Sonar 14/11 – 20/11

Scioccato – anzi devastato – dall’ultima rivelazione di Strumm, mi lasciai trascinare verso il sentiero che portava al Convento degli Editor.

La voce di Vipera – che pensavo non avrei più sentito, dopo aver scoperto che anche lui era uno dei XII – mi sussurrò con accento amichevole: «Dì a Strumm che Gianluca Santini ha recensito il suo IX – Non desiderare la pecora d’altri. Magari gli fa piacere

Digrignai i denti e sussurrai: «Vattene, traditore!».
Ma evidentemente il legame telepatico che mi legava a lui – o al suo spirito, dal momento che lo sapevo morto – funzionava a senso unico. Potevo sentirlo, ma lui non riusciva a sentire me. Infatti continuò come niente fosse.
Come se fossimo ancora amici.
«Sarebbe interessante presenziare il 26 novembre alla cena con Danilo Arona. Ci saranno anche i XII, e scommetto che architetteranno nuovi piani per farti fuori».
«E io scommetto che ti piacerebbe», mormorai infastidito.

Non aveva più senso continuare con Sonar. I XII mi avevano fregato nel modo più subdolo, facendo credere al mondo che ero uno di loro. La gente non avrebbe dato più ascolto alle mie parole, avrebbero tutti pensato che Sonar era soltanto uno scherzo.
Tuttavia c’era tra i XII chi continuava a tentare di salvarmi la vita. Per loro, evidentemente, Sonar era ancora importante. L’ultimo baluardo contro la fine del mondo architettata dalla casa editrice.
Dopo un breve conflitto con la mia coscienza, decisi che avrei continuato a trasmettere le notizie, ma non perché pensassi ancora che qualcuno avrebbe creduto alle mie parole, no.
Perché non mi restava altro.

Intanto ci inerpicavamo per il sentiero. Strumm aveva fretta e si guardava continuamente alle spalle.
Temeva che Il Grande Notturno ci riprovasse? In Italia c’erano stati altri avvistamenti. Stavolta a lanciare l’allarme erano stati Vito Tripi di World Shelter (che in seguito aveva voluto scambiare quattro chiacchiere con l’autore, forse per sincerarsi che Ian Delacroix esistesse davvero), Il Paradiso degli OrchiVer Sacrum, che aveva anche intervistato il burattinaio nero, nel disperato tentativo di trovare un modo per fermarlo.
Fatica sprecata.
Anche Miriam Mastrovito aveva tentato di convincere Delacroix a richiamare a sé Il Grande Notturno, ma ancora una volta era stato inutile.
Innervosito dall’atteggiamento paranoico di Strumm, presi anch’io a guardarmi le spalle. Alberi contorti e cespugli fruscianti, non un panorama idilliaco, certo, ma non scorgevo niente di allarmante.
Finché tra i rami mi parve di intravedere un viso. Questione di istanti, ma l’apparizione fu tanto spaventosa che per poco non urlai. Era il volto pallidissimo di una donna dai capelli così chiari da sembrare bianchi.
Intuii che aveva a che fare con Il Grande Notturno e allora anch’io mi misi a correre, senza più sentire la stanchezza.
Per fortuna eravamo quasi arrivati. Il Convento s’innalzava davanti a noi, maestoso con le sue finestrelle buie, massiccio e soffocante.

Una figura si staccò dall’oscurità e ci venne incontro. Capelli lunghi, castani. Barbetta chiara e sguardo serafico. Indossava una veste bianca e ci accolse allargando le braccia.
Lo riconobbi dalle foto che avevo visto sul sito di Edizioni XII. Era Simone Corà.
Strumm aveva una gran fretta di andarsene.
«L’hai istruito, fratello Strumm?» domandò Corà con un sorriso gentile.
Strumm rispose con un grugnito. Intuii che c’era ostilità tra i due.
«Allora vai pure in pace, fratello. Da qui in poi penserò io a lui», disse Corà, indicando con una mano il mondo a Strumm, il quale grugnì nuovamente.
«È proprio questo che mi preoccupa. Ricorda, il fuggitivo deve rimanere in vita».
«Ma certo, fratello Strumm».
«Vita umana!» precisò Strumm.
«Senz’altro», assicurò Corà.
Strumm si allontanò, sparendo dopo pochi passi nell’oscurità. Rimanemmo soli, con l’unica compagnia della notte e dei grilli.
Davanti al grande Convento degli Editor.

