Sonar gennaio – marzo 2012. L’ultima verità.

SonarQuando la porta si aprì fui sorpreso nel constatare che non mi trovavo al cospetto dell’abate Riva. Era una stanza spoglia: una piccola scrivania contro il muro, una candela accesa e una brandina. La finestra era un buco.
Padre Boia mi lasciò da solo abbaiandomi una buonanotte. Sentii i suoi passi echeggiare nel corridoio e rimasi nel silenzio più profondo.
Non avevo mai visto un posto tanto spettrale. Metteva i brividi, peggio che stare nello stomaco del Vermone con Fabrizio.
Ma non avevo tempo da dedicare alla paura. Dopo una breve perlustrazione della stanza per assicurarmi di essere veramente solo, tirai fuori dalla tasca il minuscolo personal computer che mi aveva regalato Strumm. Mi sedetti alla scrivania e attesi che la voce di Vipera mi dettasse le Sonar-news.
Attesi.
Attesi.
Attesi tutta la notte e il giorno dopo. Padre Boia veniva due volte al giorno a portarmi i pasti. Nella minestra trovavo di tutto: scarafaggi, capelli, denti, un alluce, ma niente bigliettini, nessuna informazione.
Come se mi avessero dimenticato.

Continuavo ad attendere. Ogni cinque minuti suonava la mezzanotte del secolo. Nocturnia avrebbe dovuto recensire l’omonimo libro di Marolla, chissà se poi l’aveva fatto davvero. E chissà se Alessandro Girola aveva poi recensito Malapunta, come mi aveva accennato Vipera l’ultima volta che lo avevo sentito.
Le mie giornate erano scandite dalle sinfonie dell’abate Riva che metteva in musica le proposte editoriali giunte alla casa editrice. A ogni stonatura seguivano urla disumane. Poveri autori.
Tutto il convento risuonava di grida e risate. Le grida erano di quei poveracci che stavano per pubblicare con XII. Le risate erano di un individuo, uno soltanto.
Il freddo, terrificante e – cosa più intollerabile di tutte – altissimo, Gelostellato.
A volte giungevano strepiti di un altro tipo. Mugugnii disarticolati. Mi riportavano alla memoria le notizie che avevo sentito prima di raggiungere il convento, l’epidemia zombiesca che stava dilagando nel mondo.
Horror.it aveva dichiarato di voler intervistare Ian Delacroix, autore de Il Grande Notturno, accusato di aver scatenato i morti viventi. Chissà se erano riusciti a parlargli e, nel caso, chissà se erano sopravvissuti. Anche Nero Cafè aveva espresso la stessa intenzione, ma anche di loro non sapevo nulla.
Passavano le settimane e non ricevevo nemmeno un messaggio dal buon vecchio Vipera. Forse mi avevano sostituito, forse avevano affidato Sonar a qualcun altro.
Mi avevano abbandonato in quella lugubre prigione.
Tra l’altro Vipera mi aveva anticipato che Penna Blu avrebbe intervistato Edizioni XII, e sarebbe stato molto interessante vederli districarsi tra una domanda e l’altra, fingendo di essere per davvero solo una casa editrice.
Un giorno vidi un ragnetto che si arrampicava sul muro. Lo invidiai, libero di andare dove voleva, nessuno tentava di ucciderlo. Dai fianchi del ragno pendevano due grossi orecchini d’oro, ed ebbi l’impressione che il capo minuscolo fosse avvolto in una sorta di bandana rossa. Ero solo da parecchio tempo, pensai che la mia mente cominciasse a giocarmi brutti scherzi.
Il ragnetto sembrava particolarmente vispo, tanto che – stupidamente – gli domandai perché diavolo fosse così felice.
«Ci hanno recensito su Piccolaeditoriamainstream!» strillò, «E parlano di noi anche su Il Posto Nero!».
Capii immediatamente che non si trattava di un insetto normale.
«Sei un Ragno zingaro, vero?» domandai, ma con disappunto mi accorsi che era già scomparso.
Perlomeno avevo una notizia da scrivere. Così mi sedetti alla scrivania e cominciai.

