Sonar 5/9-11/9

Non sapevamo dove scappare, eppure scappavamo lo stesso. La nube di zanzare ormai ci era addosso. Cominciavo a non vedere più niente, eravamo nell’occhio del ciclone dello sciame.

Così pensavo. Ingenuo. In realtà non eravamo che alla periferia.

Con un ringhio di rabbia, Fab riuscì ad accelerare. Le pareti nere di zanzare diradarono e per un attimo tornai a vedere alberi e cespugli.
Ero già coperto di punture, faceva male e avevo le guancie rigate di lacrime per il dolore. Mi ero lacerato la gola a furia di urlare e non riuscivo più a emettere suono.
Fab ululava e si scuoteva come un leone ferito. Era la fine. Ci avrebbero prosciugati di tutto il sangue che avevamo. Sarebbe stata una morte lenta e atroce, un po’ come il coraggioso Vipera, sciolto a poco a poco dagli acidi gastrici dei Vermoni.
Che brutto modo di andarsene. Era meglio allora un colpo in testa da Messner. O addirittura finire ucciso da Strumm e soci, quel giorno a casa mia.

Poi tutt’a un tratto sentii Fabrizio che rideva. Era una risata sguaiata, da folle. Pensai che avesse perso la ragione. Cosa importava ormai? Mi dispiacque soltanto che io invece continuavo a rimanere lucido.
«Forse ce la facciamo!» lo sentii gridare.
Aveva visto un lago o qualcosa del genere? E come pensava che un lago potesse aiutarci? Saremmo dovuti restare sotto il pelo dell’acqua per almeno tre giorni nella speranza che le maledette zanzare si stancassero. Lui forse riusciva a trattenere il respiro per tre giorni, ma io no!
E poi ero stanco di soffocare. Duplo, sangue, tirasciatu, avevo rischiato di soffocare non so quante volte nelle ultime ore. Basta.
Chiamatemi pure vigliacco, ma decisi di mollare. Fabrizio si sarebbe tuffato in cerca della salvezza, io sarei rimasto a riva a farmi succhiare via tutto il sangue. Non me ne importava più niente.
Ma la salvezza verso cui correva Fabrizio non era un lago.

Vidi il rottame dell’elicottero. Poi Fab mi mise giù.
La nube arrivava, nera e totale come il Nulla de La storia infinita.
«Non abbiamo un drago volante» dissi a Fab per associazione di idee. Lui non capì ma rispose lo stesso:
«Però abbiamo un Vermone».
E allora compresi anch’io.
Era una grande idea. Fab spalancò con la mano la bocca del vermone morto, mentre un nugolo di zanzare già gli ronzava attorno. Saltai dentro. Lui mi seguì e la bocca si richiuse dietro di noi. Buio. E un attimo dopo il ronzio si fece assordante. Avevano circondato il Verme e cercavano di entrare. Adesso sì che eravamo nell’occhio del ciclone.
«Stai calmo», disse Fabrizio. «Non riusciranno a entrare».

Si sedette nel liquame, tirò fuori il portatile e lo accese. Una pallida luce azzurrina illuminò le viscere del Verme. Se fossi stato solo me la sarei fatta sotto.
Cominciai a rilassarmi. Incredibile, ma anche stavolta ce l’avevamo fatta. Mi appoggiai contro la parete di grasso. Fuori si sentiva ancora il brusio ma ormai non mi faceva più paura. Dovevamo solo aspettare.
«Guarda qui», disse Fab voltando il portatile verso di me.

