Gelostellato e gli Ultracorti

Per introdurre quest’intervista, due righe di presentazione non bastano.
Ve lo devo raccontare.
Sta per uscire la raccolta “Corti Seconda Stagione – L’invasione degli UltraCorti”. Come da prassi, invio la solita mail al curatore dell’antologia, Raffaele Serafini, anche noto come gelostellato, chiedendogli se gli va di parlarmene in un articolo per il blog. Attendo, ma la risposta non arriva.
Non mi capita spesso, ma a volte ho come delle premonizioni. Più il tempo passa più cresce l’ansia.
Arriva una mail. Firmata Raffaele, ma chi parla è la sua segretaria.
Mi dice che è più gradita un’intervista. E che non posso delegare nessuno, devo farla io.
Per me è la prima volta. Chiedo consiglio a Daniele Bonfanti, della redazione, soprattutto perché io, di gelostellato, ho sempre avuto un po’ di timore. Diciamolo pure, ha la reputazione di stronzo, se lo dice anche da solo.
Daniele mi tranquillizza. Mi dice che l’intervista non va fatta via web, ma è meglio che vada a incontrare gelostellato direttamente in redazione.
Le pulsazioni aumentano. I ricordi dei racconti di Fabrizio Vercelli riaffiorano.
Bonfanti mi rassicura ancora: mi accompagnerà lo stesso Vercelli.
Chissà perché, torna la sensazione che qualcosa andrà storto.
Fabrizio, responsabile dell’Ufficio Stampa, è puntualissimo. È simpatico, alla mano. All’inizio in macchina si ride e si scherza, ma più strada facciamo, più il mio accompagnatore si fa silenzioso.
Chiedo se è tutto a posto, e ritrova il sorriso. Ma a me suona finto.
Allora mi dice «No, sai, è che ogni tanto ho qualche problema con gelostellato».
Non c’è bisogno che dica altro. È preoccupato per me.
Però mi dice anche che basta superare il Serafini-test e non fargli domande sui suoi millemila blog.
Okay, mi sento rinfrancato.
Arriviamo al palazzo.
Saranno almeno dieci piani. Fabrizio mi indica la finestra più in alto e dice che è l’ufficio di Serafini. Lì è dove devo arrivare.
«Se ci riesci» aggiunge.
Dice che le finestre sono sempre chiuse, nonostante questo le grida di Raffaele arrivano fino in strada.
Il cielo pieno di nubi favorisce la suggestione.
Arriviamo al grande portone. Saliamo gli scalini. Ci sono due armadi vestiti di nero con l’auricolare. Fabrizio mi sorride per rassicurarmi, dà i nostri nomi. L’armadio a sinistra accosta il microfono alla bocca, poi scuote la testa.
Mi hanno scambiato per un vagabondo.
Faccio l’unica cosa ragionevole: chiamo David Riva. Risponde la segretaria che mi dirotta su Bonfanti. Finalmente una voce amica. Gli spiego la situazione, gli chiedo di fare qualcosa anche perché la discussione tra Fabrizio e le guardie di sicurezza sta per degenerare.
«Tranquillo» risponde Daniele «È normale. Un annetto e si abitueranno e ti lasceranno passare».
Mi saluta e chiude la conversazione.
Un anno? E l’intervista?
Capisco che è un modo per mettermi alla prova. Uno se lo deve guadagnare, l’accesso in redazione. Okay, non mi lascio scoraggiare e mi preparo alla scalata. Ho messo un po’ di pancia, ma sono ancora agile. E poi, penso anche alla soddisfazione se dovessi precipitare. Sicuramente mi dedicherebbero un concorso, magari USAM. Magari lo ribattezzerebbero USPS. Una Storia Per Simone.
Mi piace cercare sempre il lato positivo nelle cose.
Mentre mi organizzo localizzando gli appigli, vedo Fabrizio scattare in avanti. Le guardie gli corrono dietro, sento gridare «Liberate i dobermann». L’entrata è sgombra. È il mio momento.
Sgattaiolo dentro con un profondo senso di gratitudine per Fabrizio, che si è appena sacrificato per me. M’infilo subito in ascensore pregando perché se la cavi. L’uomo in livrea mi chiama signore e mi chiede a che piano devo andare.
Da vagabondo a signore. Sapevo che avrei fatto strada.
Dico che devo andare da Serafini. L’uomo mi guarda di sottecchi e chiede: «Ne è sicuro?».
Dico di sì, e per farmi coraggio penso al concorso “USPS”.
Nel corridoio c’è una sola porta. Sembra tutto normale, la targhetta a lato dice Raffaele Serafini.
Busso ed entro. Raffaele sorride, ma… i suoi occhi! Verdi, freddi, spietati.
Il pavimento è pieno di questi cosini che corrono dappertutto, si arrampicano sulla scrivania, ringhiano e ghignano, mentre Raffaele senza nemmeno guardarli li schiaccia con le mani, con il timbro di redazione, con i manoscritti degli autori esordienti.
Mi chiede se sono un vagabondo. Dico di no, sono il curatore del blog venuto per l’intervista.
«Tu? Il curatore del blog?»
Gli faccio un sorriso.
«Allora è vero che c’è la crisi» commenta.
Inutile dirgli che sono anche uno degli autori dell’antologia. Ho il sospetto che lo sappia già, e che non sia esattamente una carta a mio favore.
«Siediti» mi fa. Ovviamente non c’è nessuna sedia. «Preferisco stare in piedi» rispondo, ringraziando mentalmente il training pre-Serafini di Vercelli e Bonfanti.
È noto che prima di rispondere alle mie domande, Raffaele mi farà un esame per accertarsi della mia idoneità a intervistarlo.
Comincia il test.
Domande sui Pearl Jam a raffica, anche a trabocchetto. Sudo, ma riesco a cavarmela.
Poi mi chiede di dirgli il numero esatto dei suoi blog.
Questa è difficile. Tento una risposta diplomatica.
«Incalcolabile. Non tieni più il conto nemmeno tu”.
«Giusto», e siccome la mia risposta l’ha ispirato, si attacca al pc e apre un altro blog. Ha almeno cinque PC, sulla scrivania, e ugualmente dice di non riuscire a seguirli tutti. Ha anche due braccia meccaniche attaccate alle spalle, perché dice che altrimenti non ce la fa.
In fondo, mi dico, Raffaele non è così stronzo.
Inizia l’intervista. Faccio la prima domanda. Mi dice a questa non rispondo, troppo banale.
Ho la gola secca. Quando una domanda non gli piace, toglie la mano dalla tastiera per fare un gesto, come se fossi una mosca fastidiosa.
Seconda domanda.

