In bilico, di Luigi Musolino, vincitore della XXVII edizione di USAM

In bilico

di Luigi Musolino

Lunedì

Il pullman avanzava lento lungo la statale del Sestriere, uno scarafaggio blu nel paesaggio bianco. Era nevicato tutta la notte, una polvere fitta e secca che aveva trasformato le strade in un merdaio.

Glauco Orioli, intirizzito dietro il sedile dell’autista, la fronte poggiata contro il finestrino appannato lungo il quale si rincorrevano minuscole gocce di umidità, contava i minuti che lo dividevano dall’ingresso in ufficio dopo un mese di cassa integrazione. La piccola ditta di Idrasca stava affogando nel ribollente oceano della crisi; in veste di impiegato dell’ufficio amministrativo lo sapeva bene. Fin troppo.

Come molte altre aziende orbitanti intorno a quella stella morente chiamata Fiat, l’S.T.F S.p.A., specializzata in produzione di cuscinetti per automobili, rischiava di chiudere i battenti per sempre, precipitando nella disoccupazione Glauco e altri ottanta lavoratori.

A poco erano valse le rassicurazioni del direttore, le misure anticrisi adottate dall’azienda. Di sicuro non erano servite al suo capo: Giuseppe Veronese, un lecchino bastardo che avrebbe venduto sua madre per diventare direttore di fabbrica, non aveva retto la tensione della crisi economica planetaria; due settimane prima la moglie l’aveva trovato stroncato da una dose massiccia di sonniferi e antidepressivi, seduto sul cesso con le brache calate – Veronese era stato un igienista, doveva aver pensato che quando si muore lo sfintere apre i boccaporti e succede un casino. Stretta tra le mani teneva ancora la lettera aziendale che annunciava la cassa integrazione. Nessun messaggio di spiegazioni, un saluto alla moglie e ai figli, niente. Poveracci, al funerale sembravano non sapere cosa fosse successo, perché fosse successo.

Glauco aveva visto negli occhi di Veronese la paura del fallimento, lo spettro di una brillante carriera infranta, ma mai si era aspettato un gesto del genere. Buon Dio, nessuno poteva aspettarselo.

“Certa gente ha solo il lavoro. È terribile”, pensò l’impiegato, guardando ansioso l’orologio. “Perlomeno non si è buttato dalla finestra. Dopo la crisi del ’29 sarebbe stato perlomeno scontato”, aggiunse maligna la sua mente.

Rivide il capo sorridere, camminando per i corridoi dell’azienda, lo vide ghignare quando lo costringeva a fare straordinario anche se non ce n’era bisogno.

«Diamo prestigio al nostro ente, se ci fermiamo un po’ dopo l’orario lavorativo», era solito dire.

Nonostante la tragedia, Glauco Orioli si sentiva finalmente libero dalla presenza asfissiante del responsabile. Mai più straordinari, basta con i sotterfugi e le umiliazioni. Cristo, provava un certo senso di colpa per quei pensieri, ma non poteva farne a meno.

Si chiese chi sarebbe stato il “fortunato” prescelto che avrebbe sostituito il suicida. Bruno Gai, Pamela Denisi o il nuovo assunto di cui non ricordava mai il nome? Certamente non lui; troppo scostante, perso nei suoi fantasiosi progetti che nulla avevano a che fare con l’azienda, la carriera.

Quando la sagoma della piccola ditta piantata nella campagna si profilò all’orizzonte, l’unica ciminiera svettante come una colossale sigaretta, Glauco vide la macchia nera sui cavi elettrici. Gli enormi tralicci di ferro, piantati a intervalli di circa duecento metri nel terreno, simili a creature uscite da un romanzo di H.G. Wells, erano silhouette scheletriche che sorvegliavano la statale. Riusciva a contarne cinque, poi i tralicci si dissolvevano nella foschia. I cavi elettrici penzolavano nel vuoto come enormi mammelle bidimensionali.

La forma era nera e oblunga, poggiata al centro del filo che collegava i due piloni più distanti dalla strada. Glauco passò una manica sul finestrino per togliere la condensa. Non riusciva a delineare i contorni della cosa, sfocata dalla caligine, ma era grossa.

