Sonar 19/9 – 25/9

Dormivo, e stavo facendo un sogno splendido. Ero a casa mia, con i miei amici e la mia fidanzata. Mi stavano festeggiando, ma non era il mio compleanno. Festeggiavano il mio ritorno a casa, dopo aver salvato il mondo dall’apocalisse dodicina.
Sulla parete davanti a me c’era uno specchio. Ci guardavo dentro mentre facevo una foto con Alessandra, e al posto mio vedevo Bruce Willis. È a lui che la mia ragazza stava abbracciata, ed era lui che baciava.
Non ci crederete, ma non bastò a farmi rendere conto che stavo sognando. Proprio per niente. Anzi. Mi congratulai con me stesso per il cambiamento in meglio. Essere diventato Bruce Willis era una bella soddisfazione.
Poi a un tratto la luce calava, la stanza diventava cupa come se a illuminarla fossero un paio di candele.
Alessandra scomparve, e al posto dei miei amici c’erano altre facce. Occhi minacciosi che mi fissavano. Tra di loro vidi una maschera di Dart Fener.

Entrò un cameriere. Non ero più a casa mia, ma in una sorta di trattoria o ristorante. Cominciò a prendere le ordinazioni. L’accento era del nord, per essere precisi era proprio milanese.
Ero finito alla cena ufficiale di Edizioni XII. Nella tana del lupo.

Riconobbi Daniele Bonfanti, e vidi le anime dannate intrappolate nelle sue pupille. Mi parve di scorgere Vipera tra loro, ma subito pensai di essermi sbagliato.
Vidi Strumm, sentii la leggendaria risata satanica di Alessio Valsecchi, e vidi anche Fabrizio. C’era pure lui. Sussurrava qualcosa al suo vicino di tavolo. Un uomo con la testa china e i capelli che cadevano davanti. Non riuscii a vederlo in faccia. Era strano, aveva le braccia dietro la schiena, e a un certo punto intuii che era legato.
Non ci misi molto a capire che doveva trattarsi di Morgan Perdinka. Il Perdinka di Malapunta, il povero autore da tutti ritenuto morto suicida e in realtà rapito dai XII e tenuto nascosto chissà dove, forse sulla sua stessa isola. Vittima di un complotto architettato dai dodici che andava avanti da anni (ricordate, vero, l’intervista del 2004 di cuI vi parlavo nello scorso Sonar?) e che in tanti contribuivano a tenere in piedi, condannando il povero Morgan all’oblio.
Come la recensione di Libri da leggere, che attribuiva ancora una volta il libro a Danilo Arona: “… qui non c’è Perdinka, c’è solo Arona e c’è il suo orrore scientifico”. E non contento rincarava la dose più avanti: “Questo è Malapunta e questo è Danilo Arona”.
O come l’articolo di Alessandro Girola su Il blog sull’orlo del mondo, che definisce Perdinka “alter-ego” di Danilo Arona.
Ancora la vecchia storia. Voi, fedeli lettori di Sonar, ormai sapete che sono tutte balle.
Ma la verità non può rimanere nascosta. Non finché ci sono io. Non finché ci sarà Sonar!
Accanto allo sconosciuto, che io supponevo fosse Perdinka, c’èra un altro tipo strano. A un tratto scattò in piedi, e vidi che aveva le labbra bianche. Poi mi chiese in un sibilo: «Sai dirmi a che ora è la mezzanotte del secolo?».
«Sei Samuel Marolla, non è vero?» mi sorpresi io.
Il suo viso non fece una piega, ma il corpo cominciò a tremare. Fu uno spettacolo orribile. Lo stomaco si gonfiava e si sgonfiava, le spalle facevano su e giù.
Capii che era il suo modo di ridere.
Era lui l’autore del momento, quello di cui si parlava ovunque. Sonar stava scoppiando per tutte le segnalazioni che lo riguardavano.

Fantasy Magazine e Pegasus descending segnalavano il suo racconto inedito La Cosa sulla Queen Anne’s Resurrection, pubblicato sul Posto nero. Fantascienza.com poneva l’accento su Milano, scenario e forse vera protagonista de La Mezzanotte del Secolo.
Fabrizio mi aveva detto che questo libro era un codice. Quali effetti poteva avere sulla gente? Nefasti, senz’altro tremendi. Ed era forse per questo che Edizioni XII aveva autorizzato addirittura l’uscita del racconto teaser gratuito in epub, di cui parlavano Matteo Poropat in Aspettando la mezzanotte con l’ebook di Samuel Marolla, e Gianluca Santini nel blog Nella mente di Redrum. Pare che in questo racconto inedito, ci sia la chiave per collegare Malarazza (la raccolta che uscì per Mondadori nel 2009 consacrando Marolla come uno dei nuovi grandi dell’horror) e La Mezzanotte del Secolo. Forse è proprio partendo da questa chiave che si può tentare la decrittazione…