S: In tutta onestà, di raccolte di racconti brevi ce n’è in ogni salsa ormai. Questa è addirittura la seconda stagione; in cosa si differenzia dalle altre, perché l’esigenza di farlo?
R: Beh… Perché no? Potrei risponderti. Ma poi andresti in giro dicendo che sono stronzo, cosa vera, per altro, ma oggi mi sento buono e ti rispondo. Vedi… La Prima Stagione dei Corti, a suo modo, è stata un successo improvvisato, nato quasi per gioco. Ci sono dei pezzi geniali, in quel librettino, ma nonostante questo, mostra la sua natura sperimentale, disomogenea; la sua genesi legata a una competizione tra frequentanti di un forum che si divertono, prima ancora di competere. L’insieme dei racconti manca della coesione che poteva derivare da una selezione editoriale mirata, con regole e paletti.
C’è una differenza fondamentale tra una raccolta di storie pescate qua e là e un progetto unitario, con racconti scritti e selezionati per un determinato libro, soprattutto se sono così brevi.
E poi, a dirla tutta, la collana Pigmei era ferma da troppo tempo… Era il momento di decidere se lasciare o raddoppiare, e così mi hanno contattato.

Questa gli è piaciuta. Credo dipenda dal tono. È un provocatore, Raffaele, ma ama anche essere provocato. Non va così bene con la domanda successiva. Risponde soltanto «Mi stai prendendo per il culo?». Alla quarta sbuffa. Passo velocemente alla quinta.

S: Qual è stato, nei fatti, il tuo lavoro in questa raccolta?
R: Beh, come dicevo nel blog, non è poi così facile spiegare un lavoro il cui risultato dipende soprattutto dalle opere altrui. Il mio compito di curatore, anche se non sembra, è cominciato molto prima dell’inizio della selezione. Mi sono riletto il primo volume, ho cercato i suoi difetti, e subito dopo ho impostato il bando di concorso. Nel farlo, già allora, ho tenuto conto del numero di racconti necessari, delle categorie di lunghezza, dei tempi di gestione e valutazione; il tutto cercando un meccanismo che permetta di stimolare sia la competizione, sia la qualità. Poi c’è stata la fase operativa, che per qualche mese mi ha trasformato in un automa capace solo di scrivere mail e manipolare file di Excel. Infine, durante la fase più lunga, dapprima mi sono dedicato alla selezione dei corti “sfuggiti” alla giuria, e poi alla lunga fase di editing, con l’ottimo Simone Corà e, in seguito, con i singoli autori. Sì… ora che mi ci fai pensare, non mi ero accorto di aver fatto così tante cose… Mi sa che è più facile scriverli, che curarli, ‘sti RacCorti… Vabbè! Andiamo avanti, dài.