“Se è un uccello deve pesare almeno un quintale”, pensò. Si voltò a cercare uno sguardo amico, qualcuno che avesse notato l’ombra scura sui fili, ma nel pullman c’erano solo alcuni operai che sonnecchiavano e una donna di colore che fissava le strade innevate con occhi disperati. Lanciò un’occhiata al volto impassibile dell’autista riflesso nello specchietto retrovisore, poi tornò a rivolgere l’attenzione al paesaggio gelido all’esterno del bus. La sagoma sul filo era scomparsa.

“Un airone cenerino”, si disse, poco convinto. Il pullman abbandonò la statale, sbandò di culo su una lastra di neve gelata e si avviò verso il cancello della ditta, spalancato come una bocca famelica.

L’ufficio era un luogo triste, come sanno esserlo solo gli uffici vuoti. Luci al neon guaste, scrivanie polverose e computer spenti parevano un monito che recitava implacabile: le cose stanno andando a puttane qui dentro, signori.

Glauco sfilò il laptop dalla borsa, lo piazzò sulla docking station e dopo averlo avviato osservò per alcuni istanti la barra di caricamento avanzare sul monitor.

Uscì nel corridoio principale e si guardò intorno; c’erano pochi operai dai visi preoccupati che ciondolavano intorno alla macchinetta del caffè e alcune donne delle pulizie che tiravano stancamente i loro Mocio Vileda. Molti dipendenti erano ancora in cassa. I rumori della fabbrica gli giungevano alle orecchie ovattati e infrequenti; due delle quattro linee di produzione erano ferme per far fronte al calo della domanda.

Il suono allegro dell’avvio di Windows, una gioiosa musichetta stridente con l’atmosfera del luogo, lo richiamò alla scrivania. Si lasciò cadere sulla sedia e cominciò a smanettare sulla tastiera, controllando i dati relativi all’efficienza delle linee produttive e alle spese di manutenzione.

“Qui c’è ben poco da fare”, rifletté.

Un quarto d’ora più tardi la porta dell’ufficio si aprì ed entrò Bruno Gai, l’addetto alle fatture. Era uno dei suoi tre colleghi; gli altri due, in base alle turnazioni stabilite con i sindacati, avevano cominciato la cassa integrazione ordinaria quella mattina.

«Allora, siamo rientrati, Glauco?» lo salutò Gai. Era un ometto basso, il viso incorniciato da spumosi capelli grigi. Il classico tipo borioso sullo stile so-tutto-io, il genere di persona che non poteva soffrire. Un incompetente, tra l’altro. Glauco si chiese per quale motivo non avesse deciso una turnazione differente, in modo da passare le poche giornate lavorative del mese con l’unica collega donna, Pamela Denisi, amorevolmente soprannominata “La Tettona.” O perlomeno con il nuovo assunto senza-nome, introverso e tranquillo.

«Già, così pare», rispose.

«Bene, bene. Oh, qua dobbiamo darci da fare sennò chiudiamo bottega. Però prima prendiamo un caffè».

«Okay», monosillabò Glauco.

Alla macchinetta sorseggiarono la bevanda più schifosa della storia, discutendo della disgrazia. Gai sembrava non darsi pace, ma si capiva che era tutta una pantomima.

«Giuseppe era così equilibrato, tutto d’un pezzo. Non capisco. A volte nella testa della gente si spezza qualcosa. Eeeh, però la vita va avanti», continuò saccente Gai, risucchiando aria tra le labbra mollicce. «Mi chiedo chi sceglieranno tra noi due per prendere il suo posto».

Orioli sentì il caffè che gli andava di traverso; cominciò a tossire, paonazzo in volto.

«Co… come?» mormorò, quando riuscì a controllarsi.

«Non lo sai, Glauco? Siamo gli unici due laureati, siamo i due papabili».

Glauco sentì il peso di quella possibile responsabilità piombargli sulle spalle. Non aveva preso in considerazione l’idea neanche per un attimo.

«No, ma io non ci tengo, guarda», borbottò. «Tu sei più adatto, fidati».

L’altro lo guardò con un ghigno di sufficienza.

«Credo anch’io. Vedremo. Probabile che oggi il direttore ci chiami».

Tornarono in ufficio. La giornata si trascinò con la lentezza di un ingranaggio malandato. Glauco fissò tutto il giorno il telefono come se fosse una bomba a orologeria. Il direttore non chiamò.

