Sonar 12/9-18/9

Balzammo fuori e la luce ci accecò. Rimanemmo con gli occhi chiusi, immobili. Non c’era un attimo da perdere, eppure non potevamo muoverci.
Non era calcolato. Non ci avevamo pensato finché stavamo dentro la bocca del Vermone. Ancora gli occhi facevano male e le zanzare ci avrebbero attaccato da un momento all’altro. Avevamo deciso di morire combattendo, ma sembrava invece che ce ne saremmo andati nel modo peggiore: senza nemmeno vedere da che parte giungeva il nemico.

Poi il dolore si attenuò. Riuscimmo a sollevare le palpebre. Ci guardammo intorno con occhi da pipistrello assonnato.
Gli alberi, i cespugli, la terra. Ma soprattutto l’aria fresca. Era il paradiso, a un attimo dall’inferno.
Fabrizio si mise in posizione. Ginocchia leggermente abbassate, gambe larghe, testa incassata tra le spalle a scrutare il cielo. Attendevamo lo sciame.

C’erano solo nuvole. Belle, soffici e bianche. Delle zanzare neanche l’ombra.
Fab si toccò gli angoli della bocca facendomi segno di non gioire. Tanto non avevamo scampo, le zanzare erano lì da qualche parte. Cosa aspettavano non riuscivamo a immaginarlo, ma sarebbero comparse a momenti e per noi sarebbe stata la fine.
Eppure il tempo passava e non si sentiva nemmeno un ronzio. L’unico rumore a parte il cinguettio dei passeri era quello dell’acqua del fiume. E dopo giorni e giorni rinchiusi nello stomaco puzzolente del verme vi assicuro che avevo una gran voglia di tuffarmi dentro e bere tutta l’acqua che potevo.

Finalmente Fab ruppe il silenzio.
«Non è possibile. Niente può fermare le maledette zanzare. Dove sono finite?»
Ebbi un tuffo al cuore.
«Forse i dodici mi hanno perdonato!»
Fab fece una risata amara e sarcastica.
«Dio perdona, i dodici no!».
La situazione era talmente irreale che non pensavamo nemmeno più a scappare. Le zanzare avrebbero dovuto attaccarci, e invece non c’erano.
Poi alle nostre spalle, tutt’a un tratto, sentimmo un ronzio.
«Eccole, maledette!» gridò Fabrizio, voltandosi all’improvviso con i pugni già pronti (a cosa servissero i pugni contro le zanzare è una domanda che ancora adesso mi tormenta).
Eccole, sì.
Anzi, eccola.

Era una sola, volicchiava sbandando di qua e di là come se avesse succhiato il sangue di un ubriacone. Arrivò davanti al naso di Fabrizio, decisa nonostante la debolezza a pungerlo.
Notai una metamorfosi nel mio compagno.
Fabrizio, come ho già detto, è molto buono, a parte quando ha fame. Sono convinto che nella sua vita non abbia fatto mai del male a una mosca. Non è come il compianto Vipera, leale sì ma anche freddo e spietato.

Di Vipera avevo saputo che era stato addirittura un cavaliere templare. Un guerriero talmente astuto e capace che alla sua morte, durante la seconda crociata, gli alieni lo avevano rapito per duplicarne il dna. Così Vipera era risorto, e aveva potuto combattere anche la terza, la quarta e tutte le altre.
Non si era fatto mancare una battaglia. Prima guerra mondiale, seconda guerra mondiale, perfino il Vietnam. Fino al secolo scorso, ogni volta che moriva scendevano gli alieni a duplicarlo. Dagli anni quaranta in poi, una volta imparata la tecnica, Vipera prese a duplicarsi da solo.
Si diceva perfino che la figlia del capo alieno si fosse innamorata di lui, Vipera avrebbe potuto abbandonare la millenaria carriera di guerriero e dedicarsi all’amore, ma il suo sangue era quello di un combattente, perciò fece una copia di sé e la regalò all’aliena, e adesso da qualche parte nell’universo il doppio di Vipera governava un altro mondo.

Tutte queste cose me le aveva raccontate Fabrizio. Se ci credevo? Certamente. Ormai ero pronto a credere a tutto.

Come dicevo, Fabrizio non era come Vipera. Era buono. In un recente articolo, Gianluca Santini, parlando di Diario Pulp sul blog Nella mente di Redrum, cita le parole dello scellerato Sellero: “È lavoro, a chi tocca…”.

Fab non la pensava così. E infatti quando vide la zanzara moribonda tentare di pungerlo, si commosse. Era già pronto ad afferrarla e schiacciarla, ma invece rimase immobile, con le lacrime agli occhi, incoraggiando la zanzarina a colpire.