Fremevano, i dodici. Volevano che l’orrore avesse inizio il prima possibile. Volevano passeggiare per la strada tra masse di gente in preda al panico.
E la cena era un modo per festeggiare l’avvento dell’apocalisse. La fine che incombeva.
Sulla parete si formarono delle immagini orribili. Vidi un ospedale, poi la mano di un essere che di certo non era vivo, poi una città – Milano – la cui aria era rarefatta di spiriti.
Stavo guardando il delirante booktrailer di La Mezzanotte del Secolo, realizzato da RossoNotte.

Samuel Marolla continuò a ridere senza rispondere alla mia domanda. Poi disse: «E tu, tu sei il fuggitivo».
Finora ero stato tranquillo perché non potevano riconoscermi. Non avevo più le mie vecchie sembianze, adesso ero Bruce Willis (e da Bruce Willis, credetemi, avevo molta meno paura di fronteggiare i XII).
Tornai a guardare dentro lo specchio. O mamma. Ero tornato me. Feci un disperato tentativo di assumere l’espressione sfrontata e sicura di sé di Bruce Willis, ma non faceva lo stesso effetto.
Ero nei guai. Guai seri. Cavoli amarissimi.

Il cameriere con il suo blocchetto e la penna attendeva che Luigi Acerbi, che da poco aveva inaugurato il suo nuovo blog, ordinasse. A vederlo sembrava un semplice cameriere nel pieno delle sue funzioni, ma osservandolo attentamente si potevano distinguere le goccioline di sudore sulla fronte e il tremito delle gambe.
Stava servendo i XII, e di certo era al corrente che di solito, alle loro cene, era proprio il cameriere a fungere da dessert.
Poi ne riconobbi un altro. In realtà non fu facile, perché aveva la pelle tendente al verde e una strana peluria da bruco gli cresceva sulla fronte. Io l’avevo visto in foto, quando sfoggiava una bella barba folta (che sul mio viso, ahimè, non sarei mai riuscito a far crescere) e aveva un sorriso aperto.
Ma questo era il volto che aveva molto tempo prima.
Quando ancora non si era immerso nella traduzione de I vermi conquistatori.
Era Luigi Musolino. Il suo racconto Nei loro templi oscuri era stato scelto da Bonfanti per il secondo e atteso numero della rivista telematica gratuita Chimera, insieme al saggio di Roberto Bommarito sulle origini dei petroglifi neolitici.
Era Musolino, e si stava trasformando a sua volta in un Vermone. Fu un duro colpo per me. Non nascondo che avevo sperato potesse diventare mio alleato.

«Non lo deve sapere nessuno», gli stava dicendo Bonfanti, riguardo alla recensione di Horror Magazine su I vermi conquistatori.
«Sempre che non finisca su Sonar» rispose Musolino.
Non appena pronunciò la parola Sonar, le fiammelle delle candele sfavillarono come se fosse entrato il vento, e le pareti si riempirono di ombre spaventose. Quando tornò la calma mi resi conto che gli occhi di Daniele Bonfanti erano iniettati di sangue.
«No, stavolta non credo», disse, e poi si voltò verso di me.

Sentii un gelo terribile. Il mio corpo s’intorpidì e mi venne un gran sonno. Mi stava risucchiando dentro le sue pupille, insieme con le altre anime dannate, dove avrei ritrovato – forse – anche il povero Vipera.
E poi ci fu un’esplosione e il soffitto ci crollò addosso. Mi ritrovai seduto, tutto coperto di polvere bianca. Sul tavolo c’erano mattoni e piastrelle spezzate, e un uomo in piedi, in tuta mimetica, con un enorme fucile in braccio.
Vipera!
«Tzè, i dodici», disse con una smorfia di sdegno.
David Riva fu il primo a riaversi dalla sorpresa. Si alzò di scatto gridando: «Sei finito, Vipera!», e poi spalancò la bocca come se fosse di gomma. E dal fondo della gola vidi emergere un cannone munito di decine di piccole canne pronte a far fuoco.
Ma Vipera non gliene diede il tempo. Un attimo dopo nella saletta privata scoppiò un inferno di piombo.
Riuscii a vederne cadere solo uno, e ovviamente si trattava del cameriere, poveraccio, tutto crivellato dai proiettili.
Mentre con una mano si occupava di saturare l’aria di pallottole, Vipera con l’altra mi afferrò e mi lanciò fuori dalla sala. Mi seguì subito dopo e chiuse la porta, bloccando le grandi maniglie con un vassoio.
Poi mi guardò e scoppiò in una risata folle.

