Intervista a Roberto Bommarito, vincitore della XXVI edizione di USAM con il racconto Sconosciuto

DAVIDE CASSIA: Prima di tutto, complimenti per aver vinto la XXVI edizione di Una Storia al Mese. Parlaci un po’ del tuo racconto: come è nata l’idea?

ROBERTO BOMMARITO: Ti ringrazio.

L’idea è nata proprio dal mio sconosciuto. Un uomo di cui a tutt’oggi ignoro l’identità, ma che ho avuto occasione di incrociare più volte nella mia vita. La prima volta avevo sedici anni o giù di lì. Ricordo solo che catturò la mia attenzione, forse per via dell’aspetto un po’ eccentrico: giovane ma con una barba troppo lunga, alto, magrissimo, una corona di capelli stile afro, occhialini rotondi alla Harry Potter e pantaloncini kaki da esploratore vittoriano alla caccia di tesori perduti. L’ho rincontrato diverse volte nel corso degli anni, sempre in momenti inaspettati.

Poi, dopo una pausa di cinque anni, mi è capitato di rivederlo. In quel momento ero in compagnia di un mio amico. Gli ho fatto: «Ti è mai capitato di notare più volte la stessa persona, a distanza di anni, senza sapere di chi cazzo si trattasse?» E il mio amico, senza pensarci su più di tanto, ha risposto di sì. Anche lui aveva il suo sconosciuto. L’idea del racconto è nata da questo episodio.

D: Credi nel destino, oppure nulla è prefissato ed esiste veramente il libero arbitrio?

R: Credo che la realtà si esprima su più livelli. Mi spiego. Nella realtà quotidiana, tutto ciò che accade sembra frutto di una causa. Se casco, mi faccio male. Se canto, faccio pena. Ma a livello di micro-mondo, ovvero quello della realtà quantistica (che è la stessa realtà dove avvengono i processi mentali), l’evidenza sembra dire il contrario: non tutto necessita di una causa.

Ma al di là dei discorsi razionali, credo che la realtà percepibile dalla ragione sia limitata. La scienza può accedere solo a quella parte della realtà misurabile con strumenti scientifici. Ci sono aspetti della realtà, e dell’essere umani, che sfuggono a qualsiasi misurazione. E che hanno a che fare col sentire. Col sapere. Col sapere in modo immediato cosa è vero e cosa non lo è. Quando uno odia, sa di stare odiando. Quando uno ama, sa di stare amando. Odio e amore non sono misurabili, ma entrambi veri tanto quanto il monitor che ho davanti a me in questo momento.

E anche se un domani dovessimo trovare un modo di misurare i sentimenti, trasformandoli in una formula chimica e matematica, sarebbe come guardare una strofa scritta su un pezzo di carta e pensare che quella è la musica. Ma non lo è. La musica è quella che ascoltiamo, ciò che ci trasmette, e nessuna rappresentazione su carta può mai sostituirla. L’unica verità è quella che viviamo in prima persona sulla nostra pelle. Quella che sentiamo.

Dalla filosofia classica alle religioni misteriche, dagli gnostici cristiani ai cabalisti, per migliaia di anni questo tipo di sapere – non misurabile, ma immediato – è stato ritenuto la forma più alta di conoscenza. Ma purtroppo oggi spesso ci dimentichiamo che chi ci ha preceduto aveva un’educazione diversa, non guardava la tv e non leggeva i giornali: e quindi con ogni probabilità aveva una mentalità molto meno ottusa e colma di cliché e preconcetti (come l’idea che l’unica verità reale sia quella tangibile) della nostra.

Per un certo periodo della mia vita ho ritenuto che le scelte non esistessero perché razionalmente tutto sembrava dovesse avere una causa. Oggi la penso in modo diverso. Per la semplice ragione che ci sono momenti dove sento di stare facendo una scelta. Ho vissuto per anni senza farne alcuna, trascinato dagli eventi. Forse nasce proprio da questo contrasto in me la consapevolezza di stare scegliendo nel momento in cui lo faccio. Quindi sì, credo nel libero arbitrio.

D: Si parla anche di droga. Pensi ci sia un modo per sconfiggere la sua diffusione, oppure è un’utopia?

R: Bisogna fare una distinzione netta fra droghe distruttive, come cocaina, eroina e così via, e droghe come il DMT, che sono state usate per millenni dagli sciamani come modo di espandere la propria coscienza.

Le leggi che proibiscono la diffusione della droga servono solo ad arricchire i trafficanti. Più è proibita, più è costosa. Più è proibita e più rappresenta una tentazione per i giovani, perché il suo uso – e qui parlo anche per esperienza personale – diventa in qualche modo simbolo di ribellione. Eppure non proibiamo l’uso di alcool o delle sigarette che di vite ne distruggono in egual misura.

