L’arrivo di Sa Reina, di Luigi Musolino

Luigi Musolino ritira il Premio Massimo – la splendida tavola su alluminio realizzata da Diramazioni e ispirata al racconto vincitore dell’edizione 2010 del concorso Circo Massimo, che potete ammirare nelle foto (cliccateci sopra per ingrandirle) – e festeggia insieme a noi nel modo che gli riesce meglio: con un racconto.

Mercoledì 24 novembre, Idrasca.

Una giornata come tante altre. Sveglia. Ufficio. Paesaggio color cenere. Nebbia.
La mattinata si trascina con lentezza esasperante, noia e scartoffie, scartoffie e noia. Poi l’urlo della sirena annuncia la pausa pranzo.
Esco dalla fabbrica: la nebbia si è sollevata, il sole è un disco argento pallido che ammicca nella foschia. Inforco la vecchia Graziella scassata, arranco lungo la pista ciclabile sorvegliato dai pioppi e da qualche corvo che ozia nei campi.
Alle 12:30 sono a casa, ho una fame del diavolo e mia madre sta servendo orecchiette alle cime di rapa. Ho già la forchetta in mano, il bicchiere pieno di Barbera, ma lei mi interrompe: «Guarda che di là c’è un pacco, l’ha portato il postino mezz’ora fa, è tuo?»
Mollo la forchetta, mi alzo, vado in salotto. C’è un pacco. Bello grosso.
«No, non aspetto niente» dico. Però c’è il mio nome sopra. Dev’essere mio, sì. Il cagnaccio di famiglia mi ronza intorno, curioso anche lui. Mi fissa coi suoi occhioni color miele, sembra voler dire: “Cosa aspetti, apri, su”.
Prendo un coltello, tiro via lo scotch, ma ci sono ancora delle graffe grosse come cavallette che tengono chiuso il cartone; dopo un paio di minuti di imprecazioni riesco a estrarre il ponderoso contenuto. Guardo.
«È una tavola bianca», esclamo, deluso. Poi alzo lo sguardo. Mia madre è più bianca della tavola bianca. L’immagine era rivolta verso di lei. Il cane mi punta e ringhia. La coda tra le gambe. Spaventato.
Rigiro la tavola tra le mani. Pufff, il cuore perde il passo.
È lei.
È Sa Reina.
Domina la scena con la testa cornuta, scavando il suo odio verso una casupola sbilenca. Quella casupola sbilenca. È quasi tutto com’era nella mia mente. La casa, i monti, la creatura, le due figure terrorizzate. Ma soprattutto il cielo. Quel cielo stellato che nel racconto compare una sola volta, proprio alla fine, che forse non sembra importante ma che nella mia testa era importantissimo, ed era proprio uguale.
Un cielo scuro, punteggiato di stelle enormi, nitide, spaventose.
Mi vengono le lacrime agli occhi. Mia madre capisce, ha letto anche lei il racconto. Dopo lo sgomento iniziale, sorride.
«Sa Reina», sussurra.
«Proprio lei, già».
Appoggio la tavola sulla credenza, dove posso vederla. Poi mi siedo e mangio le orecchiette. Raramente le ho trovate così buone.

Luigi Musolino

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