«Si sono riuniti tutti quanti per festeggiare Arkana, l’ebook gratuito di autori internazionali curato da Manzetti e Bonfanti. Tanti dei dodicini che hai visto dentro si sono occupati delle traduzioni. La torta dovevi essere tu, ma gli abbiamo appena rovinato il finale».
«È il momento! Diamo fuoco al locale mentre sono intrappolati dentro!»
Vipera mi rivolse un sorriso triste, e allora non so perché ma capii che non sarebbe servito a niente perché era solo un sogno.
I dodici spingevano le porte, lanciando strilli tremendi che associai alle orde demoniache de La corsa selvatica di Riccardo Coltri.

Vipera non sarebbe riuscito a tenerli a freno ancora per molto, e nonostante ormai sapessi che stava accadendo solo nella mia mente, ero lo stesso terrorizzato al pensiero di finire in mano loro.
«Ti rivedrò?» chiesi all’uomo che avevo visto morire e che tuttavia tornava a salvarmi anche in sogno.
Lui ebbe solo il tempo di pronunciare: «Lucifer 2012», qualunque cosa significasse. Poi la porta venne giù. Vipera provò a scansarsi ma non fece in tempo. I XII lo afferrarono.

Preferirei non raccontare ciò che vidi. Ma ho delle responsabilità verso questa rubrica, e quindi lo farò. Immaginate, mentre leggete, che in basso a sinistra del vostro campo visivo compaia un bollino rosso. Da questo momento in poi la lettura è riservata ai soli adulti.

Fu veloce, eppure sembrò durare un’eternità. I dodici lo investirono come se fossero un unico essere. Io stesso non riuscivo più a distinguere un corpo dall’altro, vedevo solo capelli, mani, occhi, tutto mescolato insieme. Vipera fu sopraffatto. Li vidi staccargli un braccio come se fosse un biscotto, poi una mano lo afferrò per la testa, le dita penetrarono nella fronte sradicando la calotta cranica. Poi il volto di David Riva (lo riconobbi) incollò l’enorme bocca alla cavità in cima alla testa di Vipera.
Sentii un orribile rumore di risucchio. Gli occhi di Vipera, che fino a quel momento mi fissavano sbarrati, rientrarono con uno schiocco dentro le orbite. Poi la stessa cosa accadde ai denti, all’osso che reggeva il naso e agli zigomi. La faccia di Vipera collassò come un palloncino sgonfio.
Mi voltai e feci per scappare. Mi ritrovai la via sbarrata da Fabrizio.
Ebbi il tempo di urlare «No», poi il collo di Fabrizio si stirò in avanti e sentii lo scatto della mandibola sul mio viso.
Mi svegliai.

Il suolo tremava. Niente di preoccupante, era solo il russare di Fab che mi dormiva accanto. Era ancora notte, e tutto sembrava tranquillo. Il rumore del fiume a poca distanza mi aiutò a rilassarmi.
Era stato un incubo spaventoso. Ma mi resi conto che era stato anche necessario.
Ecco cosa rischiavo a mettermi contro i XII. Ecco cosa il mondo, tra breve, si sarebbe trovato ad affrontare, se non avessi fatto qualcosa per impedirlo.
Sapevo che non era stato solo un incubo, e sapevo che loro si sarebbero ritrovati veramente a cenare insieme, in una lugubre sera d’ottobre, e che avrebbero brindato con calici grondanti sangue alla mia imminente distruzione.
L’incubo mi diceva anche qualcos’altro. Mi diceva non ti fidare.
Mi diceva che Fab avrebbe preso parte alla cena. Ma in che modo? Da mio alleato, o da confratello dei dodici?
Non potevo rischiare, quindi feci ciò che pensavo fosse giusto. Raccattai il mio portatile e mi allontanai in silenzio.

D’ora in poi avrei continuato da solo. Fab aveva parlato di un treno da prendere. Bene, avrei cercato la stazione. Credevo di sapere a chi chiedere aiuto, e sperai che il treno mi conducesse da lui.
Non fu facile lasciare Fab, ma non ebbi scelta. Era pur sempre un dodicino.
Camminavo da circa mezz’ora, pensando alle ultime, strambe parole di Vipera nel sogno: “Lucifer 2012”, quando sentii qualcosa.
Un sibilo. Qualcuno che sussurrava il mio nome. Pensai di essermi sbagliato, ma poi lo sentii di nuovo.
Pensai con un brivido a Gabrièl, ma poi mi dissi che era impossibile che mi avesse già trovato.
Un rumore alle mie spalle. Chiunque fosse, era dietro di me.
Ero disarmato. Vipera era morto e Fabrizio russava a mezz’ora di distanza.
Mi voltai.

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