Sonar 7/11 – 13/11

Sedemmo accanto al fuoco, in mezzo ai tronchi divelti e carbonizzati dalle esplosioni. Strumm mi consentì di esplorare i dettagli della seconda parte dell’intervista su Il Posto Nero al duo artistico di illustratori e designer Diramazioni, ideatori delle immagini di copertina di Edizioni XII. Erano le tre del pomeriggio, il buio si era già impadronito della realtà, sapevo che il sole non sarebbe mai più sorto. La colpa era anche mia, non ero riuscito a contrastare l’avvento de Il Grande Notturno. Sentivo ancora l’eco dell’allarme lanciato da Miriam Mastrovito sul blog Strepitesti.

La voce di Vipera che si allungava verso il mio orecchio non poteva che confermarmelo, ma per una volta non la ascoltai. Un fruscìo mi afferrò per le spalle, facendomi voltare di scatto. Notai qualcosa di strano nel groviglio di rami secchi. La mia vista entrò lentamente in empatia con l’oscurità, per poi lasciar materializzare un viso orribile. Urlai.
Un momento dopo era scomparso. Come se quelle mostruose linee, quegli occhi abissali,  li avessi solo immaginati, disegnati con la mia mente sconvolta.


Ma io sapevo a chi apparteneva quel volto, quell’orrore. Vipera continuava a ribadirlo. «È lui! È lui! È Il Grande Notturno!».
Anche Strumm fu colpito da quelle arcane immagini, balzando in piedi. Era tutto diverso rispetto all’attacco dei XII. Ora perfino Strumm sembrava aver paura, lo capivo dai rapidi e inconsapevoli movimenti delle sue dita.

Il Grande Notturno, celato dall’intrico di rami abbrustoliti e fumanti, sibilava qualcosa. La voce era orrenda, cadenzata da immondi sfiati che richiamavano alla memoria cose imputridite. Il terrore m’impedì di decifrare il suo messaggio. Ci pensò Vipera a tradurre.
«Malapunta. Sta parlando di Malapunta».
Aveva ragione, mi avvicinai di qualche metro per afferrare la punta di quei maledetti suoni, che gorgogliavano sempre più profondamente. Il Grande Notturno stava ripetendo proprio quel nome. Malapunta.

Sapevo che l’isola di Malapunta era apparsa di recente ai blogger di Nocturnia, e aveva iniziato a tormentare il sonno di Raffaele Serafini (pseudonimo di Gelostellato). Ne avevano parlato anche su L’indice. Malapunta poteva mostrarsi e scomparire velocemente, nella realtà come nei sogni. Le acque che la circondavano erano complici, sputavano e inghiottivano.

Strumm spalancò le braccia e urlò verso il cielo qualcosa d’incomprensibile. Si trattava della stessa lingua remota che avevo ascoltato durante lo scontro tra Fabrizio e Gabrièl: L’antico linguaggio Maya.
Lo scenario evidentemente non era abbastanza apocalittico, così la terra iniziò a tremare, a borbottare come un grande stomaco.
Pensai subito ai molli corpi dei Vermoni che si davano da fare nelle loro cavità sotterranee, mi tornò in mente l’articolo apparso su Horror.it, a proposito de I Vermi Conquistatori.
Fortunatamente si trattava del terremoto di Strumm, la stregoneria che aveva animato con le sue formule, attraverso quei gesti archetipali replicati con millimetrica consapevolezza.
Il Grande Notturno soffiò contro di noi come un gatto, per poi ritirarsi dietro il fascio di rami secchi.
Strumm lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, stremato. Si abbandonò crollando verso il suolo, quasi afflosciandosi, riuscii a intervenire per tempo sostenendolo sotto le braccia. Era bollente.
Ritrovò la forza per alcune secche parole:
«Non pensavo di riuscire a cacciarlo. Non sei più al sicuro qui, devi andartene subito. Il convento è la tua unica speranza».

