Sonar 29/8-4/9

Un aereo. Fu un enorme aereo che all’improvviso ci capitò davanti. Tentai di gettarmi sui comandi, tentai di sterzare sebbene non sapessi esattamente come si faceva.
Tentai con tutte le mie forze nonostante il peso che mi tratteneva al mio posto, mentre Fabrizio continuava a dormire come niente fosse.
Ricordo il rombo che ci sovrastava.
Ricordo che pensai stupidamente al clacson.
Poi ci fu lo schianto.

L’elicottero fu praticamente scagliato via. Non potevo ancora saperlo, ma un’ala dell’aereo aveva tranciato il palo delle eliche. Eravamo sopra le montagne, chissà in quale zona d’Italia, rinchiusi in una scatola di lamiera che girava su se stessa precipitando senza controllo.
Artigliai i braccioli del mio sedile. Tutt’a un tratto era chiaro il perché non avessi potuto raggiungere i comandi. In effetti, se magari avessi sganciato la cintura di sicurezza…
Il panico fa questo e altro. Attendevo la morte con la nausea e le vertigini. E fu proprio allora che Fabrizio si svegliò.

Immaginatevi l’elicottero che precipita con questo fischio intermittente fastidiosissimo che spaccava le orecchie, con le pareti di roccia che correvano da tutti i lati fuori dai finestrini, e Fabrizio che si scuote lentamente, si schiarisce la voce, poi apre gli occhi, lo sguardo si acciglia per un attimo, si volta verso di me e dice, per giunta con il tono un po’ seccato: «Ma stiamo precipitando?».
Fu in quel momento che incominciai a urlare.
Gridai forte come mai in vita mia (sospetto che aver smesso di fumare abbia avuto il suo peso). Fu un unico urlo ininterrotto, da far invidia a un (tenore? Magari!, era più da) soprano. E intanto sentivo che anche Fabrizio urlava.
Solo, in maniera un po’ diversa.
«La vedo! La vedo! Ecco la morte!»
Se devo dire la verità, sembrava un po’ eccitato. Dico un po’ perché non vorrei che si offendesse.
E poi fu il buio.
Finalmente, aggiungo.
Era stato estenuante, sembrava che la caduta non finisse mai. Ci fu uno schianto, forse. Non so, non ricordo nulla.
So solo che stavo urlando, e poi tutt’a un tratto questa pece densa, il silenzio e nemmeno un sogno.
Capii che ero morto.

Non esistere non è così tanto male. Fa più paura a pensarlo che a viverlo (“vivere” forse non è il verbo più adatto).
Non m’importava di niente, non avevo freddo, non avevo caldo. Non pensavo nemmeno.
Forse alla lunga sarebbe potuto addirittura diventare noioso, non lo so, non ebbi il tempo di scoprirlo.
Di colpo, da qualche parte si accese una luce.
Era proprio la luce di cui si sente tanto parlare. Quella che attira i moribondi. Mi scaldò e mi fece venire voglia di raggiungerla.
Questo per la verità mi diede un po’ fastidio. Per una volta che mi sentivo in pace e non desideravo niente, ecco che spuntava un altro obiettivo da raggiungere.
Tesi le mani e al chiarore della luce riuscii a vedere le mie dita. Erano un po’ più pallide di come ricordavo, e nonostante non potessi essere più dentro al mio corpo, le unghie erano smangiate.
Non ebbi tempo di dedicarmi a questa contraddizione, perché ormai la luce si era presa tutta la mia attenzione. Volevo solo raggiungerla al più presto e perdermi in quel calore meraviglioso.
A un tratto, dentro la luce, vidi un angelo.

Credetemi, fu forse il momento più bello della mia vita. Dopo tanti anni passati a sbattere la testa tra verità e menzogna, ecco finalmente qualcosa di puro, di buono. Qualcosa di cui fidarmi incondizionatamente.
Non riuscivo a sbattere le palpebre e questo mi piaceva. Volevo guardare la luce per sempre. L’angelo mi tendeva le braccia, io mi diedi la spinta per arrivare a lui.
In quel momento mi accorsi che qualcuno mi tratteneva.
Nel delirio religioso in cui mi trovavo, pensai che non potesse essere altri che il diavolo. Ero pronto a dargli un bel calcione all’indietro e ad andare incontro al mio destino (per una volta benevolo), quando ebbi la malaugurata idea di voltarmi.
Non era il diavolo a trattenermi.
Miseriaccia, era Vipera.