C’era un articolo di Scheletri.com che parlava proprio delle zanzare, a firma di Marco Montozzi: “… sciamano, ronzano, pungono, le fastidiose e maledette zanzare il cui scopo è ben altro che la semplice molestia dei protagonisti.
Ma dài? Non me n’ero accorto!
«Appena saremo fuori, questo andrà su Sonar», dissi a Fabrizio. Lui mi guardò sorpreso, poi scosse la testa.
«Scordatelo. Non usciremo mai più».
Fui io a sorprendermi.
«Non se ne andranno mai. Rimarranno lì anche per anni, aspettando che tiriamo la testa fuori da questo stomaco verminoso. È finita amico mio, Sonar e tutto il resto. Siamo già morti», spiegò.
«E allora perché cavolo ci siamo rifugiati qui dentro? Tanto valeva rimanere fuori e morire una volta per tutte!»
Lui dissentì con un grugnito: «Odio le zanzare. Meglio morire qui, con dignità, che divorati vivi dagli insetti senza nemmeno poterci difendere. Mettiti l’anima in pace. È la fine».

Si rilassò anche lui contro la parete molle, con un sospiro: «Dio mio che fame che ho. Non è che ti è rimasto un po’ di quel Duplo?»
Da notare, cari amici di Sonar, che aveva ingoiato due filoni al salame nemmeno un’ora prima.
Rimase seduto pochi secondi.
«Ho troppa fame», disse nervoso. Mi lanciò un’occhiata strana che preferii non interpretare, poi si alzò e cominciò a fare avanti e indietro per il lungo stomaco del vermone (o era la trachea?).
Poi si mise a girare in cerchio. Cerchi sempre più piccoli, sempre di più, intorno a ciò che restava di Messner. Poi si fermò a fissarlo. Poi lo afferrò, lo inzuppò ben bene nel liquame, tirò fuori un accendino e gli diede fuoco. Le fiamme si levarono belle alte, tanto che ebbi paura. Volevo chiedergli spiegazioni, ma tanto non mi avrebbe risposto. Era troppo preso da Messner che bruciava e si anneriva. Quando fu abbastanza cotto, lo spinse nella melma con lo scarpone, soffocando le fiamme. Infine si chinò, gli tastò il braccio, scosse un po’ la testa come a dire: “Non è il massimo ma può andare”, e infine affondò i denti.

Mi ricordò – con le dovute distanze – i tempi in cui stavo ancora sull’Etna e mi nutrivo di piccoli, malefici Corti arrostiti. Prima di impazzire per la fame, Fabrizio mi aveva accennato di una nuova, terribile specie di Corti che Raffaele Serafini stava finendo di assemblare nei segreti e polverosi laboratori delle Edizioni XII: i Corti Viventi!

Io dal mio angolo sentivo tutti i rumori non particolarmente piacevoli della bocca di Fab che succhiava, masticava e assaporava muscoli e tendini arrostiti. Rosicchiò un po’ l’osso, poi si accorse di me.
«Scusami. Ne vuoi un po’?» offrì tendendomi la mano di Messner.
Scossi la testa cercando di rifiutare il più gentilmente possibile. In una situazione simile, davanti a un omone del genere, avrei voluto vedere voi a predicare contro il cannibalismo.
Fab sembrò dispiaciuto.
«Se David sapesse…» aggiunse, mentre spezzava le costole come fossero stuzzicadenti per poi tirar fuori i polmoni. «Ah, questo si è cotto proprio bene!» apprezzò, porgendolo per farmelo annusare.
Ebbi un conato. So che non passa puntata di Sonar senza che io vomiti, ma mettetevi nei miei panni, per la miseria!
Comunque, Fabrizio divorò il povero Messner in dieci minuti. Non lasciò nulla, anzi solo la punta delle dita perché diceva che mangiare le unghie non è igienico. Mi rimproverava sempre quando rosicchiavo le mie.
Poi, sazio e soddisfatto, venne a sedersi vicino a me.

«Mi chiedevi di Malapunta» cominciò. «A questo punto potrei anche dirti tutto. Tanto da qui non usciremo mai».
Sembrava provare un certo godimento a ripeterlo tutte le volte. Ricordando che anche quando precipitavamo con l’elicottero sembrava eccitato, cominciai a sospettare che la sua personalità fosse un tantino morbosa. Giusto un po’.
«Allora mi dirai la verità?»
«Forse. Più tardi. Vedremo». Sul momento non capii perché mi facesse aspettare ancora. Presto purtroppo sarebbe stato fin troppo chiaro.