Ero preoccupato per lui, lo vedevo davvero stremato, annichilito. Non avevo la minima intenzione di lasciarlo fronteggiare da solo i mostri di Edizioni XII.
Ma non avevo idea di come poterlo aiutare, non possedevo poteri, avrei potuto fare ben poco se non assistere passivamente all’orrore. Per esserne risucchiato come ultimo passeggero.
«Vieni con me, rifugiamoci insieme al Convento degli Editor» proposi.
«Sei pazzo! Entrare in quel posto per me significa la morte. Avrei più probabilità di cavarmela da solo contro tutto l’universo dodicino. No, sei tu che devi andare. Ricordati di non dire mai il tuo vero nome e raccontagli di non aver mai preso una penna in mano in vita tua, altrimenti sarai perduto. Soprattutto, stai lontano da David Riva!».

Riva era il direttore editoriale di Edizioni XII, questo lo sapevo. Era stato lui a scagliarmi contro il tizio somigliante a Messner che per poco non mi aveva ucciso.
Mi aveva salvato Vipera. Già, proprio così, poco prima di finire nei cunicoli disgustosi dello stomaco di un Vermone. Così era David Riva l’oscuro abate a capo del convento degli editor. Di recente avevo letto una notizia che riguardava la sua Opera sei, su Il Giornale di Cantù.
Rabbrividii al pensiero di potermelo ora trovare di fronte. Già leggere di lui era abbastanza per me.

Vipera intanto mi incalzava, mi ammoniva con altre notizie preoccupanti. L’ebook gratuito Arkana, che conteneva un racconto della futura autrice XII Lisa Mannetti, era stato segnalato da Weirdletter, inoltre era stato recensito da Gianluca Santini nel suo blog Nella mente di Redrum.
Era il momento di andare, ma non riuscivo a staccarmi da Strumm. Mi ero sbagliato nei suoi confronti.
«Ho fatto bene a fidarmi di te» gli dissi.
«Già» rispose lui,  irrigidendosi e digrignando i denti. C’era qualcosa di strano nei suoi pensieri.
Stavo per incamminarmi sul sentiero che, scivolando sulla montagna, raggiungeva il convento, quando Strumm mi fermò:
«C’è qualcosa che devo mostrarti» disse.
La maschera che indossava aveva cambiato espressione; so che sembra impossibile, ma vi assicuro che era diversa ora,  l’ombra della tristezza era improvvisamente calata.

«Che succede?» chiesi preoccupato. L’istinto mi suggeriva che la cosa aveva in qualche modo a che fare con il discorso sulla fiducia, fatto poco prima.
Strumm si tolse la maschera e m’invitò a guardare ancora dentro il busto del suo replicante meccanico.
Esplose di nuovo una luce bianca, accecante, poi si accese uno schermo che conteneva immagini familiari.
Stavo guardando il sito di Edizioni XII, alla sezione Chi siamo.
Scorsi velocemente i nomi, cercando di comprendere cosa significasse tutto ciò, poi all’improvviso si accese un nome, togliendomi il respiro.
Non era possibile. Doveva trattarsi di un trucco, una menzogna. Quel nome era Ferruccio Gianola.

Gianola era uno degli pseudonimi di Vipera, la sua presenza in quell’arcano elenco poteva significare solo una cosa: Vipera era uno dei XII.
Mi rifiutai di credere ai miei occhi balordi. Spinsi via Strumm, che ormai abbandonato dalle forze cadde a terra. «È una menzogna! Vipera non può avermi tradito!»
Strumm si alzò in piedi con difficoltà, borbottando qualcosa.
«È la verità. Vipera è uno dei XII».
Mi sentivo tradito fino al midollo. Avrei voluto mandare tutto al diavolo, Strumm, il Carlino mannaro, Sonar.
Ma non era ancora finita.
«C’è qualcos’altro che devi vedere» disse Strumm, invitandomi a guardare di nuovo dentro il suo replicante, piegandosi verso di me.
Non so perché ma lo ascoltai. Mi avvicinai e iniziai a osservare pronto a tutto.

Ancora lo schermo, la stessa pagina del sito di Edizioni XII, l’elenco dei nomi. Lo pseudonimo usato da Vipera occhieggiava prendendosi gioco di me. Mi sforzai di passare oltre. Con il senno del poi, forse avrei fatto meglio a fare diversamente.
Notai un altro nome. Non potevo che essere preda di un sogno, probabilmente un incubo.
Quel nome era il mio.
«Benvenuto tra i XII» annunciò Strumm.
Le mie grida rimbombarono nella cassa toracica del replicante, per perdersi poi tra le montagne, nell’oscurità di quella notte che sembrava non avere più fine.

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