Alle cinque e un quarto uscì dall’ufficio sotto lo sguardo pesante del collega. Quando il pullman che lo riportava a casa passò davanti ai tralicci, scrutò nel buio oltre il finestrino. Il calamaio della sera era già stato versato sul firmamento, i cavi della luce si erano già fusi col buio. Non vide nulla. Si rilassò, cullato dal brontolio del bus, e sognò il suo capo defunto che ballava sugli istogrammi di un grafico Excel, la faccia pallida tirata nel rigor mortis e un’enorme pillola di Prozac in mano.

Martedì

Nevicava. Una fitta tenda di candidi fiocchi piombava silente sui campi, attutendo il brontolio del pullman.

Nonostante la visibilità limitata dalla neve incessante, Glauco Orioli inquadrò di nuovo la forma sui tralicci. Si era avvicinata. Ora riusciva a delinearne meglio i contorni, e la cosa non gli piacque affatto.

«Mi venga un accidente se quello è un airone».

Sospirò, poi si schiarì la voce e infilò la testa tra i due sedili anteriori, dove sedeva un’operaia magrissima con cui aveva scambiato qualche chiacchiera in passato. Lavorava per una ditta esterna all’S.T.F. che si occupava delle pulizie in fabbrica. Alcuni giorni prima Glauco l’aveva vista piangere, mentre confidava a una collega che era a rischio di licenziamento. Tagli al personale.

«Secondo lei cos’è quell’affare?» le chiese Orioli, indicando i pali dell’alta tensione.

Il viso incorniciato da una permanente leonina e le palpebre violacee, la donna lo guardò perplessa e poggiò il naso al finestrino.

«Là, sui fili della luce», la aiutò l’impiegato, correggendo la posizione del dito.

Osservò la signora sbarrare gli occhi, stupita. Perlomeno non aveva le traveggole, anche lei aveva visto qualcosa. Poi, all’improvviso, l’atteggiamento della donna mutò; distolse in fretta lo sguardo e lanciò un’occhiata diffidente a Glauco. «Guardi che non c’è niente», disse, col piatto tono di voce di una giornalista televisiva.

«Ma come, mi sembrava avesse visto qualc…»

«Non ho visto niente. Nulla», lo interruppe lei, astiosa. E allora Glauco Orioli, impiegato amministrativo, quarantacinque anni, capì. La passeggera aveva visto e aveva paura. Fu lì per insistere, poi gli occhi tristi e spaventati della donna lo indussero a lasciar perdere.

«Scusi», biascicò, allontanandosi da quel viso scheletrico. Si appoggiò allo schienale sospirando, e osservò ancora la forma allungata; adesso sembrava avanzare sui fili, tentennando come un equilibrista inesperto. Poi i cavi dell’alta tensione, i pali, i campi lattei, uscirono dalla sua visuale.

Il pullman entrò nel parcheggio dell’S.T.F. S.p.A. e finalmente Orioli riuscì a scacciare l’assurdo pensiero che quel profilo scuro sui cavi della luce avesse qualcosa di umano.

Mentre sorseggiava un caffè pecioso con Gai, che come tutte le mattine aveva una dannata voglia di parlare e la sprecava sciorinando una sequela impressionante di cazzate, il suo voltò s’illuminò.

«Domani mi porto un binocolo», rifletté soddisfatto.

Il telefono squillò alle tre di pomeriggio; Glauco Orioli rimbalzò sulla sedia come una molla, afferrò la cornetta trangugiando a vuoto e pregò non fosse il direttore.

«Pr-pronto».

«Orioli?»

«Sì, sono io».

«Sono il direttore», disse la voce all’altro capo del filo, e il muscolo cardiaco di Orioli perse un colpo, «può venire nel mio ufficio, diciamo tra un quarto d’ora?»

«C-certo, certo», balbettò l’impiegato. Sentiva una fine patina di sudore imperlargli la fronte. «Ha bisogno dei dati sul…?»

«Venga nel mio ufficio», tagliò corto la voce austera che sembrava provenire da una caverna, seguita dal colpo secco del ricevitore.

Glauco rimase a fissare il monitor senza vedere. Dio, ma lui non se la sentiva proprio, non poteva fare il capo, figurarsi…

«Chi era?»