Aveva di nuovo il portatile in mano. Rise tra sé, amaro. Poi mi mostrò.
«Ormai quasi nessuno crede più che Perdinka sia un personaggio inventato» commentò, indicando un articolo di Horror Magazine: “l’enigmatica figura dello scrittore Morgan Perdinka morto suicida a Milano nel 2007. L’articolo presentava addirittura un racconto scritto da Danilo Arona, un teaser di Malapunta tratto da L’estate di Montebuio, in cui Arona narrava di un week-end trascorso nel 2002 dallo stesso Morgan Perdinka presso la stessa villa descritta nel romanzo; quella dove giungerà nel 2003 il protagonista di Malapunta.
Incredibile! Quindi Morgan Perdinka a Malapunta ci aveva vissuto davvero! Che fosse ancora nascosto là?
«Quasi?» domandai.
«C’è ancora chi sta al gioco», spiegò, mostrandomi stavolta un articolo di Ver Sacrum: “Sotto il nome di Morgan Perdinka, (…)  – secondo la fittizia biografia morto suicida nel 2007 – (…) si nasconde in realtà il maestro del fantastico italiano Danilo Arona”.

Poi mise da parte il computer. Era di nuovo nervoso.
«Che fame! Senti, d’altronde non usciremo vivi da qui, te l’ho detto… uno di noi dovrebbe sacrificarsi, capisci? Dovremmo farlo in maniera onesta, uno scontro leale, senza armi. Chi sopravvive, mangia l’altro. Che ne dici? Se ci stai, io ti racconto la verità su Malapunta».
Ecco cosa significava quel forse poi vedremo. Era serio? Uno scontro leale, quando gli era bastato darmi una pacca sulle spalle per provocarmi una lussazione?
Notai che mentre mi guardava faticava a tenere a freno la salivazione.
«Hai le braccia cicciottelle», disse. Un velo gli calò sugli occhi e compresi che non era più in grado di ragionare.
«Stanno entrando! Le zanzare!» gridai. Lui si voltò di scatto, ovviamente non era vero.
Un secondo dopo tornò a guardarmi ma io non c’ero già più.

C’è chi dice che il destino degli uomini è segnato e non si può cambiare. Forse ha ragione, e io ero destinato a soffocare in qualche modo. C’era un solo posto in cui nascondersi dentro la pancia del vermone, ed era sotto la melma. Me ne stavo lì, trattenendo il fiato più che potevo, e quando proprio stavo per scoppiare facevo emergere le labbra e prendevo un po’ d’aria sperando che Fab non se ne accorgesse. Emergevano anche le orecchie, e lo sentivo sguazzare nel liquame, cercandomi e ringhiando: «Dove sei? Vitellino succoso, dove sei?».

Tornai sotto la melma, di nuovo a trattenere il respiro. Per distrarmi cercai di pensare al passato. La mia casa, la mia ragazza, i miei amici, e Chi l’ha visto?, il mio programma preferito di cui per fortuna non avevo ancora perso puntate perchè era in pausa estiva.
Ma per quanto cercassi di pensare a tutte queste cose piacevoli, e per quanto odiassi XII, c’era solo una cosa che mi veniva in mente. Samuel Marolla aveva appena annunciato per l’equinozio d’autunno il suo nuovo libro: La Mezzanotte del Secolo (titolo più figo non poteva trovare), edito proprio da chi mi voleva fare la pelle, sì, sì, loro. I XII!
Stavo per morire, non c’erano più speranze. Digerito nello stomaco di Fabrizio, o morto di fame nello stomaco del vermone, o strizzato dalle zanzare, in ogni caso non avevo via d’uscita. Avrei comunque fatto la fine di un piatto di spaghetti alla carbonara. Non avrei mai letto La Mezzanotte del Secolo e credetemi, nonostante l’odio verso i dodici, mi dispiaceva un bel po’. Specie dopo aver letto il suo racconto La Cosa sulla Queen Anne’s Resurrection.