Capisco che mi aveva salvato innumerevoli volte. Si era perfino sacrificato per me e gliene ero grato. Ma da qui a pensare che avrei rinunciato al paradiso per fargli compagnia nel limbo in cui – evidentemente – era condannato a rimanere, era un tantino eccessivo.
Tentai di spiegarglielo, con parole gentili per non ferirlo, ma lui mi anticipò.
«Al posto tuo eviterei di andare», disse, accennando alla luce.
Non esiste, pensai. Non m’importava più niente di Sonar e dei XII che mi volevano fare la pelle. Ero già morto e avevo pure avuto la fortuna di non accorgermene. In più stavo scoprendo di non aver ancora peccato abbastanza da meritare l’inferno. Insomma, non avevo alcun motivo per ascoltare Vipera. Poteva dirmi ciò che voleva, non mi avrebbe mai convinto. Per me la storia si chiudeva lì, basta.
Vipera si frugò in tasca (aveva le tasche, sì, e se proprio volete saperlo indossava pure la mimetica), e tirò fuori qualcosa che valse più di tutte le parole del mondo.
Guardai l’oggetto e mi sentii male.
Era un libro. Con un gatto in copertina.
Vipera adesso mi fissava con gli occhi socchiusi alla Clint Eastwood.

Indicai il libro: «Cioè, mi vuoi dire che…».
Vipera annuì. D’improvviso aveva un toscano in bocca, ma stava dal lato dell’oscurità quindi magari era solo un’ombra.
Indicai l’angelo dentro la luce: «E perciò quello vuole…».
Vipera continuò ad annuire.
Porca miseria.
Sapevo che mi aveva salvato di nuovo, perfino nel limbo del dopo-morte. Sapevo che avrei dovuto dirgli grazie ed essere contento per lo scampato pericolo.
Lo sapevo, certo.
Però l’angelo… la luce calda…
Lo guardai negli occhi e ciò che dissi fu: «Vipera… ma un attimo di distrazione, ogni tanto?».
Un secondo dopo ero sveglio.

Stavo ancora legato al sedile dell’elicottero, e Fabrizio armeggiava per liberarmi dalla cintura. Mi guardai intorno, i vetri erano andati in frantumi, ma per il resto l’elicottero era ancora tutto intero. E, cosa più sconvolgente, anche io e Fabrizio eravamo interi.
Sentii uno schiocco e finalmente fui libero.
Poi guardai la cintura. I ganci erano ancora incastrati. Fabrizio spazientito mi aveva liberato lacerandola, come si strappa un foglio.
Ecco perché il suo nick è by-tor, pensai.
Si rallegrò nel vedere che ero sveglio. Mi alzai in piedi: incredibile, non avevo nemmeno un graffio.
«Come mai non siamo morti?»
Fabrizio aprì la bocca per spiegare, poi cambiò idea.
«È meglio che guardi da te».
Indicò fuori dal finestrino. Mi affacciai stando attento agli spuntoni di vetro, e poi fulmineo tirai la testa dentro.
Sotto l’elicottero c’era una massa gelatinosa, anche un po’ pelosa, di colore arancio. Sulle prime avevo pensato fosse lava. Poi mi ero reso conto che si trattava di qualcosa di molto peggio.
Eravamo atterrati su un Vermone.