Per la seconda volta, quel giorno, Glauco Orioli sussultò. Bruno Gai gli si era avvicinato alle spalle e lo osservava con sospetto.

«Il direttore».

«Ah».

Lo sguardo del collega era più gelido dei lastroni di ghiaccio che piagavano le strade.
Il direttore lo guardava fisso, giocherellando con una Bic. Orioli non si era mai accorto di quanto fosse fuori proporzione la sua testa, troppo grande per il corpo minuto.

Agitandosi nervoso sulla sedia aspettò che il capo supremo, come lo chiamava ironicamente – e lecchinamente – il suo defunto responsabile, iniziasse a parlare.

«Quello che è accaduto è atroce», attaccò, gli occhi liquidi che parevano perdersi nella testa enorme. «È un periodo duro, molto duro. Crisi e disoccupazione fanno una dannata paura, non crede? E qualcuno non regge. Il suicidio del signor Veronese ha lasciato tutti di stucco, ma la vita continua, no?»

«Sì», confermò a bassa voce Orioli. Stava ricominciando a sudare.

«Ci sono responsabilità da assumersi, bisogna tirare avanti la ditta nel migliore dei modi. Noi, la direzione intendo, abbiamo pensato a lei come sostituto per il suo capo. Il suo collega, Gai, è un po’ troppo… saputello». Pronunciò quell’ultima parola quasi sibilando.

I pori di Glauco Orioli divennero fontane zampillanti, il suo viso una maschera di Das. Il direttore si aspettava un bel sorriso, invece lesse sul volto dell’impiegato soltanto ansia. Prima di parlare ancora si schiarì la voce e gli lanciò un’occhiataccia.

«Be’, non deve darmi subito una risposta. Diciamo che ci rivediamo venerdì e mi esporrà le sue decisioni».

Orioli avrebbe voluto gridare, dirgli che non poteva assumere quel ruolo, che Gai era più adatto, ma non ci riuscì. In un periodo di crisi una risposta negativa poteva essere vista nel modo sbagliato. Dio, se attaccavano a licenziare avrebbero anche potuto lasciarlo a casa per la sua “scarsa collaborazione.” Doveva riflettere. Valutare pro e contro.

«La ringrazio molto per aver pensato a me», biascicò, la lingua spessa come una braciola. Poi strinse la mano al direttore e si avviò verso la porta.

«Orioli?»

Glauco si voltò sulla soglia, una mano poggiata alla maniglia.

«A volte ci viene data la facoltà di scelta per poter comprendere che non abbiamo scelta», gli disse il direttore con aria assente. Contemplava fuori dalla finestra i fiocchi bianchi che tempestavano lo stabilimento, provocando un rumore appena percettibile, di unghie fregate su polistirolo. «A volte la responsabilità ci piomba addosso anche quando non la vogliamo».

«Sì», disse Orioli. Poi uscì dall’ufficio con gambe molli come gelatina e raggiunse la scrivania. La giornata era quasi finita.

«Allora?» gli chiese Bruno Gai. Era alterato, roso dalla curiosità.

«Allora cosa?»

«Ti ha proposto l’incarico di responsabile?»

«Forse», rispose Orioli. Adesso che la sua paura era realizzata si sentiva un po’ più tranquillo e fare incazzare Gai era una piccola oasi di felicità in una giornata di merdoso deserto.

Il collega gli piantò in faccia due occhi malevoli, poi tornò alla scrivania.

La sirena suonò le cinque e un quarto. Glauco uscì dall’ufficio senza salutare e guardò il cielo sperando che la smettesse di nevicare. La mattina seguente aveva bisogno di un’ottima visibilità.

Mercoledì

Il binocolo era un vecchio Zoom che gli aveva regalato zio Renzo per la cresima; vecchio, sì, ma piuttosto potente e in buone condizioni. Doveva averlo usato sì e no un paio di volte.

La notte si era alzato un vento freddo che aveva spazzato via le nubi, mostrando il volto lentigginoso di stelle del cielo. La neve aveva smesso di cadere, la foschia era scomparsa.

