Sonar 17/10 – 23/10

Un po’ di terra mi piovve in faccia. Erano sopra di me, tutti e tre. Bonfanti, Musolino e Valsecchi. Bastava che abbassassero lo sguardo e mi avrebbero visto.
E io non avrei avuto alcuna via di fuga.
Mentre aspettavo che mi scoprissero, e probabilmente mi divorassero, mi misi ad ascoltarli.

Si misero a parlare di un concorso un po’ bizzarro.
Un racconto in una frase.
Ne ho sentite – e soprattutto viste – cose strane, da quando fuggo per le montagne, ma una cosa del genere ancora non mi era capitata.
Un racconto in una sola frase. E quando dissero il nome del concorso, pensai che stessero scherzando.
Fun cool!

Andò così: Valsecchi parlava di questo concorso, lamentandosi perché in una sola frase aveva difficoltà a inserire un finale a effetto. Bonfanti disse: «Che vuoi farci, il concorso è impostato così», e a quel punto Musolino inveì: «Fun cool!».
Cioè, lo pensai io, che stesse inveendo.
«Già», convenne Bonfanti «In effetti dovremmo dirlo a Serafini».
“Vogliono insultare Serafini”, pensai allora, sospettando un conflitto interno ai XII.
«L’ha inventato lui, può anche modificare», insisté Valsecchi, e a quel punto dovetti trattenermi dal saltare fuori dalla mia buca, accusando Serafini di plagio.
Già, perché avevo le prove che quell’insulto specifico non l’avesse inventato lui, infatti tutti si mandano a fun cool sin dalla notte dei tempi.

Poi però mi resi conto che Serafini, come il resto dei XII, non era una persona normale. Chissà quando erano nati, magari migliaia di anni fa, quindi era plausibile che fosse stato proprio lui a inventare la parolaccia.
Per un attimo provai un profondo senso di ammirazione. E pensare che lo aveva pure intervistato, quando ancora io e i XII andavamo d’accordo. Quanto avrei voluto in quel momento poter tornare indietro nel tempo e porgli la fatidica domanda: «Come ci si sente a essere l’autore della parolaccia più usata nel mondo?».
Sinceramente, tra l’inventore del telefono e chi ha escogitato una maniera così liberatoria di esprimere la propria indignazione, io preferisco quest’ultimo.
Se fossi sopravvissuto, mi dissi, avrei senz’altro fondato il fun cool club, anzi no, una casa museo. Già me la vedevo: le origini del Fun cool!
Avevo miriadi di domande da porre a Serafini: come gli era venuta in mente una parola del genere? Era nata da un conflitto con la morale cristiana? Era un invito di tipo orgiastico-Dionisiaco che le generazioni venute dopo avevano frainteso?
Una cosa era certa: ci avesse messo un avvocato, avrebbe potuto tirare fuori un po’ di soldini con i diritti d’autore, vista la mole di persone che la ripetevano tutti i giorni.
Come al solito fu la voce di Vipera, nel mio cervello, a chiarire la questione.
«Fun cool è il nome del concorso! È scritto all’inglese!»
Allora finalmente compresi (e rimasi anche un po’ deluso, devo dire). Tuttavia non mi sentii del tutto idiota perché pensai che in effetti la prima cosa che viene in mente a un autore, quando gli si chiede di scrivere un racconto in una frase, secondo me e credo anche secondo Serafini, è proprio Fun cool, però scritto all’italiana.
Insomma, tutto tornava.
Nemmeno il tempo di risolvere la questione, che i XII si accorsero di me.

Avevano cambiato discorso, adesso parlavano del nuovo numero di Knife. Discutevano dell’intervista ad Arona   su Morbo Veneziano, e delle sue dichiarazioni su Perdinka (Bonfanti si grattava la testa, come se ormai pure lui fosse confuso su chi avesse scritto quel benedetto Malapunta), poi accennarono al racconto di Daniele Picciuti e giocarono per un po’ a carta-forbice-sasso (e qui fu Musolino a grattarsi la testa, sospettando che Bonfanti avesse barato). E infine litigarono sulla segnalazione della Mezzanotte del Secolo (il motivo del litigio, a quanto capii, era che Valsecchi non si grattava la testa, cosa che per i XII equivaleva a un insulto. Come dire chi non si gratta in compagnia…).Poi però, quando Bonfanti aggiunse che de La Mezzanotte del Secolo aveva parlato anche Horror Magazine, Valsecchi capì che era inutile intestardirsi e anche lui si diede una bella grattata.
Mi parve strano che nessuno accennasse alla segnalazione de Il Grande Notturno, sempre su Horror Magazine. I XII non ne parlarono, come se temessero di essere intercettati. Non una parola nemmeno riguardo l’autopsia operata da Ian Delacroix sul romanzo Canti di un sognatore morto, di Thomas Ligotti, comparsa su Il Posto Nero.