«Stai tranquillo, è morto», disse Fabrizio vedendomi nel panico.
Mi venne subito un altro pensiero: poteva essere il bastardo che aveva ingoiato Vipera. Tutt’a un tratto avevo ritrovato il coraggio e sgusciai fuori dall’elicottero. Girai intorno al Vermone – che puzza, Dio mio – almeno due volte, per riuscire a trovare la bocca. Se non me l’avesse indicata Fabrizio, sarei ancora lì a cercarla.
Da noi in Sicilia, quando una persona ha le labbra molto gonfie, tipo canotto, diciamo che ha la funcia. Ecco, quella del vermone si poteva chiamare funciona. Erano labbra enormi, le toccai e sembravano veramente dei salvagenti.
Nel libro di Keene però non ricordavo si accennasse alle labbra dei vermoni.
«Questi sono Vermi italiani. L’evoluzione è stata differente», mi spiegò Fab.
Non aveva idea di cosa volessi fare, e del perché m’interessasse trovare la bocca. Cominciò a capire quando mi vide infilare le mani in mezzo e tentare di aprirla.
Mi posò la mano sulla spalla (suppongo che se mi ci fosse caduto sopra un mattone sarebbe stato più leggero) e disse: «Lascia perdere. Anche se fosse lì dentro, non potrebbe mai essere vivo».
Si dilungò a raccontarmi nei dettagli le carinerie di un corpo immerso negli acidi digestivi.
«Vipera non vorrebbe che lo vedessi così».
Non riuscì a convincermi. Se c’era una possibilità di salvare Vipera, io dovevo provare. Così continuai a tirare. Mi sforzai, divenni tutto rosso, le vene sporsero dalla mia pelle, tese e violacee.
Fabrizio mi lasciò sputare l’anima per un po’, osservandomi come un giudice a una gara di idioti, poi finalmente si decise a darmi una mano.
Quando dico “una mano”, intendo letteralmente. La infilò tra le labbra del vermone e sollevò senza sforzo. E la bocca si spalancò rivelando un antro buio, irto di spuntoni appuntiti.
Se prima c’era puzza, adesso per poco non svenni.
Fabrizio teneva la bocca del vermone aperta, invitandomi con l’altra a guardare.
«Visto? Non c’è niente. Non è il vermone che ha mangiato Vipera».
Io però non ero convinto. Fabrizio intuì cosa volevo fare, ma stavolta non tentò di dissuadermi. Fece un gesto come a dire “vai pure”.
«Non preoccuparti per la bocca. La tengo aperta io».

M’infilai dentro. Sprofondai fino alle ginocchia nella melma, mischiata a schifezza bianca che pareva saliva. Mi trattenni dal vomitare e andai avanti, fino a dove riuscivo a vedere. Con le gambe cozzavo contro cose che galleggiavano nel liquame. Mi costrinsi a guardare perché dovevo essere certo che non si trattasse di Vipera. C’era un po’ di tutto, vidi perfino un ranocchio, vivo, appollaiato su una ninfea. C’erano membra di animali – spero fossero animali – pezzi d’auto e perfino il telaio di una finestra.
Poi sentii un rumore alle mie spalle. Mi voltai, qualcosa era emerso dall’acqua e si era messo in piedi. Era un uomo. M’illusi che fosse Vipera, ma l’altezza era diversa. Dava la schiena all’uscita quindi non lo vidi in faccia.
Ero sicuro di conoscerlo. Poi mi resi conto che sì, era proprio lui, Andrea Viscusi!
La cosa quadrava. Viscusi aveva vinto il titolo di Scrittore dell’Anno gareggiando nel Karma Tournament, e una delle ultime notizie Sonar riguardava proprio la lunga intervista che aveva rilasciato per i XII.
Senza dimenticare che era tra gli uomini che avevano tentato di uccidermi a casa mia, il giorno in cui tutto era cominciato.
Poi un raggio di sole, da fuori, si riflesse in un coccio di bottiglia che galleggiava, rifrangendosi infine sui suoi denti.
Il sorriso. Enorme, da spot pubblicitario sull’acqua minerale.
Non era Viscusi.
Era Messner!