Glauco Orioli maneggiava ansioso il binocolo mentre il bus si avvicinava alla fabbrica, ai tralicci. Si stava ancora dando dello stupido per il suo comportamento – ma che te ne frega, cosa diamine ti è saltato in testa – quando scorse le linee distanti dei cavi elettrici che tagliavano il profilo dell’S.T.F. S.p.A. Estrasse il binocolo dalla custodia, pulì il vetro appannato con un fazzolettino di carta e aspettò. Quando il bus si trovò parallelo ai tralicci, guardò fuori. Dapprincipio non vide nulla, poi distinse la sagoma sui cavi. Era ancora più vicina e non c’era dubbio che stesse avanzando sui fili. Che razza di volatile poteva…

Glauco si premette il binocolo sugli occhi e lo puntò in direzione dei campi, per poi sollevarlo a cercare il suo obiettivo. Impiegò quasi un minuto a individuarlo, spostando piano la testa, manovrando la rotella di messa a fuoco. Finalmente un’ombra entrò nelle lenti.

«Ma che diavolo…»

Sollevò ancora un po’ il binocolo e inquadrò interamente il profilo che tanto l’aveva inquietato il giorno prima. E l’inquietudine si trasformò in orrore.

«Non è possibile», sussurrò Glauco Orioli, sgomento. «Non è possibile, Cristo».

Era un uomo. Vestito con un doppiopetto nero, avanzava sui cavi poggiando un piede davanti all’altro, roteando freneticamente le braccia per mantenere l’equilibrio, combattendo la sferzante violenza del vento. La testa era una bolla confusa, simile a un palloncino sgonfio.

Il pullman abbandonò la statale per imboccare la strada che portava alla fabbrica e Glauco Orioli si alzò in piedi, il binocolo in mano e gli occhi sbarrati dalla sorpresa. Si diresse verso il lunotto posteriore del bus per poter guardare i cavi ormai distanti. Gli altri passeggeri pisolavano o leggevano La Gazzetta dello Sport. Il contorno dell’uomo era ancora lì, un puntino nero contro il cielo azzurro. Si rese conto di essere sudato marcio, nonostante il freddo, e molto spaventato. Aveva bisogno di conferme.

«Quello è pazzo!» gridò. «Guardate, là, là, sui cavi della luce!»

Alcuni uomini si alzarono e lo raggiunsero in fondo al pullman.

«Là! Sui fili dell’alta tensione», indicò. Arrivò anche una donna. Tutti incollarono i nasi al vetro, cercando di capire cosa dovessero vedere. Glauco porse il binocolo a un rumeno dalla faccia butterata, che se lo poggiò agli occhi puntandolo in direzione dei tralicci. Passarono alcuni secondi, congelati nel silenzio dell’attesa, poi i passeggeri si voltarono, all’unisono.

«Cosa avremmo dovuto vedere?» chiese la donna.

«C’era un uomo che camminava in equilibrio sui cavi, lo giuro», disse Orioli, sapendo di apparire ridicolo. O, più probabilmente, pazzo.

«Uomo sui cavi?» chiese il rumeno. «Lei non stai tanto bene. Ha delle occhiaie! Lavorare un po’ meno, eh?» concluse, poggiandogli il binocolo al petto.

Orioli tornò a sedersi, tremante come una foglia, finché non venne il momento di scendere dal pullman. Qualcuno lo guardò ridendo. Per tutta la giornata – scandita dalle battutine caustiche di Gai sulla sua inadeguatezza a coprire il posto di Veronese – Orioli non riuscì a levarsi dalla testa il riflesso dell’autista nello specchietto retrovisore, che lo fissava battendosi l’indice sulla tempia in un gesto eloquente.

Giovedì

Il cielo si era di nuovo rannuvolato, coprendosi di una trapunta grigia, priva di sfumature, che prometteva neve abbondante.

Glauco Orioli sedeva in fondo al bus, lo sguardo perso nel vuoto. Dieci minuti prima si era piantato nelle orecchie gli auricolari dell’iPod per coprire i commenti dovuti alla scenata del giorno prima.

Glauco sedeva e pensava; rimuginava sull’assurda apparizione della mattina precedente e sul nuovo incarico che gli era stato proposto. L’angoscia gli mangiava le viscere. In qualche modo le due cose gli apparivano collegate. Forse la sagoma sui fili era uno scherzo della sua mente stressata, lo spettro della crisi, della disoccupazione, dell’inadeguatezza?

