Funerale, di Stefano Pastor

Grief__children_by_Choc_Cheese

Nella IX Edizione di Maggio 2010, Stefano Pastor si è aggiudicato la tenzone con un racconto da brividi.

La storia è una velata ironia sull’innocenza e le sue maschere. Dunque, se siete pronti ad assistere a questo Funerale tutto speciale, quanto mai macabro, scendete con lo sguardo poco più sotto e cominciate a leggere.

L’immagine a lato è di Choc-Cheese (Deviant-Art).

*   *   *

Carolina si fece avanti tenendo in mano un mazzo di fiori di campo, proprio come una sposa.

Però era un funerale e Ale tentava di fischiettare una marcia funebre, con risultati discutibili.

Lei si fermò davanti al pozzo e lasciò cadere uno dei fiori all’interno.

«Siamo qui riuniti…» iniziò, ma subito perse il filo. «Cosa devo dire?» chiese agli amici.

Il pozzo non era un vero pozzo, solo una buca. L’avevano scavato due settimane prima, all’inizio delle vacanze, quando avevano deciso di raggiungere il centro della terra. Si erano fermati dopo poche ore, quando avevano trovato una pietra di inestimabile valore che i loro genitori si ostinavano a voler considerare un pezzo di vetro.

Era parso logico a tutti riciclarlo come tomba.

«Dì quello che ti viene in mente, sta’ tranquilla,» la spronò Ale.

La bambina continuò: «Flipper era un buon amico. Il migliore che abbiamo avuto. Non è vero?»

Ale e Marco annuirono.

«Non so come faremo senza di lui. Lui ci seguiva sempre, era uno di noi. Per questo non potevamo… era giusto seppellirlo, no?»

Poi chiese agli altri: «Può bastare?»

Si alzò Ale, mentre lei si sedeva a terra. Ale era un po’ più vecchio degli altri, aveva già nove anni.

«Cari amici!» iniziò, e Carolina si mise a ridacchiare. Cambiò registro. «Be’, ragazzi, che ci volete fare, è la vita!»

Erano proprio le parole che aveva usato suo padre per commentare una clamorosa sconfitta della sua squadra del cuore. «Sono disgrazie che accadono. Flipper era troppo giovane per lasciarci. Chi avrebbe mai pensato che sarebbe toccato a lui? Io voglio solo dire che non lo dimenticheremo mai. Lui è stato un vero compagno per tutti noi. Ricorderemo sempre come gli piaceva inseguire la palla. E come tornava indietro, sempre.»

«Oh sì!» disse Carolina. «È vero! È vero!»

Ale si rivolse a Marco. «Hai preparato la croce?»

Marco gliela mostrò, due pezzi di legno legati insieme su cui aveva scritto il suo nome.

«A te, Marco!» disse Ale, sedendosi e lasciandogli il pulpito. «Dopotutto Flipper era tuo. Lo sappiamo quanto ti dispiace.»

Marco era il più piccolo dei tre e si alzò timoroso. Tentò di aprire la bocca, ma non riuscì a spiaccicare parola. Si mise a piangere, invece.

Carolina corse da lui, lo prese per mano e lo allontanò parlandogli sottovoce: «Non ce la fai, vero?»

Marco scosse il capo.

Lei sospirò. «Non credevo che ci tenessi così tanto. Mi dispiace. Vedrai che Ale capirà, se non vuoi parlare.»

Poi aggiunse. «Lo so che era tuo, te l’aveva regalato il tuo papà. Ma anche noi gli volevamo bene,e soffriamo come te.»

Marco era scosso da singhiozzi. «Non posso…»

Lei lo abbracciò, e insieme tornarono verso il pozzo. «Sta’ tranquillo, capiamo. Non c’è bisogno che tu parli.»

Lo fece sedere accanto ad Ale e prese lei la parola. «Cari amici, siamo qui riuniti per rendere il nostro estremo saluto a un caro amico, Flipper.» Era raggiante, finalmente aveva ricordato la formula per intero. «Sei sempre nei nostri cuori, Flipper, non ti dimenticheremo mai. Nel paradiso dei cani sarai libero di inseguire le tue palline. La tua ciotola sarà sempre piena di ossa.»

Ora Marco singhiozzava senza ritegno. Carolina capiva quanto le sue parole l’avessero commosso. «Addio amico Flipper!»

Poi fece un passo indietro. «E ora?» chiese ad Ale.

Lui indicò la montagna di terra con un cenno.

«Oh sì!» ricordò lei, e corse a prenderne una manciata.

Si sporse sul pozzo e la lasciò cadere.

Poi fu la volta di Ale, e Carolina aiutò Marco a fare lo stesso.

Marco allungò il braccio, la vista annebbiata dalle lacrime.

La sabbia cadde proprio sul muso di Flipper, che si mise a guaire infastidito. Marco si tirò indietro singhiozzando.

Il pozzo era profondo appena un metro, ed era molto stretto. Flipper stava scomodo. Per lui era stato un gioco lasciarsi legare le zampe, anche se non aveva gradito molto che gli legassero anche il muso: assomigliava troppo a una museruola. Solo che adesso si stava stancando, voleva essere liberato. Nonostante tutto continuava a scodinzolare.

«Ci penso io,» disse Ale a Carolina. Allora lei andò a confortare Marco, che si era allontanato ma non riusciva a staccare gli occhi dal pozzo. Ale si mise a spingere la terra dentro al pozzo. La montagnola franò e i guaiti di Flipper aumentarono.

«Ti dispiace davvero?» gli chiese Carolina.

Marco stava soffrendo tantissimo, lui quel cane lo amava, però non voleva mostrarsi un bambino piccolo, quindi rimase in silenzio.

Continuò solo a guardare Ale, finché il pozzo non fu completamente riempito. Ora la voce di Flipper non si sentiva più. Poi Ale piantò la croce e Carolina andò a deporre il mazzo di fiori.

Contemplando la tomba, lei sorrise. «Che ne dite, sembrava proprio vero?» e aggiunse: «Domani possiamo rifarlo, vero? Facciamo il funerale a Minou! Facciamolo, vi prego!»

Gli amici ricambiarono il sorriso. Anche Marco tirò su con il naso, smettendo di piangere. Sì, con Minou sarebbe stato diverso, magari si sarebbe divertito anche lui, in fondo quel gatto non l’aveva mai potuto sopportare.

«Sì,» disse. «Il funerale a Minou!»

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