“May day, autore a torre di controllo: uno dei motori è completamente andato!”
“Qui torre di controllo: tentare la riaccensione.”
“Ci provo, ma la quota caratteri precipita vorticosamente!”
Uno dei motori che fa sì che un racconto emozioni il lettore è l’immedesimazione. Questa richiede empatia e l’empatia richiede tempo, pagine. Dobbiamo conoscere i personaggi per partecipare alle loro storie. Con pochi caratteri a disposizione, è necessario inventarsi qualcosa per creare almeno in parte una immedesimazione immediata e al tempo stesso scovare fattori diversi che contribuiscano alla riuscita dell’opera.
Un corto è una sfida. L’autore tenta di far atterrare l’aereo con un motore in panne, e il lettore prova una esperienza adrenalinica, dato che in fondo non sta rischiando veramente la pelle…
“C’è l’ho fatta, siamo sani e salvi!”
“Ottimo lavoro, autore! L’applauso dei passeggeri è meritato.”

Anna Maria Di Santo (presente con “Premura“)
La prima, mia, idea per realizzare un Corto è stata quella di tagliare.
Tagliare, togliere, limare. Ciò che alfine sarebbe arrivato doveva essere una scultura michelangiolesca.
“Levare”, per trovare le parole che se ne stanno nascoste dietro altre parole, fino a trovare quella vera. E unica.
L’idea allora non è che le parole di un Corto siano esangui quanto, piuttosto, possano divenire noccioli purificati.

Scilla Bonfiglioli (presente con “Come Serena incontrò una naiade“)
Un racconto breve – così breve – ha il fascino crudele di un colpo di pistola. Mira dritto all’obiettivo, colpisce e poi sparisce nel nulla.
Come se non ci fosse mai stato. Quando invece è andato a segno e ha spezzato il cuore.
La difficoltà maggiore, naturalmente, è prendere bene la mira.

Valchiria Pagani (presente con “Carogne“, “Pelo e ossa” e “Di gatto“)
Sono i limiti, che insegnano.
Scrivere cercando di restare sotto una soglia di caratteri. Limare, rivedere, trovare soluzioni alternative per trama e frasi, aiuta a familiarizzare con l’essenzialità, l’efficacia, la forza espressiva e le infinite possibilità che si hanno per narrare una storia.
Non ci si rende conto, fino a che non si è messi alla prova, di quanta sia la difficoltà nello scrivere una short story in cui ogni parola sia essenziale e adatta.
E non ci si riesce quasi mai.

Danilo Arona (presente con “L’ospite“, “Cose che succedono sotto la finestra dell’ombelico” e “Il protocollo Raglan“)
Molto sinceramente nessuna difficoltà. La narrativa breve o brevissima è questione di metodo e di tecnica. In sostanza scrivi una roba molto più lunga di quella che ti viene richiesta e poi cominci a tagliare, a essenzializzare, un po’ come nelle preparazione del Martini cocktail. Anche se può sembrare incredibile, si riesce sempre a raggiungere la brevità che occorre, metodo di vecchia scuola giornalistica. E da qui a ricordare che il pregio assoluta della narrativa breve, come Matheson insegna, è di concentrare in poche righe eventi complessi e sostanziosi. Storie che King risolverebbe in 500 cartelle e che il buon Dick raggruma in 5. Leggetevi Grilli e apprezzerete quel che dico.

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