Il pullman superò una Cinquecento Fiat malandata e dopo alcuni minuti raggiunse lo svincolo che portava all’S.T.F. Lanciò un’occhiata veloce ai tralicci, poi tirò le tendine e strinse forte gli occhi, nauseato. La sagoma era ancora lì.

Molto, molto più vicina.

L’ufficio lo accolse nel suo grembo fatto di penombre e fruscii di personal computer. Glauco prese posto alla scrivania, accese il laptop e cominciò a lavorare.

Dieci minuti dopo Gai entrò in ufficio, lo salutò con un sorriso ebete e propose: «Caffè?»

«Certo, perché no?»

Alla macchinetta rimasero in silenzio sorseggiando la bevanda; Gai appariva nervoso. Era palese che avesse qualcosa da dire, ma non trovava le parole. Poi deglutì un paio di volte e cominciò.

«Ho saputo della proposta che ti ha fatto il direttore».

«Ah sì, e da chi?» chiese sospettoso Glauco.

«Le voci girano, Orioli», fu la risposta. «Senti, non te ne faccio una colpa, probabilmente sei più simpatico di me al direttore. Volevo lo sapessi. E volevo anche sapessi che non reggerai. Pensaci. Non sei buono a gestire lo stress, questa fottuta crisi. Guardati, hai una faccia… Perché non vai dal boss e dici che io…»

«Grazie, è molto gentile da parte tua mettermi in guardia», lo interruppe  Glauco con tono ironico. «Comunque non credo mi abbiano scelto per una questione di simpatia, come dici tu. È questione di competenze». Vide Gai accusare il colpo e una parte sadica del suo animo si mise a ghignare fregandosi le mani. «E comunque non ho ancora deciso», aggiunse. E in quell’istante pensò che avrebbe accettato il posto di responsabile. Vero, forse non era adatto e di sicuro non se la sentiva, ma nonostante i dubbi non l’avrebbe mai data vinta a quel bastardo. Non dopo il discorso che aveva appena intavolato.

Il collega si avvicinò con una faccia che non gli piacque per nulla. Era come se gli avesse letto nel pensiero. Gli puntò un dito contro la spalla, picchiettando forte, gli occhi ridotti a due fessure. Poi le parole che vomitò da quella bocca da lecchino lasciarono Glauco di sasso.

«Farai la fine di Veronese, lo sai? Ti troveranno seduto sul cesso, con le brache calate per non riempirti le mutande di merda e il corpo imbottito di sonniferi».

Troppo sorpreso per rispondere, mosse la lingua inutilmente un paio di volte, le fauci secche e incollate.

«Vedremo», disse infine. Ma Gai se n’era andato. In ufficio non gli rivolse parola per tutto il giorno, nemmeno quando Glauco uscì accompagnato dal lamento sguaiato della sirena delle cinque e un quarto.

Venerdì

Glauco osservava il riflesso del suo viso smorto nel finestrino; da un momento all’altro le occhiaie si sarebbero trasformate in buchi neri e l’avrebbero succhiato in un mondo fatto di buio e pace.

Quello era il “gran” giorno. Avrebbe accettato il posto, doveva. Per metterlo in culo al collega, per onorare il discorso del direttore sulla responsabilità, che non aveva compreso appieno ma che gli sembrava avesse un senso.

L’impiegato lanciò un’occhiata al passeggero seduto di fianco, La Stampa aperta tra le mani come una pergamena antica. Un titolone in grassetto recitava CRISI ECONOMICA, QUALE FUTURO? Poi si addormentò. Le sue notti, nell’ultima settimana, erano state agitate. Sognava cose che la mattina danzavano sull’orlo della memoria, ma non riusciva mai a visualizzarle. Era certo che non fossero visioni piacevoli.

Il bus tirò un paio di colpi di clacson e Glauco balzò fuori da un sogno di disperazione e povertà, in cui si buttava giù da un palazzo altissimo. Si rese conto che erano ormai in prossimità dei tralicci e sentì il desiderio irresistibile di tirare le tendine, ma non lo fece. Rimase a guardare i campi fumosi di nebbia, poi alzò lo sguardo. Subito non vide nulla. Poi sollevò la testa e si lasciò sfuggire un gridolino. La sagoma era ormai a ridosso della statale, avvinghiata al traliccio piantato sulla banchina della strada. La vide come al rallentatore. Se ne stava seduta su una barra laterale del palo dell’alta tensione. Era un uomo, sì. Le brache calate e una lettera in mano. La visione fu assurda, nitida e scattosa, come se il bus stesse procedendo ai due all’ora.

