Sonar 26/9 – 2/10

Non avrei avuto nessuna possibilità di cavarmela se l’autore di quei rumori fosse stato un nemico. I miei due alleati erano lontani. E poi, nel caso di Fab, era veramente un alleato?
Di Vipera non sapevo e non capivo più nulla. L’avevo visto morire (in maniera abbastanza spettacolare e che gli faceva onore) ma in seguito l’avevo sognato più volte, tanto che mi aspettavo di vederlo comparire vivo e vegeto da  un momento all’altro.

La mia recondita speranza (ho anteposto l’aggettivo, suppongo mi costerà un taglio in fase di editing) era che i rumori fossero prodotti proprio da Vipera. In caso contrario, ragazzi, so che l’ho ripetuta fino allo sfinimento ‘sta frase, ma stavolta non c’era scampo: sarei finito male.
C’era qualcosa però che mi dava coraggio. La sensazione che la fortuna stesse per girare. Ne avevo viste troppe, ed era tempo che le cose si mettessero bene anche per me.
Insomma, mi aspettavo che dai cespugli sbucasse tutt’a un tratto Vipera. Vipera che mi diceva: «Veramente pensavi fossi morto? Io, divorato da un Vermone? Io? Ahahah».
E magari qualcosa di anche più audace, tipo: «Io i XII me li mangio a colazione».
Qualcosa insomma che stemperasse l’atmosfera cupa e disfattista che da troppo tempo mi regnava intorno. Quindi ero ottimista. Quei fruscii erano prodotti da Vipera. Il bricconcello voleva mettermi paura.

Di paura, come ho detto, ne avevo anche troppa. Non di Gabrièl, intendiamoci. Dei XII avevo scoperto le cose più mostruose, e il sogno che avevo appena fatto – se poi era veramente un sogno – lasciava intuire aspetti anche peggiori. Inoltre ero venuto a conoscenza di fatti tremendi.
Erano solo accenni, per ora, ma mettevano i brividi.

Tanto per cominciare c’era un nome. Lisa Mannetti. Sa un po’ di Stati Uniti, vero? Infatti è americana, vincitrice del premio Bram Stoker. Cosa c’entrava con i XII? Più di quanto possiate immaginare. Al punto che, tramite la rete, ero stato minacciato da Bonfanti in persona.
Questa notizia non s’ha da dare mi aveva detto. E se la frase in questione suscita in voi lontani ricordi scolastici non vi stupite: d’altronde, Bonfanti è di Lecco.
Pareva quindi, pareva, che la Mannetti e XII stessero preparando qualcosa insieme. Girava voce che Edizioni XII avrebbe pubblicato il romanzo vincitore del premio Stoker.
Poi c’era anche l’ansia per la nascita imminente (secondo la mia fonte, il 26, novilunio di ottobre) del magazine Maman Brigitte. Non avevo ancora notizie precise al riguardo, ma quel poco che sapevo mi aveva gelato il sangue.
Non era finita qui. C’era anche la questione della notte zombi e di questo autore misterioso, Ian Delacroix, che a quanto si diceva era in grado di evocarli. Ci mancavano solo gli zombi.
Mi figuravo già in fuga, inseguito da un esercito di ululanti morti viventi.

Ma nonostante tutto, non credevo che Gabrièl esistesse veramente. Suvvia. Una cosa è credere ai vermi giganti, agli Ultracorti saporiti e alle profezie Maya (per non parlare degli zombi. Io, personalmente, ci ho sempre creduto), ma tutt’altra cosa è credere ai…
Dài su, va bene la sospensione dell’incredulità, ma non esageriamo.
Non ero mica stupido.