Non era possibile! Ricordavo bene di avergli sparato in testa, ricordavo – anche il mio stomaco ricordava – il sangue che schizzava dappertutto!
Lui rise, e poi s’infilò il dito dentro la testa, facendomi vedere un altro buco, molto più piccolo rispetto a quello nella pancia ma altrettanto levigato e impressionante.
In un italiano stentato spiegò che in origine il buco in testa non era venuto molto bene, continuava a infettarsi così a un certo punto si era stufato e l’aveva lasciato richiudersi.
Esattamente com’era successo a me quando avevo avuto l’idea strampalata di farmi un piercing in cima all’orecchio.
Messner disse che il proiettile aveva centrato giusto quel punto, riaprendo il foro – che ora tra l’altro non gli faceva neanche più male.
Quindi non erano sangue e cervello che mi erano finiti fin dentro i bronchi. Erano sangue e pus.
Saperlo mi fece venire di nuovo voglia di vomitare, intanto Messner, con il dito conficcato nella tempia, concluse con quella che a suo parere doveva essere una battuta di spirito: «Non tutte le opere d’arte  riescono col buco!».
A quel punto resistere al vomito era impossibile. Poi di colpo alle spalle di Messner comparve una figura scura e gigantesca. Lo afferrò per la testa e con uno scatto gliela piegò di lato. Messner strabuzzò gli occhi, poi lentamente scivolò giù fino a scomparire in mezzo al liquame.
Fino all’ultimo mantenne il sorriso.
Quando si dice un uomo coerente.
Riconobbi il gigante, che non poteva essere altri che Fab.
Per un attimo parve in difficoltà.
«La battuta sull’opera d’arte… e il buco… hai intenzione di riportarla in Sonar
«No», mentii.
«Meglio così», sospirò.

Uscimmo da quello schifo e fu un gran sollievo poter respirare l’aria pulita della campagna. Sentimmo il richiamo attraente dell’acqua che scorre. Un ruscello! Potemmo bere e lavarci, e alla fine ci ritrovammo distesi a faccia in su a guardare le chiome degli alberi e le nuvole. La vita tornò a sembrare quasi bella. Ma durò poco.
Fab aveva parecchie cose da dirmi.
«Prima mangiamo però», sentenziò, e io mi fregai le mani. L’ultimo pasto che avevo fatto era stato sull’Etna, e per quanto i mostriciattoli di fuoco sapessero di pollo, avevo voglia di mettere sotto i denti qualcosa di meno schifoso.
Mi aspettavo roba in scatola, invece Fab tirò fuori dallo zaino due filoni che traboccavano di salame.
Non appena li vidi, trasecolai.
«Grazie», dissi.
«Prego», fece lui, porgendomi un Duplo.
Nel tempo che impiegai a scartare il mio snack, Fab ingoiò prima un filone, e subito dopo l’altro. A quel punto io non avevo ancora dato il primo morso. Mi trovai i suoi occhi da Jack Nicholson addosso, e un ringhio basso che sembrava venirgli dal pomo d’Adamo.

Fu un momento tremendo. Ancora un attimo e sentivo che avrebbe divorato il Duplo che avevo in mano… probabilmente compresa la mano. Allora rischiai. Presi un gran respiro e me lo infilai in gola.
Soffocai. Era ovvio. Non avevo la trachea elastica come Fab (mi spiegò in seguito che aveva un pitone tra i suoi avi). Diventai tutto rosso e vidi la gioia sul volto di Fabrizio. Con la scusa di aiutarmi me l’avrebbe tirato fuori dalla gola per mangiarselo lui. Allora nonostante l’apnea mi alzai in piedi e fuggii.

Fu orribile. Avevo la vista appannata e la pancia si contraeva in preda agli spasmi. Ma anche morto (sebbene di morire due volte in un giorno l’avrei evitato volentieri) ero ormai deciso a non cedere il mio Duplo. Poi inciampai e caddi in avanti. Battei con lo sterno su una roccia e avvenne il miracolo. In qualche modo il Duplo andò giù, compresa la plastica della confezione. Tossii. Fabrizio mi guardava dispiaciuto.
«Quando ho fame perdo un attimino la ragione…»
Un attimino.
Feci capire a gesti che era tutto a posto. Lui mi aiutò a rialzarmi.