Vide il volto dell’assurdo personaggio appollaiato sui fili e si morse il pollice fino a sanguinare. I suoi coglioni si ritirarono come lumache spaventate da una grandinata.

«Gesù mio, aiutami», mormorò, «Gesù mio, ma che cazzo succede?»

Era il suo defunto capo, che ghignava come un folle, sventolando la lettera gialla che annunciava la cassa integrazione. La sua giacca era aperta e, nitidi nella mattina idraschese, umidi e scuri, luccicavano i punti di sutura dell’autopsia. Come ipnotizzato, l’impiegato osservò l’impossibile alzarsi sulla barra di metallo del traliccio, tirarsi su le brache e lasciarsi cadere nel vuoto. Un volo scomposto di almeno quindici metri, da manichino. Fu troppo.

«Nooo! No, no, nooo!» urlò Orioli. Si calmò solamente quando il ragazzo rumeno gli piantò un paio di sberle.

«Tu lavora troppo», gli disse l’operaio, scuotendo la testa.

Gai lo guardava con un sorriso di scherno. Operai e impiegati passavano davanti al suo ufficio, si portavano le mani alle guance in una posa femminea e mimavano con la bocca “nooo, nooo!” La scena del bus aveva fatto il giro dello stabilimento. Non glie ne fregava un cazzo. La sua mente era occupata dall’immagine del capo morto seduto con le brache calate sul traliccio dell’alta tensione, dalla sua caduta scomposta, dal ghigno che gli deturpava la faccia mentre si abbatteva al suolo.

“Come esco di qua vado dal medico e mi metto in mutua”, pensò. Poi si corresse: “No, se comincio il mio nuovo incarico da responsabile con la mutua non va bene, devo andarci piano”.

Eppure poteva ancora cambiare idea. Ma quando il direttore lo chiamò, accettò  subito l’incarico, distratto, il volto ridotto a una flaccida membrana inespressiva.

«Sono contento che abbia accettato», disse il fantoccio con la testa gigante seduto dietro la scrivania. «Questa crisi sta sovvertendo l’ordine normale delle cose, le nostre abitudini, il nostro stile di vita. Siamo tutti in bilico. Camminiamo su una corda sfilacciata, per Dio. Qualcuno cade, come il suo capo, pace all’anima sua. Qualcuno si mantiene in equilibrio, come lei, che ha accettato il posto. Qualcuno traballa, traballa senza speranza. Pensi ai ragazzi appena usciti dall’università, ai giovani. Ai precari. Tutti in bilico, siamo tutti in bilico. E comunque temo che la corda finirà per spezzarsi prima o poi, sicuro».

Mentre usciva dall’ufficio del direttore non poté fare a meno di pensare alla cosa sui fili, quando l’aveva vista il mercoledì, che turbinava le braccia per non cadere.

Il pomeriggio riprese a nevicare. Alle cinque e un quarto Orioli uscì dallo stabilimento e si diresse verso il parcheggio dei pullman. Il suo autobus non era ancora arrivato. Mentre aspettava con le mani piantate nelle tasche del giubbotto, scambiò qualche chiacchiera con un tizio che aveva visto tante volte in officina. Un uomo sulla cinquantina, perennemente fasciato in una salopette di jeans, col nasone infestato di vene rossastre.

«Eh, son tempi duri», disse l’operaio, «ma se passa la mobilità non ci penso un attimo a starmene a casa, cazzo!»

Glauco stava per replicare, dirgli che le cose si sarebbero sistemate, ma fu interrotto da un sorvegliante che richiamò la sua attenzione battendogli sul braccio.

«Scusate… il pullman non arriverà. È uscito di strada, con ’sta neve c’era da aspettarselo. Dovete arrangiarvi o aspettare il bus di linea».

«Ah. Bene. Cioè, male. Grazie», disse Orioli, sconsolato, «aspetterò quello di linea».

Glauco saluto l’operaio, poi si diresse verso l’uscita e raggiunse la pensilina della Sapav. Si stava soffiando sulle mani per scaldarle quando vide la sagoma sul traliccio. Cominciò a tremare e distolse lo sguardo.

