Sonar 31/10 – 6/11

Stavo con la mandibola penzolante a fissare Strumm dritto in faccia.
Cioè, l’avrei guardato dritto in faccia se ne avesse avuta una, di faccia.
Mi ero sempre domandato il motivo per cui Strumm girasse con una maschera. Avevo pensato a tre possibili spiegazioni: che fosse orribilmente sfregiato (magari proprio dal Sellero, incacchiato perché qualcosa in Diario Pulp non gli era andato a genio) oppure che fosse un pericoloso ricercato, un hacker o un boss mafioso, o addirittura una di quelle rockstar credute morte ma in realtà semplicemente fuggite da una vita divenuta insopportabile. Poteva esserci Jimi Hendrix sotto quella maschera. O Jim Morrison, o addirittura – ipotesi inquietante – Janis Joplin!
Ma la realtà era ancora più scioccante. Strumm la faccia non ce l’aveva. Gli mancava l’intera testa. Sotto il mascherone c’era il vuoto.

Ero paralizzato dalla sorpresa. Poi sentii una voce flebile che sembrava provenire da molto lontano. Mi guardai intorno, ma oltre a me e al corpo decapitato di Strumm non si vedeva anima viva. Non era nemmeno la solita voce di Vipera che spesso mi rimbombava nella testa.
Strumm mi fece segno di avvicinarmi, e allora capii. La vocetta stridula era la sua.
Guardai il mascherone gettato a terra e compresi. Adesso si distinguevano chiaramente gli amplificatori posizionati all’altezza delle guance.
Ero a un passo da lui, ma mi faceva ancora segno di avanzare. Tutt’a un tratto capii cosa voleva, e d’istinto mi ritrassi. Non potevo farlo, era più forte di me.
Voleva che guardassi dentro il suo collo.
«Senti Strumm, ho capito che sei in buona fede, non c’è bisogno che mi fai vedere».
Ma lui insistette, indicando con vigore il buco tra le scapole.
Cercando di reprimere il disgusto, mi aggrappai alle sue spalle come alla ringhiera di un balcone, e diedi un’occhiata.

Dapprincipio non vidi nulla, il buio era totale. Poi giù in fondo, dove la gente normale ha le viscere, notai un movimento. Pensai che fosse un ragno. Poi mi resi conto che era da lì che veniva la voce, e ne ebbi la conferma quando la cosina disse, raggelandomi:
«Ecco, io sono il vero Strumm!»
Gli occhi intanto si erano abituati al buio, e inquadrai un’infinità di leve meccaniche e pulsanti, che il vero Strumm abilmente manovrava per governare il suo corpo fittizio – o se preferite il grande Strumm.
In effetti il vero Strumm non somigliava a un ragno. Era più una sorta di pulviscolo scuro, si vedevano soltanto gli occhi. La voce era dolce e ispirava tenerezza, niente a che vedere con il barrito metallico del suo replicante meccanico.
La cavità toracica del grande Strumm produceva un’eco fastidiosa, ed era difficile distinguere le parole del suo occupante. Avvicinai l’orecchio, e mi accorsi che piangeva.
«È troppo tardi! È troppo tardi!», si lamentava. «Lo stanno annunciando proprio ora, lo dice anche Black Crumbs: Il Grande Notturno adesso è tra noi!».
Tutt’a un tratto l’interno dell’androide s’illuminò di una luce accecante. Comparve uno schermo in 16:9 con un tizio in giacca e cravatta seduto dietro a una scrivania con dei fogli in mano. Sul collo del soggetto si notavano numerosi tatuaggi che lo rendevano poco rassicurante.
Lo conoscevo. Era Alessandro Vigliani e alle sue spalle comparve l’immagine del suo sito, con la gigantografia della copertina de Il Grande Notturno.
«È ufficiale, dal 2 di novembre Il Grande Notturno è tra noi. Da Edizioni XII un messaggio sconfortante: “Adesso sono affari vostri”. Passiamo ora la linea a Glauco Silvestri, anche lui impegnato a contenere l’orda di morti viventi generata dall’avvento de Il Grande Notturno».
Lo sfondo mutò all’improvviso: ora ritraeva il blog Stretto in un angolo, e in un riquadro in alto comparve lui, con il microfono in mano e lo sguardo spaventato. Tutt’intorno si udivano i mugolii dei morti.
«Grazie Alessandro, qui la situazione è grave. Non posso mostrarvi le immagini perché l’operatore è morto, ma si direbbe che l’apocalisse sia…»
Il collegamento s’interruppe di colpo. Scomparvero sia Silvestri che Vigliani, la luce si spense e tornò il buio. Il vero Strumm, dal fondo degli ingranaggi del suo androide, piangeva.
«È finita. È finita. Come se non bastasse è uscito l’ebook Arkana-Racconti da Incubo del Posto Nero Free eBooks, raccolta curata da Bonfanti e Alessandro Manzetti. Contiene perfino un racconto di Lisa Mannetti: Castello,985. Hai già parlato di lei in Sonar. Edizioni XII pubblicherà il prossimo anno The Gentling Box, il suo romanzo vincitore del Bram Stoker Award».
«Forse dovrei leggerlo per farmi un’idea. Scusa tanto ma non mi pare una notizia così spaventosa», azzardai io.
«Fai pure, tanto è scaricabile gratuitamente», singhiozzò Strumm, asciugandosi gli occhi.
E in quel momento il cielo si oscurò. Non un’oscurità qualunque, sembrava dipinta. Come se il cielo fosse diventato una copertina dei libri XII, creata dal duo Diramazioni. Mi tornò in mente la recente intervista che avevano rilasciato su Il Posto Nero.