«Dài, ce la puoi fare. Dài, un po’ più a sinistra».
La zanzarina doveva essere ormai cieca, avanzava a scatti, a zig zag, e si sentiva chiaramente del catarro nel suo ronzare.
Fabrizio per aiutarla ulteriormente avvicinò di più la punta del naso. La scena era così toccante che anch’io mi feci prendere dalla commozione.
La zanzara riuscì a posarsi sulla punta del naso di Fabrizio.
«Brava! Dài adesso pungimi!»
«Pungilo zanzarina, dài!»
Stavamo entrambi a incitarla. Fab mi fece segno di non esagerare, lei era debole e aveva bisogno di riprendere fiato prima di colpire.

La zanzara si era seduta. Il minuscolo petto si gonfiava e sgonfiava velocemente. Poi, a un tratto, l’inevitabile.
Emise un rapido «zzz…», chinò il capo, e poi precipitò.
Fabrizio lanciò un grido che ancora mi echeggia nelle orecchie. Si buttò a terra cercando il corpo della povera zanzara tra l’erba.
Gli posai la mano sulla spalla, non c’era più niente da fare, ma lui era inconsolabile.
«Stava per riuscirci! Non può essere morta, non è giusto!»
La trovò. Se la mise sul palmo della mano.
Rimasi a guardare mentre piangeva. Più tardi l’avremmo seppellita sulla riva del fiume, e quella notte Fabrizio in un attacco di fame acuta l’avrebbe riesumata per mangiarsela.
Quest’ultimo dettaglio lo racconto per dovere di cronaca, anche se mi rendo conto che non è gentile nei confronti del mio compagno. Scusa Fab, ma Sonar è Sonar.

E mentre lo vedevo piangere con il cadavere della zanzara in mano, alzai gli occhi sul Vermone che ci aveva fatto da rifugio e feci un balzo indietro per la sorpresa.
E anche per la paura.
Il Vermone non era più lo stesso.
Era molto più grande, e aveva addosso una specie di pelliccia. Poi mi resi conto che non si trattava di peli, erano i corpi di milioni di zanzare che gli stavano appiccicate addosso.
Allora compresi. Le zanzare non riuscendo a colpire noi, si erano accanite sulla carogna del verme.
«Il sangue del Vermone è velenoso. Sono morte tutte all’istante. Tutte tranne la nostra piccola…»
Fabrizio non riuscì a terminare la frase, e ricominciò a piangere.
Con un po’ di fortuna, ce l’eravamo cavata di nuovo.
Ci lavammo nel fiume e ci rifocillammo. Io dovetti mangiare radici ancora sporche di terra, uno schifo, Fabrizio invece… meglio non dirlo.
«Abbiamo un treno da prendere» disse Fab.

«Un treno? Per dove?»
«Si tratta di un treno speciale, e non possiamo perderlo. Entro due giorni dobbiamo essere alla stazione».
«Fab, non sappiamo nemmeno dove siamo!»
«Non ha importanza. Ci sarà pure una stazione da queste parti. Quel treno passa una volta ogni sei mesi. Se lo perdiamo, siamo morti».
«Sai che novità!» dissi io. «Andiamo a Malapunta
«Assolutamente no! Malapunta adesso è fuori questione. Ci fosse stato Vipera magari, ma così è un suicidio».
Fab era così. Ogni due frasi doveva pronunciare un sinonimo di morire.
«A proposito, ho fatto una scoperta curiosa».
«Che scoperta?» domandai.
«Un’intervista che risale addirittura al 2004, fatta da Alessio Valsecchi a Danilo Arona per HorrorMagazine. Dimmi che ne pensi…»
Mi misi a leggere. Mi fermai, come scottato.
I miei lavori hanno sempre avuto necessità di tanta gente, caos e corpi. Qui volto pagina e provo a sperimentare. Questo romanzo s’intitolerà Malapunta“.
«Dice chiaramente di star scrivendo Malapunta».
«Già. Lui e Perdinka sono sempre stati ottimi amici… Fino a Malapunta. Arona voleva essere il solo a gestire il romanzo, ma soltanto Perdinka poteva scriverlo, quindi…»
«Ha atteso che finisse, e poi ha fatto sparire il povero Morgan», conclusi io.
Fab mi guardò con occhi accesi. Ero sempre più vicino alla verità.