Insomma ero lì che aspettavo di capire chi fosse a fare tanto rumore, nel bel mezzo della notte, nel bel mezzo di un bosco, quando tutt’a un tratto si levò nell’aria una musica.
Una musica d’organo. Anche carina se devo dire la verità. Una sorta di Allegretto.
Mi diressi verso il punto da cui sembrava provenire il suono, e fu allora che vidi.
Mi stropicciai gli occhi.
Opporca!
Non potevo crederci. C’era per davvero un organo, munito per di più di canne alte e robuste, e se vi pare una cosa pazzesca aspettate di sentire il resto.
Chi suonava, tutto concentrato, era un persiano. No, non un arabo. Un gatto.
Un gatto nero.
E poi comparve lui. E a scapito della dignità non vi nascondo che fu arduo non farmela addosso.

Si muoveva leggero come se volasse. Alto e pallido, capelli nerissimi. Vestito tutto pizzi, e ogni tanto si divertiva a ravvivare i polsini merlettati. Una sorta di Nick Cave del Settecento.
«Sono venuto in risposta alle tue preghiere», disse.
Preghiere?
«La vita non ha più significato ormai, non è vero? Il vino non ha sapore, il cibo ti disgusta solamente…»
In effetti il vino non ha sapore, se non lo puoi bere perché sei in fuga da una banda di editori-sacerdoti maya-e chissà quant’altro. Il cibo mi disgustava? Ma no: Ultracorti bruciacchiati, zanzare morte e radici coperte di terra erano una prelibatezza.
Ancora non capivo dove quella strana creatura volesse arrivare.
«Posso darti un’altra vita. Una che nemmeno immagini. Le malattie e la morte non potranno più toccarti. Non avere paura, Luis, io ti darò quella scelta che a me non fu mai data».
Evidentemente mi aveva scambiato per un’altra persona.
«Scusi se la interrompo, ma io non mi chiamo Luis».

Fece un gesto (abbastanza plateale), come a dire che la cosa non aveva importanza. Il gatto intanto ci dava dentro con l’organo. La situazione era abbastanza paradossale, ma non ci feci caso. Ero terrorizzato. La creatura che mi parlava ripetendo le battute di un noto film (evitai di farglielo notare per non passare da cafone), era Gabrièl.
«Dato che posso scegliere, la ringrazio per aver pensato a me ma preferirei evitare. Un’altra volta senz’altro, ma adesso non è proprio il caso» risposi con voce tremante.
Lui buttò indietro la testa, come se la cosa lo divertisse.
Gli scappò una risata particolarmente teatrale, e disse: «Oh Luis, Luis. Sei così prevedibile, amico mio».

Ormai avevo rinunciato a fargli capire che non mi chiamavo Luis. Poi tutt’a un tratto cambiò atteggiamento. Liquidò la questione in maniera spiccia: «Come ti pare. Tanto ti mordo lo stesso, così impari a non aver mai partecipato a ULAM».
Tornò immediatamente ai suoi modi melliflui. Si muoveva come se danzasse sulle note dell’organo (notai che il gatto ora suonava con una sigaretta accesa in bocca), e anche la voce in qualche modo seguiva la musica.
Mi volteggiò intorno facendomi girare la testa. Sentivo l’impulso irrefrenabile di andare da lui. Lo vedevo avvicinarsi lentamente, le labbra schiuse e i denti acuminati che alla luce della luna assumevano sfumature bluastre. Più si avvicinava, più i denti si facevano lunghi. Cominciava ad assomigliare più alla bocca di un barracuda che a quella di un vampiro.