Il grande Strumm si mosse. Raccattò la maschera e se la piantò sul collo. I singhiozzi del vero Strumm cessarono di colpo.
«Devi andartene. Lì dove nessuno avrà il coraggio di venire a cercarti».
Indicò la cima della montagna. Non ci avevo fatto caso, c’era un monastero.
«Che posto è?» domandai.
«Un luogo di miseria e disperazione. Di notte le urla dei dannati che vi risiedono si odono fino a ben oltre lo stretto di Sicilia. L’unico posto dove sarai al sicuro. Lì, dove risiedono i terrificanti editor di Edizioni XII!».
Lo stomaco mi si contorse per la paura. Avevo sentito storie raccapriccianti su quel luogo.
«Strumm, con tutto il rispetto, te lo sogni che io vado là».
«È l’unica possibilità che ti resta. Devi rimanere nascosto al monastero degli editor finché la via non sarà sicura e potrai riprendere il tuo viaggio. Non preoccuparti, non ti succederà niente se farai come dico io. Presentati con un nome falso e dì che sei analfabeta. Inventati un mestiere qualunque, ma stai attento ai loro trucchi. Ti metteranno una penna in mano per vedere se la sai maneggiare. In ogni caso non ti mando certo da solo. Qualcuno già ti aspetta. Penserà lui ad aiutarti».
«Chi? Lo conosco?»
«Ne avrai sentito parlare. Simone Corà, detto Silente».
«Pensavo fosse dalla parte dei cattivi».
«Inizialmente era così. Poi con l’avvento delle zanzare è cambiato qualcosa in lui. Tutto cominciò quando Alessandro Manzetti gli chiese di inviare lo sciame lontano, stanco di doversi grattare in continuazione. Corà mandò le sue zanzare in Brasile. Lì lo sciame prese di mira una discoteca. Un famoso dj che quella sera si trovava alla console prese ispirazione dai movimenti frenetici dei ragazzi attaccati dalle zanzare e ideò un nuovo ballo latino-americano, che secondo il calendario Maya attecchirà in Italia la prossima estate. Il dj lo chiamò ‘Las macarenas della maledetta zanzaras’, e pare abbia già fatto furore in Francia e in Germania. Quando Corà lo venne a sapere si chiuse in se stesso e smise di parlare per tre mesi. Per fare ammenda della piaga che aveva contribuito a provocare con ‘Las macarenas della maledetta zanzaras’ venne a rinchiudersi qui, rinnegando il suo passato. Sarà lui a occuparsi di te».
Era una storia tremenda, e potevo comprendere lo stato d’animo di Corà. Doveva essere terribile sentirsi responsabili di aver ispirato un ballo latino-americano.

Nonostante l’empatia con il Corà, la rabbia crebbe in me per quella situazione. Era insopportabile continuare così. Mi dicevano cosa fare come se fossi un burattino.
«Prima tenti di uccidermi e adesso dici di volermi aiutare. Perché?» gridai a Strumm.
«Sono passato anch’io dall’altra parte. Sarebbe inutile spiegarti il motivo, non potresti capirlo a meno di non conoscere quella che è stata la mia storia. Sappi che adesso io sto dalla parte di chi vuole che tu viva».
«Ok, ma si può sapere chi è che mi protegge? Bonfanti mi vuole morto, questo è chiaro, ma allora chi è che mi sta aiutando?»
Strumm disse un nome. Lo pregai di ripetere, pensando di aver capito male. Non era possibile.
«Ma che stai dicendo? Non può essere».
«È così. Se sei ancora vivo lo devi unicamente a lui. A Daniele Bonfanti».
«Ma se Bonfanti mi vuole morto, e al contempo mi vuole vivo… questo significa che…»
«Proprio così. In realtà sono due. In guerra tra loro dalla notte dei tempi e tuttavia assolutamente identici. Anzi, quasi del tutto. C’è un solo particolare che distingue i due Bonfanti».
«Quale?», domandai esterrefatto.
«La d eufonica. Uno la detesta, l’altro la usa di continuo. Sei sconvolto, lo immaginavo. Quella di Bonfanti è una storia lunga, forse più della mia. Ormai è tardi, a quest’ora non ti farebbero più entrare al monastero. Vieni, aiutami ad accendere un fuoco e ti racconterò come tutto è cominciato. Di come i due Bonfanti entrarono in guerra e del mio ruolo in tutto questo».
Mi sedetti e ascoltai.
Da quel momento in poi, niente fu più come prima.

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