S: Quali sono stati i tuoi parametri di giudizio? In base a cosa hai giudicato racconti di una riga? (Questa me l’ha fatta riformulare tre volte).
R: Già… Aspetto interessante, questo. Per i giurati è stato un tour de force abbastanza complesso, oltre che faticoso. Penso che alcuni membri della giuria, a tutt’oggi, mi stiano maledicendo. In ogni caso, un consiglio iniziale me l’ha dato Strumm, il direttore di collana. Si è deciso di valutare ogni racconto con la stessa scala di giudizio, siano essi da 200 o da 1800 caratteri. I quattro parametri utilizzati sono stati: idea, stile, correttezza e pubblicabilità. Quest’ultimo, per altro, è stato inteso come parametro riassuntivo, che confermava o smentiva i precedenti, fungendo da discriminante in caso di pari merito. Per ognuno di questi aspetti doveva essere assegnato un giudizio da 1 a 4, e anche se così, su due piedi, può sembrare assurdo parlare di “stile” per un racconto di una riga o due, ti assicuro che dopo la lettura di qualche centinaio di UltraCorti riesci a fartene un’idea ben precisa, di cosa intendo. Intendi?

S: (Annuisco vigorosamente e parto subito con la domanda successiva) In un concorso anomalo come quello dei Corti sarà capitato sicuramente qualche aneddoto particolare. Ce ne racconti qualcuno?
R: Aneddoti, dici? Beh, sì. Ci sono sempre delle stranezze quando un’organizzazione è un minimo complessa. Concidenze, bizzarrie, problemi del dietro le quinte… Dai primi due partecipanti, che il caso ha voluto essere entrambi miei concittadini, ai racconti che superavano di gran lunga il limite di caratteri o erano abbelliti con le gif animate. Forse l’aneddoto più curioso, però, riguarda la giuria. Premetto, tra l’altro, che i giurati erano variabili, con una rotazione definita a inizio selezione, per gestire i periodi di ferie e vacanze di ognuno. Ciò nonostante, uno di essi, credo la sera precedente la pubblicazione dei risultati (e dopo diverse sollecitazioni, aggiungo), mi ha candidamente confessato di essere un po’… indietro (sì, è un eufemismo), con le valutazioni. Alla fine, con qualche sana frustata, un paio di notti in bianco di giurati che avrebbero dovuto riposare e una suddivisione dei compiti, abbiamo comunicato i risultati con pochi giorni di ritardo, ma ti lascio immaginare la mia faccia quando ho ricevuto la comunicazione. Qualcosa di molto simile alla tua, penso.

S: Quali sono stati i generi più sfruttati? E secondo te perché?
R: Considerando che le tematiche possibili erano piuttosto varie, perché riprendevano le collane Eclissi e Mezzanotte – ovvero dall’horror al noir, passando per fantastico, thriller e fantascienza – c’è stato comunque un addensarsi verso alcuni generi a seconda delle categorie. Tra gli UltraCorti della categoria 200caratteri, per esempio, gli autori hanno sfruttato spesso il filone fantasy. Non è un caso, credo. Un genere come questo permette di giocare su una serie di sovrastrutture mentali del lettore medio che sono già acquisite, e quindi, in definitiva, di risparmiare parole. Se io adesso ti dico che dietro di te c’e un drago, un nano e un elfo che ti stanno guardando il sedere, tu non hai bisogno che te li descriva, giusto? Li hai già in testa.
I racconti con una componente più horror e fantastica, invece, crescono con il crescere delle lunghezza e sono stati più gettonati nella categoria dei 1800 caratteri. Anche qui la motivazione è da ricercarsi nel numero di parole più ampio, necessario per descrivere un’atmosfera o un mondo alternativo. Per esempio, se ti dico che il drago, il nano e l’elfo di prima si sono fusi un alieno quadrimensionale, che attraverso un varco dello spazio tempo ti sta togliendo i pantaloni senza che tu possa percepire il dissolversi delle fibre tessili, le quali, per altro si stanno sciogliendo e mescolando alle tue cellule epiteliali, in una mutazione tutt’altro che gradevole, beh, come vedi ho bisogno di più parole.