«Francesco Troccoli è al corrente dei nostri piani di distruzione?» domandò Valsecchi a un certo punto.
Aguzzai le orecchie. Troccoli era il vincitore del concorso Nella Tela! 2010. Era stato appena intervistato da Matteo Carriero per il blog di Edizioni XII.
Bonfanti gli lanciò un’occhiata che io interpretai così: “Chi deve sapere sa, chi è all’oscuro, non saprà mai. Eccetto il tizio di Sonar che non dovrebbe sapere eppure sa sempre tutto!
Ero la spina nel fianco, il sasso nella scarpa, il moscerino nel gelato, la maledetta zanzara che gli ronzava di notte all’orecchio mentre sognavano la splendida catastrofe che avrebbe cancellato il mondo nel 2012.

«Finché continuerà a comparire con me nella rubrica Intorno XII, su Tracce d’Eternità, la gente continuerà a pensare che Sonar sia solo il delirio di una mente malata» disse Bonfanti  con un ghigno.
I tre dovettero tenersi la pancia per il gran ridere.
Fu allora che Bonfanti decise di guardarsi le scarpe. E, nonostante fossero di misura 47 e gli oscurassero buona parte della visuale, vide me.
«Eccolo!» esclamò, e le anime dannate imprigionate nelle cornee dei suoi occhi urlarono di rimando.
Fu il terrore a darmi la forza di saltare con un solo balzo fuori dalla buca e mettermi a correre.
Vipera mi dava indicazioni sulla via da prendere, dietro quale albero nascondermi e quando chinarmi per non farmi vedere.
D’istinto mi venne di chiamarlo Morpheus.
Però i XII erano sempre dietro, sempre più vicini.
A un certo punto Valsecchi dovette fermarsi. Gli si erano rotte le scarpe. Si fermarono anche Musolino e Bonfanti.
Io continuavo a correre. Non li sentivo più dietro di me ed ero quasi certo che ce l’avrei fatta.
A quel punto Valsecchi, pieno d’ira, urlò: «Scappa scappa, ma sappi che I Monacheddi non è un granché!».
D’un tratto nel bosco cadde un silenzio irreale. Tutto tacque, perfino la voce di Vipera.
Mi fermai.
Mi voltai.
«Mi avete tolto la libertà, la mia casa, i miei amici. Avete ucciso Vipera e Fabrizio, ma I Monacheddi non si toccano!»
Ero pronto allo scontro. La resa dei conti.
Anche loro.

Dagli occhi di Bonfanti scaturirono fantasmi grigi dalle sembianze di cadaveri in decomposizione, che ululavano facendomi ghiacciare il sangue nelle vene; il corpo di Musolino esplose in una massa gelatinosa che cominciò a crescere, assumendo sempre più la forma di un Vermone; Valsecchi era caduto in ginocchio, con le mani rivolte al cielo, e stava evocando i serial killer più feroci della storia.
Era mattina, tuttavia il cielo si colorò di nero e prese a soffiare un vento gelido.
Mi resi conto che il massimo della potenza che potevo esibire io, era brandire un ramo spezzato o tirare un sasso.
Li guardai negli occhi uno per uno, presi tutto il fiato che potevo per far sì che il mio grido sovrastasse l’urlo del vento e gli ululati degli spettri di Bonfanti, e gridai:
«Fun cool
Poi mi voltai e ripresi a correre.

Continuavano a seguirmi, ma li avevo distanziati. Vipera taceva, e la cosa mi preoccupava un po’, ma ormai ero quasi sicuro che ce l’avrei fatta. Non mi sentivo neppure stanco, potevo benissimo correre giù dalla montagna, raggiungere la stazione e fiondarmi sul treno di cui parlava Fab.
Aggirai un albero e la mia fuga s’interruppe bruscamente.
Avrei preferito, in tutta onestà, trovarmi di fronte il vampiro Gabrièl, o magari un Vermone.
Ma non lui.
Strumm mi fece un cenno di saluto con la testa. Sono certo che dietro la maschera di Dart Fener stesse sorridendo.
Dietro di me, gli altri sopraggiungevano.

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