Ebbi appena il tempo di scrivere una parola: Sonar.
Poi alle mie spalle si scatenò l’inferno. Il misero lettino fu scagliato per aria e si abbatté contro la parete. Mi voltai di scatto, ritrovandomi faccia a faccia con Gelostellato. Aveva il fiato corto, non fissava me ma le parole sul microschermo del micropc.
Con lo sguardo di uno che ha finalmente trovato il tesoro.
«Lo sapevo. Lo sapevo dal primo momento che ti ho visto. Sei il tipo pugliese degli Ultracorti. Sei il traditore!».
Non ebbi paura. A un tratto un pensiero s’insinuò nella mia testa. Io ero come loro, un dodicino, un Maya. Non dovevo più scappare, né affidarmi alla protezione di qualcun altro.
Decisi che l’avrei affrontato.
Mi alzai con l’agilità di un felino, scagliando la seggiola contro il muro, e lo fissai negli occhi.
Sentivo l’energia scorrere nelle vene. Le mani mi bruciavano. Lo sguardo di Gelo tradì un’ombra di incertezza. Non si aspettava la mia reazione, non aveva idea di cosa intendessi fare.
Non gli diedi il tempo di capire. Puntai le mani contro di lui, come avevo visto fare alla donna invisibile dei Fantastici Quattro, poi chiusi gli occhi e urlai: «Non sono pugliese, porca miseria, sono siciliano!»
Gli scaraventai contro il mio campo di forza.
Poi aprii gli occhi. Gelostellato mi fissava con disgusto, senza nemmeno un capello fuori posto.
«Ma sei scemo?»
«Io pensavo… Sono un sacerdote Maya, no?»
«Ma quale Maya!» disse lui puntandomi il dito contro. Fui investito da una luce abbagliante. Poi sprofondai nel buio.
Sognai Vipera che mi diceva che su WordShelter Vito Tripi aveva recensito Abattoir di Ian Delacroix, Inferno 17 di Davide Cassia e I vermi conquistatori di Brian Keene. Passeggiavamo sulla luna e pioveva. Poi mi ritrovai su una scogliera con Fabrizio che mi parlava della Mezzanotte del Secolo di Horror Magazine e dell’intervista a Samuel Marolla.
Infine eccomi in un ristorante a sgusciare occhi da teste di morto insieme a Strumm, che mi raccontò della recensione di Maledette Zanzare a cura di e.magazine.
«Devo riportare tutte queste notizie in Sonar» dissi. Ma Strumm scosse la testa.
«Non più. È finita».
Mi svegliai.

Ero su un divano, la pioggia che batteva contro le finestre. Mi trovavo in una stanza normalissima, c’era un attaccapanni, uno stereo. Un uomo mi fissava preoccupato. Era tanto che non vedevo qualcuno vestito in modo normale. Per questo mi sorpresi quando mi resi conto che era Gelostellato.
«Va meglio?» domandò, come se non fosse stato lui a mettermi a nanna.
Alle sue spalle comparve un altro uomo, anche lui vestito e pettinato come una persona normale. Lo riconobbi all’istante, era Musolino. Iniziai ad agitarmi.
«Ricomincia a fare il pazzo», notò Musolino.
«Calmati, sei molto malato ma ti aiuteremo noi. Dove sei stato tutto questo tempo? Ti abbiamo cercato ovunque».
«Che ci faccio qui?» chiesi.
«Ti abbiamo trovato qui fuori, vaneggiavi di complotti Maya e di vermi giganti» rispose Musolino.
Mi fissavano con aria innocente e preoccupata.
«Dov’è Vipera?» chiesi. Si guardarono tra loro come se non avessero mai sentito pronunciare quel nome prima d’ora.
«Ti aiuteremo noi, non ti preoccupare», insistette Gelo. Il suo tono accomodante mi diede sui nervi.
«Volete farmi credere che mi sono inventato tutto? Che sono pazzo?» gridai.
Poi vidi la tenda muoversi. Riuscii a scorgere un’ombra nascosta lì dietro. Puntai il dito e urlai ancora più forte. Gelo e Musolino tentarono di calmarmi, poi si limitarono a fissarmi senza sapere cosa fare. Poi si guardarono tra loro, e alla fine Gelo sospirò.
«Lo sapevo. È colpa tua che non sai recitare».
«Mia? Sei tu che non sai fare lo sguardo compassionevole», lo accusò Musolino, mentre la pelle prendeva le sfumature grigiastre dei vermi e si ricopriva di squame.
Gelo si voltò verso di me e riconobbi lo sguardo folle che mi aveva terrorizzato al convento.
«Potete anche uccidermi, ma non riuscirete a fermare Sonar. Qualcun altro prenderà il mio posto!»
«Ma noi non vogliamo fermare Sonar, carissimo. Vogliamo solo cambiare un po’ la forma. Abbiamo trovato qualcuno che saprà occuparsi della nostra rubrica in modo meno emotivo di te, diciamo così. Lascia che ti presenti il tuo sostituto, magari lo conosci già…»
Dalla tenda spuntò un terzo uomo. L’urlo mi morì in gola. Credetti di impazzire. Lo conoscevo, certo: ero io. Era la mia fotocopia, e lo sguardo e il sorriso erano gelidi come quelli dei XII.
«Addio, Vito Corleone», furono le ultime parole di Gelo. Un attimo dopo Musolino aprì la porta e quattro figure in camice bianco mi afferrarono. Sentii una puntura sul braccio, poi mi afflosciai come una marionetta senza fili.

Ora passo le giornate a sbavare, fissando un muro bianco. Mi riempiono di farmaci che m’impediscono di pensare. Sono riuscito a guardarmi allo specchio, una volta, e non mi sono riconosciuto. Ho perso i denti e i capelli e sono gonfio come un pallone. Nessuno mi cerca perché nessuno sa che sono scomparso. Simone Lega è tornato a casa e ha ripreso la sua vita. Solo che è un falso, un surrogato. Il vero Simone sono io… O almeno credo.
I medici riescono a essere molto convincenti.
Continuano a ripetermi che gli zombie non hanno mai invaso il mondo e che Edizioni XII è solo una casa editrice.
E quando domando di Sonar
Mi rispondono che non è altro che una rassegna stampa.

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