Non m’importava di morire. Era come se avessi tanto sonno e lui fosse il letto su cui sarei crollato.
Ma una cosa m’interessava ancora sapere. Solo una.
«Malapunta… dov’è Perdinka
Gabrièl appariva sfocato mentre scivolavo tra le sue braccia e inclinavo la testa offrendogli di mia spontanea volontà il collo nudo.
«Non lo saprai mai. Sonar finisce qui. Ma una cosa voglio dirtela, come regalo d’addio. Arona lo farà di nuovo. L’ha ammesso lui stesso nell’intervista a Thriller Magazine: «Userò anche “altre” identità». Perdinka non gli serve più. Sai cosa significa? Altri prenderanno il suo posto! E non saprai mai cosa dice Arona di Perdinka nell’intervista a Fantasy Planet. E non è finita: i tuoi sforzi sono stati pressoché inutili, amico mio. È uscita una recensione di Malapunta sul blog Il mondo di Edu. Indovina? Anche qui Perdinka è considerato solo un alter ego di Arona! Per non parlare poi del’articolo di Glauco Silvestri sul blog Stretto in un angolo…»
Non ascoltavo più. Stavo precipitando in un buio dolce. Sapevo che al momento del morso sarebbe arrivato il freddo e la sofferenza, ma non potevo fare niente. La mia volontà era sconfitta.
In quel momento si udì un suono tremendo, assordante. A metà tra ruggito e barrito. Tutt’a un tratto ero sveglio. Feci un balzo indietro. Gabrièl era immobile, fissava qualcosa alle mie spalle. Si era trasfigurato completamente. Il nero della pupilla aveva coperto gli occhi per intero, e la bocca traboccava di lame acuminate.

«Gabrièl!» tuonò una voce alle mie spalle. Mi voltai. Non ero mai stato così felice di vedere qualcuno in vita mia.
Era Fab.
Ansimava per la gran corsa e aveva gli occhi pieni di odio. Gabrièl soffiò nella sua direzione, e Fab barrì/ruggì di rimando.
Io stavo proprio in mezzo e non fu una bella esperienza. Con cautela arretrai fino a ripararmi accanto a un albero.
Loro continuavano a fronteggiarsi.
«E così è vero: adesso proteggi il fuggitivo» sibilò il vampiro.
«Eseguo gli ordini» sentenziò Fab.
«Già. Come tutti», fece ironico Gabriél.
«Igzin! Atollà coto-oletta là!» tuonò a un tratto Fab.
«Cannellon i- sin peribest!» gridò Gabrièl preparandosi allo scontro.

Ero ammutolito. Riconoscevo in quelle nobili parole la dignità di una lingua antica. O forse addirittura aliena.
«Non ti permetterò di fargli del male» ringhiò Fab.
Il vampiro sorrise: «E come intendi impedir»
Tutt’a un tratto sussultò, si portò la mano alla bocca e ci diede le spalle. Notai che aveva dei fremiti. Mi rivolsi a Fabrizio, senza capire. Lui mi fece intendere che sapeva di cosa si trattava. Avanzò fino a Gabrièl, con cautela gli posò la mano sulla spalla.
Il vampiro diede una scrollata, infastidito. Fab indugiò un attimo, poi tornò a posargli fraternamente la mano addosso.
«Tutto a posto? È successo di nuovo, vero?»

Gabriel si voltò e notai che aveva gli occhi pieni di lacrime. Scosse la testa desolato. La bocca era sporca di sangue.
«Dài, non è niente. Sono cose che capitano» lo consolò Fab.
Il vampiro agitò i pugni esasperato, come a dire che succedeva sempre nei momenti meno opportuni.
Avevo capito cos’era successo: si era morso il labbro. Considerate le lame che aveva al posto dei denti, mi sentii sinceramente dispiaciuto per lui.
Fab gli porse un fazzoletto, e Gabrièl, già più tranquillo, ringraziò con un cenno della testa. Poi fece segno anche a me, e io agitai la mano per fargli capire che non c’era bisogno di scusarsi.
Si voltò educatamente ad asciugarsi il sangue.

Fab mi raggiunse. Non era facile guardarlo negli occhi: gli dovevo delle scuse.
«Mi dispiace di aver dubitato».
«No, lo capisco. Anch’io al posto tuo avrei difficoltà a fidarmi. L’importante adesso è»
Fu interrotto da un sibilo agghiacciante.
«Siete morti tutti e due».
Il vampiro si era ripreso.
Era pronto ad attaccare!

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