«Okay, conti fino a dieci, ti giri e non c’è più niente». Contò. Uno, due tre, quattro, cinque, sei, sette, otto nove, dieci. Si voltò di scatto. Era ancora lì, terrificante e immobile, un profilo che rischiava di fargli perdere il senno.

«Al diavolo!» ringhiò Orioli, e attraversò la strada. Camminò piano, senza alzare la testa, finché raggiunse il traliccio. La sera era ormai buia e la neve puntinava  di bianco il cielo scuro. Glauco sospirò, a lungo e a fondo.

«Bene, adesso sollevi piano la testa e…»

Sul traliccio, venti metri sopra di lui, c’era Veronese. Era nudo adesso, il torace devastato dalle cicatrici dell’autopsia. Umori giallastri colavano dalle ferite. Gli fece un cenno col dito, invitandolo a salire. La neve turbinava intorno ai tralicci, all’S.T.F S.p.A., al mondo.

«Vieni Glauco, vieni su», gli disse la sagoma pallida come un verme avvinghiata al palo. «Si sta bene qui, bene da matti».

«N-no», balbettò Glauco.

«Vieni su, birbantello, o mi lascio cadere, eh!» grido l’altro, coprendo il rombo di un camion che transitava nella sera.

Glauco, come ipnotizzato, allungo le mani e afferrò una barra diagonale del traliccio. Era gelida. Il cartello col teschio ghignante che recitava chi tocca muore sembrava scrutarlo con espressione di sfida. Si issò e cominciò a salire, piano, piano, piano.

Quando raggiunse la figura in cima al palo era passata mezz’ora. Le porse la mano ormai assiderata, violacea. Mentre una stretta dolorosa gli maciullava le dita, la neve prese a cadere con violenza rinnovata. La testa della creatura-Veronese ondeggiò contro il cielo, la sua bocca che si apriva su un pozzo scuro al cui interno Orioli intravide visi emaciati, famiglie divorate della povertà, operai disoccupati che s’impiccavano in appartamenti sciatti, madri di famiglia che si prostituivano per poter comprare un tozzo di pane. Gli salì alle narici un lezzo insopportabile di banconote vecchie e sangue raffermo. Vomitò. Poi i denti, file aguzze che ricordavano tanto la linea di tendenza al ribasso di un grafico Excel, calarono sul suo collo. Una ghigliottina sbrindellata e arrugginita.

Glauco Orioli cominciò a urlare e a dimenarsi come un fantoccio di pezza sbatacchiato da un bambino demente. Un manichino sospeso a mezz’aria, abbandonato da tutto e tutti.

La neve era una danza impazzita di bianco e cristalli.

Lunedì

Bruno Gai avanzava lungo la statale del Sestriere chiuso nel riscaldamento della sua Opel Corsa. Fischiettava, seguendo la voce di Michael Stipe che intonava It’s the end of the world as we know it dalle casse dell’autoradio. Era felice, nonostante tutto. La ruota della fortuna era girata dalla sua parte.

Merda, dopo Veronese anche Orioli. Non poteva pensarci. Lui lo aveva avvisato, il coglione. Glauco non era adatto per quella posizione. Era terribile che avesse deciso di uccidersi ancora prima di ricoprire il nuovo incarico, tre settimane dopo Veronese.

Era agghiacciante, sì, ma per lui si aprivano nuove prospettive. Era l’unico papabile. Mentre passava davanti al punto in cui avevano trovato il corpo di Glauco ai piedi del traliccio, il collo spezzato, i pantaloni calati e uno sguardo di terrore disegnato sul volto, si fece il segno della croce. Gli occhi gli brillavano di gioia. Forse, quel giorno, il direttore l’avrebbe chiamato in ufficio.

Poi vide un puntino nero, distante, un grumo informe incollato ai cavi dell’alta tensione. Un affare dannatamente grosso.

«Dio mio, una volta non facevano pennuti così grossi», pensò. Piantò il piede sull’acceleratore, continuando a fischiettare.

«It’s the end of the world as we knooow it», ululò con Stipe; scoppiò a ridere. La cosa sui cavi, satolla ma eternamente affamata, cominciò ad avanzare.

Piano.

Piano.

Piano.

Roteando le braccia per non cadere.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in USAM. Contrassegna il permalink.