Basta mostri, basta XII e basta soffocamenti, almeno per ventiquattrore. Non ce la facevo più!
Stava scendendo la sera. Eravamo rimasti nei dintorni del ruscello, decisi a non muoverci fino all’indomani mattina e speravamo in una notte di sonno. Cominciavo a rimpiangere la mia grotta sull’Etna, dove almeno si dormiva. Il portatile di Fab mandò un bip. Lui lo aprì e lesse una email. Sbraitò una sofisticata imprecazione e batté il pugno su un sasso.
L’avessi fatto io, mi sarei rotto la mano.
«Non ci siamo. Non ci siamo».
«Che succede?»
Mi mostrò la email. Era il bando del noto concorso letterario per racconti horror, gialli e fantastici, Nella Tela!.
«’Mbé?» domandai ingenuo.
«Come ‘mbé?»
«È un concorso. Un bel concorso tra l’altro. Cosa c’è che non va?»
«Un concorso?» ripeté lui. Poi scoppiò a ridere.
Mi fissava e rideva. Fissava e rideva.
A volte Fabrizio m’inquietava non poco.
«Non è un semplice concorso. Questo è il concorso con cui reclutano le nuove leve!»
Non capii.
«È un messaggio in codice! I partecipanti sono killer in erba, e il primo premio sei tu!»
Non capii.
«Allora sei di coccio! Metteranno in mano ai vincitori una pistola e la tua fotografia, e un bel giorno te li troverai davanti. Un secondo dopo avrai un bel buco in fronte!»
Mi premette con il dito in mezzo agli occhi. Fece male ma non dissi nulla, sembravo già fin troppo mammoletta.
«Non li temo!» dissi. Vidi che stava per ricominciare a imprecare e corressi il tiro. «Forse un pò». Ciò sembrò quietarlo.
«E guarda anche qui: il concorso 300 parole per un incubo», aggiunse.
«Ma il 300 parole è organizzato da Scheletri.com. Cosa c’entrano i XII?»
Fabrizio sorrise: «Indovina cosa c’è in palio».
Sobbalzai. Ma certo. Non aveva bisogno di dirmelo, era chiaro: Malapunta!
Mi vide turbato e fece una smorfia.
«Non è tutto. Anche il mini concorso Uno squillo da lontano offre Malapunta in premio al vincitore…»
Mi teneva sulle spine.
«Avanti, dimmi tutto!».
Il sorriso di Fab si fece amaro: «Prende addirittura spunto da una scena del romanzo, forse puoi indovinare quale».
Annuii, guardando altrove. Ero sempre più solo, proprio come in quel romanzo di Matheson. Fra un po’ avrei dovuto guardarmi anche dai bambini in triciclo.
Fab comprese la mia pena e solidale mi strinse la spalla.
Vide le lacrime scorrere sul mio viso.
«Non fare così…» disse, e in effetti io avrei evitato volentieri di piangere.
Se solo non mi avesse stritolato la spalla!