«Vieni con me e non preoccuparti», m’invitò Corà, cingendomi con un braccio e guidandomi verso l’alto portone nero con il simbolo XII scolpito in rilievo. Mormorò una frase in antico linguaggio maya e il portone si schiuse, stridendo fastidiosamente. Entrammo in un ambiente vastissimo, in penombra. Vedevo solo scranni altissimi, e antichi quadri raffiguranti intere popolazioni terrorizzate che fuggivano da quelli che sembravano dischi volanti.
«Hai sicuramente già pensato a un nome falso», sussurrò Corà, informandomi che fratello Gelo avrebbe dovuto registrare la mia presenza al convento.
Lo stomaco mi si riempì di ghiaccio. Non poteva trattarsi che di Gelostellato, uno degli editor più feroci nonché direttore della collana Pigmei di Edizioni XII.
Una volta l’avevo intervistato, quando ancora tra me e i XII correva buon sangue. Era passato del tempo e gli ultimi mesi in fuga mi avevano cambiato nel fisico, ma c’erano buone probabilità che Gelo mi riconoscesse.
Di nuovo la voce di Vipera s’insinuò al mio orecchio: «Non preoccuparti, non ti riconoscerà. È troppo impegnato con la finale dei Corti viventi!».
Non bastò a calmarmi. Non mi fidavo più di Vipera.
Non mi fidavo di nessuno.
Quello del nome falso era un problema. Non me ne veniva in mente neanche uno. Il mio cervello mi suggeriva soltanto nomi stranieri. Per un momento considerai la possibilità di presentarmi come John Wayne, ma mi resi conto che era un suicidio.
Ci incamminammo per un lungo corridoio. Altri quadri alle pareti. Uno di essi raffigurava la cover de La Mezzanotte del Secolo di Samuel Marolla.
«Miriam Mastrovito, sopravvissuta all’incontro con Delacroix, ne ha parlato su Strepitesti», m’informò Vipera, il traditore, ma quanto mai puntuale come informatore.
Un altro quadro raffigurava invece l’isola di Malapunta (erano giunte novità al riguardo, fresche fresche dal blog Unknown to Millions).

Percepivo un’atmosfera molto strana. Era come se al convento nulla si muovesse. Vidi un monaco che ci veniva incontro, ma dopo dieci minuti che camminavamo in quel corridoio, il monaco si trovava sempre alla stessa distanza.
«Cos’è questa sensazione di eternità che si respira qui dentro?» domandai al mio accompagnatore.
Corà sollevò gli occhi all’alto soffitto.
«Sono i tempi editoriali», rispose.
Poi per un attimo il suo volto si accigliò. Scacciò con la mano un esserino nero che si era messo a ronzare davanti ai suoi occhi.
«Maledette zanzare, via! Vi ho detto di lasciarmi in pace».
Ricordai il peso che quell’uomo si portava dentro. A causa sua il morbo della “Macarenas della maledettas zanzaras” imperversava nel mondo. Riconobbi l’enormità del senso di colpa nei suoi occhi, per un attimo affranti, e sentii il bisogno di abbracciarlo.
Ma resistetti. Sembravano passate quattro ore da quando avevamo imboccato il corridoio. Finalmente arrivammo alla porta. Un urlo agghiacciante che veniva da dentro la stanza mi paralizzò proprio mentre Corà stava per bussare.
Per farmi coraggio, il mio accompagnatore mi sorrise.

La porta si aprì da sola. Fui investito da un odore tremendo, sudore rancido mescolato a sangue, che mi fece lacrimare gli occhi. Poi sentii la risata e per un attimo rivissi la terribile esperienza dell’intervista a Gelostellato – conosciuto anche come Raffaele Serafini.
Era lui che sghignazzava.
Mi costrinsi ad aprire gli occhi.
Ciò che vidi attraverso il velo di lacrime me lo porterò dentro per il resto dei miei giorni.

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