Ero ancora sotto la melma, stavo resistendo più del solito ed era anche normale, visto che nell’ultimo periodo mio malgrado mi ero allenato parecchio. A un tratto con la mano sfiorai qualcosa. Lo tastai nell’oscurità del liquame: era proprio ciò che sembrava, un fucile. Non un fucile qualunque. Mi scappò un singhiozzo sub-melmoso quando mi accorsi che era l’arma di Vipera. Allora era davvero lì, mezzo digerito, da qualche parte. Non avrei permesso a Fab di trovarlo e mangiarselo, non Vipera. Strinsi il fucile al petto e saltai fuori dall’acqua come Jason Scott-Lee in Dragon – La storia di Bruce Lee, quando fracassa di botte il fratello del tizio che aveva fracassato di botte in precedenza.

Fu allora, mentre sputavo il liquame che avevo in bocca e puntavo l’arma, che tutta la rabbia accumulata sbollì di colpo. Fab non badava più a me, non si era nemmeno accorto che ero ricomparso.
Era troppo occupato a mangiare. Non trovando di meglio, scavava nelle pareti del vermone e divorava il grasso. Aveva il viso ricoperto di roba viscida e rosea, che sembrava budino. Abbassai il fucile. Non potevo uccidere Fabrizio. In fondo era buono, mi aveva salvato dalle zanzare quando avrebbe potuto lasciarmi a terra. Aveva solo questo piccolo problemino della fame che gli faceva perdere la testa.
In quel momento lui si voltò a guardarmi. Intuii che stava per chiedermi scusa.
E fu proprio allora che rimasi fulminato da un’idea geniale.

«Siamo salvi!» gridai. Lui ovviamente pensò che fossi impazzito. Cercai di spiegargli cosa dovevamo fare per uscire da lì incolumi, ma la cosa dapprincipio non lo convinse.
Dovetti dargli una dimostrazione pratica. Per quanto mi facesse schifo, presi un po’ del grasso granuloso della parete e me lo appiccicai in faccia.
«Se usciamo con questo addosso, non riusciranno a pungerci».
Gli occhi di Fab s’illuminarono.
«Diamine, siamo salvi!»

Ci cospargemmo di grasso rosa fino a sembrare due paffuti coniglietti di Pasqua. Eravamo pronti. Ma proprio in quel momento la realtà prese a pugni i nostri sogni di riuscire a cavarcela. Il grasso non reggeva. Si staccava a pezzi lasciando indifese ampie porzioni dei nostri corpi.
Fu dura per me ammettere che il piano era fallito ancor prima di metterlo in atto.
Fabrizio tirò un gran respiro: «Facciamolo lo stesso. Avevi ragione tu, se dobbiamo morire, che sia con onore».
Sì. Ero d’accordo. Saremmo andati incontro alla morte con un sorriso di sfida. Come Vipera. Proprio come fanno gli eroi.
«Oh, a proposito… sai poi chi ha vinto il NeroPremio?» disse a un tratto.
Questa m’interessava. Mi rendo conto che in quel momento era un po’ fuori contesto, però il Neropremio l’avevo seguito dall’inizio quindi ero curioso.
«Attilio Facchini».
«Ma dài! Bè, bravo lui, mi ricordo un paio di suoi racconti in USAM…»
Chiacchierammo un po’ delle capacità narrative di Facchini, poi ci ricordammo che avevamo un appuntamento mortale con un paio di zanzare.

Fabrizio infilò la mano nella funcia (in dialetto siculo rende meglio) del Vermone, pronto a spalancarne le fauci. Fra poco avrei respirato di nuovo l’aria fresca, almeno finché le zanzare non ci fossero piombate addosso.
Fabrizio cominciò a contare. 1, 2…
Al 3 fummo abbagliati dalla luce del sole.
Una giornata splendida per morire.

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