«Ho notato che anche Marcello Gagliani Caputo, su Horror.it, parla di Malapunta», aggiunsi.
«Già», Fab fece un gesto di stizza. «Pensavo lui fosse dalla nostra parte, invece anche lui gioca a coprire la verità. Leggi qui: “Il romanzo di Morgan Perdinka, alter ego dell’italiano Danilo Arona”, e poi ecco, “nuovo tassello che va ad arricchire la già folta produzione letteraria dedicata all’Apocalisse”».
«Apocalisse?»
Fab sembrò indeciso su ciò che doveva dirmi.
«Dobbiamo prendere quel treno e fare presto. I XII, Perdinka e Arona. Non si tratta solo di fuga di notizie, capisci? C’è in ballo molto di più».
«La fine del mondo?» balbettai.
Fab annuì.
«Quanto tempo abbiamo?»
A questa risposta, Fab reagì con un sorriso. La verità mi balenò in testa come una sorta di telepatia. Saltai in piedi per la sorpresa. Ma certo, la risposta era sempre stata davanti ai miei occhi. Ai miei e a quelli di tutti i lettori di Edizioni XII.
Ecco il significato di quel dodici.
Il 2012!

Fabrizio intuì che avevo capito.
«Il Monolito, il palazzo della redazione che nessuno nomina più, è un’entità vivente. Secoli fa era un tempio. Ancora prima, si dice, una nave spaziale. Si muove a suo piacimento nel tempo e nello spazio. E i XII sono…»
«… gli ultimi discendenti dei sacerdoti Maya!» conclusi io. Avevo i brividi.
Notai un guizzo strano negli occhi di Fab. Distolse lo sguardo per nascondersi, ma io avevo già fatto due più due. Sono un tipo sveglio, anche se non sembra.
Anche lui era un dodicino. Anche lui suo malgrado era invischiato nel complotto.

«Va sempre peggio!» sbottò a un tratto. Si alzò e diede un calcio a un masso di discrete dimensioni. Il masso si levò in aria, e siccome Fab lo aveva colpito con l’interno del piede, a un certo punto virò a sinistra. Io seguii il volo senza stupirmi. Ormai la straordinaria forza di Fab era cosa nota.

«Continuano a reclutare seguaci. È ricominciato il Karma Tournament, e poi guarda qui: Dietro le quinte. Commenti il racconto di Samuel Marolla e vinci una copia di La Mezzanotte del Secolo. Quel libro è in realtà un codice, e il titolo non è un caso. Mezzanotte, ovvero quando l’orologio segna le 12».
«Stanno tentando di dirci che la fine è vicina».
Fab scosse la testa.
«Quello che davvero vogliono dirci è che saranno loro a calare la scure sul mondo! Poi raccoglieranno i loro proseliti e si trasferiranno su un altro pianeta, per dominare anche quello».
Di nuovo l’illuminazione: «Il pianeta del replicante di Vipera! Ecco perché ha cercato di aiutarmi!».
Fabrizio annuì. Vidi una certa ammirazione nel suo sguardo. Non si aspettava che fossi tanto arguto. Ne presi atto e gongolai.

Notai un’altra iniziativa dodicina: 72 ore, l’occasione per completare la tua collezione XII.
«72, ovvero 12×7», dissi, ormai ci arrivavo da solo.
Fabrizio fece un rapido calcolo con le dita.
«Già, è vero. Non ci avevo fatto caso. Il 12 lo mettono ovunque. Pensa che contano perfino gli anni in multipli di 12».
Lo vedevo scosso, c’era qualcosa che lo turbava più di tutto il resto. Ancora però non voleva dirmi di cosa si trattava.
Si alzò in piedi, nervoso.
Si voltò verso di me, con lo sguardo grave. Parlo tutto d’un fiato.
«Ulam è ricominciato».
Il mio cuore mancò un battito.
«Vuol dire che…»
«Gabrièl è tornato, sì».
D’istinto mi guardai alle spalle. Gabriele Lattanzio, uno dei più oscuri e misteriosi membri di XII.
«Faremmo meglio a muoverci allora. Prendiamo questo treno e mettiamoci in salvo».
«No, sta per calare la notte. È meglio riposare, la strada sarà lunga».
«Vuoi riposare? Con la possibilità che Gabrièl sia già sulle nostre tracce?»
Fab lanciò un’occhiata al sole che tramontava. Presto sarebbe stato buio, e la notte apparteneva a Gabrièl.

«Preghiamo che non sia così», disse. Poi cominciò a raccogliere rami secchi per il fuoco. Mi misi ad aiutarlo. Entrambi pensavamo la stessa cosa.
Avevamo paura perfino a parlarne.

Disteso sul terriccio scomodo, con il ruggito di Fab nelle orecchie (invece di russare, ruggisce. Dice che è per via del leone che ha tra gli antenati), pensai che se Gabrièl fosse arrivato mentre dormivamo, saremmo morti senza neanche accorgercene.
In un certo senso era un pensiero confortante, dopo aver rischiato così tante volte di finire in maniera orribile e dolorosa. Il problema però era un altro.
La morte che ti dava Gabrièl era indolore, ma peggiore di qualunque altra.
Mio malgrado caddi nel sonno.
Gabrièl era sulle nostre tracce, vicino.
Fin troppo vicino.

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