«L’eco di Sonar si sta propagando. La situazione è sempre più pericolosa, per questo eravamo venuti a prenderti. Guarda».
Mi mostrò un articolo di Bianca Ferrigni dal Piccolo di Alessandria.
Diceva: “… forse c’è qualcuno che pensa che Morgan Perdinka sia solo un personaggio immaginario, scaturito dalla vena creativa dell’autore di L’estate di Montebuio… ”.
Non riuscii a crederci. Era ciò che sostenevo da un sacco di tempo. Fabrizio annuì. Lo vidi soddisfatto, ma anche preoccupato. Certo, più le notizie si diffondevano, più diventava pericoloso. Per me, forse anche per lui.
C’era un altro articolo di Giuliano Pasini su i-libri che riguardava Malapunta. Anche qui si faceva cenno alla morte dell’autore, cosa di cui non ero convinto, ma sembrava che ormai l’idea che Morgan non esistesse fosse stata accantonata del tutto. Era già una gran vittoria.
L’ultimo articolo era una recensione di Malapunta su Liberi di scrivere. L’autrice, Giulietta Iannone, faceva una riflessione interessante su Perdinka: “Durante tutta la lettura del libro ho creduto che esistesse veramente, che fosse di carne e sangue, senza sospettare mai e dico mai nemmeno per un istante che fosse un gioco”.
La verità non può rimanere nascosta a lungo. Già. Era lo stesso Perdinka a smascherare il trucco, con la forte personalità del suo stile, e a far storcere il naso a chi ancora insisteva a dire: «Perdinka e Arona sono la stessa persona».
Ma c’era una cosa che dovevo sapere. Fab conosceva la risposta, ne ero sicuro. Era arrivato il momento di chiedere.
«Perdinka è vivo, non è vero?»
Mi guardò come se l’aspettasse.
«Non sono autorizzato a dirlo».
Persi la testa. Combattevo una guerra che non era la mia, senza sapere chi erano gli amici e chi i nemici, la mia vita era andata a p… itoni, e ancora si ostinavano a non dirmi niente.
Mi alzai deciso: «Basta, me ne vado. Sbrigatevela da soli. Abbandono il progetto Sonar».
Fab non si scompose.
«Sì? Vorrà dire che faremo a meno di te».
Il suo sguardo si fece diverso. I tratti più rigidi, il colore della pupilla più profondo. Era con quel viso che aveva spezzato il collo a Messner, ne ero sicuro.
«Pensaci bene», suggerì, e sentii il ringhio partire dal pomo d’Adamo.
“Non fare la mammola, resisti!” ordinai a me stesso, e con soddisfazione notai che riuscivo a resistere, nonostante il suo sguardo e nonostante sapessi che avrebbe potuto uccidermi e poi infilarmi dentro una tana di scoiattoli.
Se non addirittura un formicaio.
Resistetti. Resistetti per ben sei o sette secondi. Poi a testa alta e con dignità tornai a sedermi.
«Sarà meglio incamminarci prima dell’alba. Non mi sento sicuro, e non abbiamo nemmeno un mezzo di trasporto per scappare», spiegò. Poi la sua attenzione fu attirata da qualcosa in fondo al sentiero.
Il sole era già andato via, ed evidentemente Fab aveva la vista migliore della mia perché ci misi un po’ a distinguere il tizio.

Avanzava lento, e avevo difficoltà a vederlo perché sembrava come sfocato. Tutt’intorno a lui si muoveva qualcosa come pulviscolo. Come gli insetti sopra l’acqua dei fiumi o i pesciolini attaccati agli squali.
Poi accadde qualcosa di assurdo (sì lo so, dico sempre così).
L’uomo si scompose. Si sciolse in una massa nera che si faceva sempre più grande.
E sempre più vicina.
Vidi Fab impallidire, e allora sì che mi preoccupai veramente.
Puntò il dito contro la nuvola scura che incombeva su di noi.
«Maledette zanzare! Scappa… scappa!»
Ci mettemmo a correre più veloci che potevamo. Sentivo già il ronzio nelle orecchie, non saremmo mai riusciti a trovare un rifugio. Dove poi? Non c’era una casa, non c’era nemmeno un buco per terra.
Mi voltai una sola volta e compresi il terrore di Fabrizio. Il cielo era diventato nero. E brulicava di minuscole ali trasparenti. Ci avrebbero spolpati vivi.
Tornai a guardare avanti, ma era tardi. Non riuscii a evitare un grosso sasso e ci finii sopra. Caddi a terra, il dolore alla gamba mi fece urlare.
Fabrizio mi vide e si fermò. Per un attimo gli lessi in viso il dubbio: aiutarmi o continuare a fuggire? Fu solo un attimo però. Si chinò, mi prese in spalla e di nuovo via a correre.
Non volevo che mi aiutasse, ma d’altronde non faceva differenza. Eravamo spacciati. Con la clavicola di Fab conficcata nello stomaco vidi la nube di zanzare farsi sempre più vicina. Tanto che non riuscivo a distinguere se ci avesse già inghiottito o meno.
Urlai, facendo eco a Fabrizio.
Non rimaneva altro da fare.

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