S: (Reprimo l’impulso ad abbassare lo sguardo e lo incalzo) Parlaci della copertina.
R: Perché? Non parla forse da sola? Ah, già… è un’intervista. Beh… ti dirò: noi della redazione di Edizioni XII siamo sempre estasiati, nel momento in cui Diramazioni estrae dal proprio cilindro una delle sue copertine. Questo succede perché sono belle, e fin qui tutto normale. Però qui c’è qualcosa d’altro. Ve ne accorgerete dopo aver letto gli UltraCorti, ma ve la posso anticipare: la copertina non solo è bella, ma è, senza dubbio, “adatta”, e io lo reputo un aspetto fondamentale, nel layout di un libro.
I due cagnacci alieni sbavoringhianti, lasciano immaginare alla perfezione lo spirito, in parte giocoso e in parte malvagio, che anima i Corti di questa Seconda Stagione.

S: Cos’ha colpito in particolare dei racconti di Valchiria Pagani, vincitrice del concorso e incoronata “Regina dei Corti?”
R: Raccontavano una storia, tanto per cominciare, fatto non sempre scontato, soprattutto nella categoria più breve, dove spesso la ricerca della battuta o del gioco di parole diventava una strategia rischiosa, che minava l’originalità. In secondo luogo erano racconti scritti con eleganza, corretti e che resistevano alle letture successive alla prima. Anzi… se la meritavano, di solito, una seconda lettura, così come è stata meritata la vittoria complessiva.

S: Ci sarà una “Terza Invasione dei Corti”?
R: Non ti sembra di esagerare con la curiosità? Ti vorrei ricordare che hai un alieno mutante alle spalle e sei senza pantaloni. Tra l’altro hai un UltraCorto che ti sta leccando i capelli. Credo significhi che il tempo a tua disposizione sta per scadere. Facciamo che questa è la penultima domanda, okay?

Sono arrivato all’ultima domanda. Sono stremato. Gliene avrò fatte una cinquantina, alla maggior parte non ha risposto. Alcune me le faceva ripetere come una filastrocca, con la scusa che non riusciva a sentirmi. In più, anche se mi sforzo di rimanere immobile, il micro cane che ho tra i capelli sta cominciando a scavare.

S: Di tutta la raccolta, dimmi una decisione veramente riuscita e una cosa che cambieresti.
R: Una cosa da cambiare direi che è la complessità del bando. Le batterie successive, il calendario di finestre per l’invio e le comunicazioni scaglionate dei risultati hanno creato qualche confusione, anche se ininfluente per la buona riuscita della selezione. In ogni caso è meglio essere semplici, come in tutte le cose della vita.
Di decisione azzeccate, invece, te ne dico due. La prima è stata quella di separare completamente la giuria dalla mia figura. Non essere un giurato mi ha permesso di mantenere sempre il giusto distacco dalla selezione. Non mi riferisco solo a una questione di anonimato, ma anche a una freddezza verso ciò che leggi: una raccolta dev’essere destinata ai lettori, mica assomigliare al curatore, non trovi?
La seconda decisione vincente è stata una scommessa: la finale. Scegliere di far scrivere dei nuovi racconti a chi aveva vinto le qualificazioni era una desisione estremamente meritocratica, ma molto rischiosa. Se la finale non avesse generato dei buoni racconti, si sarebbero dovuti pubblicare ugualmente i primi classificati. Invece, non solo i Corti provenienti dalla Finale si sono meritati la pubblicazione, ma durante la fase successiva ne sono stati selezionati altri.
Bene, è tutto. Ora tieni questi e vattene, che ho da fare.

Mi lancia un paio di pantaloni che ha tirato fuori da chissà dove. Io abbasso gli occhi e… sì, mi servono. Decisamente.
È finita. Quando si alza per stringermi la mano ho un sobbalzo. Il suono della sua risata è tremendo, e in fondo al buco nero della gola ho l’impressione d’intravedere zampe e code di microcani.
Sono in corridoio, ho l’intervista stretta in mano. M’infilo in bagno e con gran dolore mi strappo via l’UltraCorto dai capelli.
L’ascensore mi lascia al pianoterra. Dallo spiraglio di una porta socchiusa intravedo Vercelli. Sollevo trionfante il foglio, lui leva in aria il pollice con lo sguardo fisso a ciò che resta dei miei capelli.

Il mio psicologo dice che passerà. Una cura di un mese e le pillole giuste, e la smetterò di sobbalzare per i morsi e di vedere microcani dappertutto.
E anche di risvegliarmi sudato con il ricordo di Raffaele che mi dice «A presto» da dietro la finestra all’ultimo piano.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in chiacchierate. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...