Ma la percentuale dei fumatori è in diminuzione. Oggi la gente sa quali danni arreca il fumo e di conseguenza fuma meno. Credo che il miglior modo di opporsi alla droga non sia proibirla, ma educare la gente. Una cosa che, a mio parere, dovrebbero fare anche le istituzioni scolastiche. Parlare con qualcuno disposto a condividere la propria esperienza, qualcuno che porta negli occhi, in faccia e sulle braccia i segni della droga, ovvero mettere i giovani a contatto diretto con la verità, toglierebbe la voglia a molti adolescenti di sperimentare con eroina e similaria.

Ma, come ho detto in precedenza, non tutte le droghe sono distruttive. Diversi autori, fra i quali Terence McKenna, così come sperimentazioni di laboratorio, per esempio quelle condotte dallo psichiatra Rick Strassmann, hanno dimostrato come l’uso del DMT possa avere addirittura un effetto positivo su chi ne fa uso, permettendogli di varcare “le porte della percezione”. A mio parere, un uso responsabile del DMT non andrebbe, al contrario di molte altre droghe, scoraggiato.

D: La creatività si amplifica, secondo te, sotto l’effetto di stupefacenti o alcolici?

R: Sono convinto che la creatività nasca da una specie di “attrito” fra quello che siamo e il mondo che ci circonda. Ogni tipo di stimolazione ha il potenziale di amplificare la creatività e l’uso di stupefacenti e alcool sono proprio questo: uno stimolo esterno con il quale ci confrontiamo.

Ci sono stati artisti come Jackson Pollock, e scrittori come Charles Bukowski, che forse senza l’alcool non avrebbero mai partorito le stesse opere che li hanno resi tanto importanti oggi. Ma è anche vero che ci sono tantissimi artisti e scrittori che non hanno mai fatto uso di droghe e alcool. Emily Dickinson, il suo stile di vita, non si potrebbe di certo definire bohèmien. Alla fine, droga o non droga, una mente creativa crea perché ha bisogno di farlo.

D: Credi che uno scrittore prima o poi debba impegnarsi nel sociale con il suo lavoro o può rimanere tutta la vita uno scrittore di evasione?

R: Nessuno scrittore può prescindere dalle sue esperienze, dalla sua personalità, dal suo modo di relazionarsi con la vita e con gli altri. Penso che il livello di impegno sociale di uno scrittore dipenda da questo: dal tipo di persona che è. Sono convinto sia un bene che ci siano sia scrittori impegnati nel sociale che di evasione. E che sia scrittori che lettori siano liberi di scegliere cosa scrivere e cosa leggere.

D: Perché hai iniziato a scrivere? Per emulare qualche scrittore che ammiravi, perché pensavi di poter fare meglio di quelli che leggevi, o è un bisogno che senti dentro?

R: Per una ragione molto personale. Non sono un tipo di persona che esprime facilmente le proprie emozioni, né tanto meno sono cresciuto in un contesto familiare che me lo permetteva. Una delle prime memorie che ho è quella di mia madre che mi diceva stizzita: «Zitto, sta’ zitto!» Di conseguenza, credo che in me si sia sviluppato un certo bisogno di comunicare, perché angosciato dalla paura di non esserne capace.

D: Credi che per uno scrittore sia importante il confronto con altri autori?

R: Dicono che l’unico modo di imparare a scrivere è leggere. E credo sia vero. Leggere è un modo di confrontarsi con qualcuno che ha imparato meglio di te a raccontare ciò che tu vorresti dire. L’arte non è solo talento, ma talento e mestiere. Il mestiere è qualcosa che si impara, con tanto tempo e altrettanto sacrificio.

D: Cosa pensi quindi di Una Storia al Mese?

R: È un ottimo modo di confrontarsi, appunto, e specialmente di migliorare. Oltreoceano sono molto comuni i workshop di scrittura creativa. USAM è un po’ come un workshop online. Permette agli scrittori di maturare. E di crescere anche come persone, perché non sempre è facile accettare le critiche e capire che quello che scriviamo può non piacere quanto vorremmo. Ma accettandolo, si dà l’opportunità a se stessi di migliorare.

D: Hai mai pensato alla scrittura come professione?

R: Ci penso, sì. Quello che so è che vorrei imparare a scrivere ed esprimermi nel miglior modo possibile. Trovare una voce che possa sentire essere la mia. Ma non posso sapere dove mi porterà questa strada.

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