Sconosciuto, di Roberto Bommarito, vincitore della XXVI edizione di USAM

Sconosciuto
di Roberto Bommarito

È così facile mandare la propria vita a puttane. C’è chi sostiene che le scelte non esistono. E se qualcuno mi domandasse cosa ne penso io, risponderei che hanno ragione. O per lo meno ne hanno in parte. Le scelte non esistono, è vero. Ma solo finché non inizi a farle.
Avevo quattordici anni il giorno in cui un certo Diego mi mise davanti una pasticca gialla, del Bacardi e un bicchiere di vetro con l’impronta schifosa del suo pollice, separò con la lametta due piste di bamba e, allungando il braccio, mi disse di farmi prima un tiro. Fino a quel momento non avevo mai bevuto, mai fumato, non mi ero mai fatto, e sopratutto non avevo un fottuto numero, non uno, dico, da potere aggiungere sotto la voce “amici” del mio primo Nokia.
Ci trovavamo in un garage puzzolente, brandelli di cartone, pacchetti accartocciati di Lucky Strike e bottiglie vuote sparse dappertutto, dove Diego diceva di essersi trombato tutte le ragazzine del quartiere e dintorni – benvenuto nel suo piccolo regno. Da qualche mese a quella parte avevo preso a giocare a pallone. Non che ne fossi capace. Il pallone era un oggetto alieno in cui mi capitava d’inciampare, ma a scuola ero un emarginato. Le poche volte che aprivo bocca, il suono della mia voce sorprendeva non solo gli altri ma anche me stesso. Ero noto come “Adolf”, per via dei ridicoli baffetti che ero costretto a esibire: mia madre sosteneva fosse ancora troppo presto per radermi. Mi salutavano col braccio teso. Facevo pena, ma a quattordici anni fare pena è normale, anche se sei l’unico a non saperlo. Insomma, presi a rincorrere il pallone, sperando si accorgessero di me.
Diego ripeteva sempre a tutti, il tono della voce oltre la soglia dei sessanta decibel, perché fosse così bravo da essere l’unico in campo ad avere diritto di inzuppare di sudore la maglia numero dieci del Brasile. Ci teneva a dirlo. Capitano della sua squadra e, siccome non gli bastava, pure di quella avversaria, lui correva ridendo, calciava ridendo, faceva gol ridendo ancora più forte. Diego era un coglione, ma io non ero da meno, anche se in modo diverso. Un giorno, finita l’ennesima partitella con un improbabile numero di reti, mi disse: «Ehi, Adolf, hai da fare?»
Avrei potuto dire di no, tornarmene a casa e fare ciò che facevo ogni sera: ammazzarmi di seghe. Sdraiato, seduto, in piedi, me ne facevo in media cinque, sei al giorno. Ma alla settima era come sparare a salve. Pulsava, il cazzo pulsava, senza che nulla venisse fuori. Solo una sensazione di prurito alle palle.
Oppure avrei potuto dire di sì, rischiando di cambiare tutto.
Ripeto: è così facile mandare la propria vita a puttane.

    Non so bene da dove cominciare. Questa è la prima vera confessione della mia vita. Sì, “confessione” è la parola giusta. Non che il mio desiderio sia quello di essere perdonato per gli errori commessi. Malgrado le lezioni di catechismo, non ho mai creduto che basti davvero così poco per guadagnarsi l’assoluzione. Troppo facile, ammettere le proprie colpe protetti dall’anonimato del confessionale. Troppo conveniente, ripetuto. In altre parole, troppo ipocrita. La ragione per cui sto scrivendo questo è solo per dare un senso, un perché alle mie azioni. Che mi gettino pure addosso tutta la merda che desiderano, ma nessuno avrà modo di dire che è tutta colpa del mio cervello intossicato, che la mia è solo pazzia.
Suppongo potrei cominciare dalla verità. Quella intera, intendo, omessa dalla Pubblicità Progresso perché, chi può dirlo?, potrebbe avere il risultato opposto sulle persone, stimolando magari la loro curiosità, specialmente quella di nasi, polmoni e braccia vergini, questa gioventù prima bruciata, poi X, e oggi… cosa? Forse semplicemente fuori posto. Indirizzata, trasportata, trascinata dove capita dal Caso.
Come me.
L’erba è Rhapsody in blue di Gershwin. Un inizio comico, ridicolo, così come lo è il primo tiro che ti fai. Comico, ridicolo, ma in qualche modo accattivante, indimenticabile. Basta sentire l’attacco iniziale una volta per non dimenticarlo mai più. Per desiderare anzi di riascoltarlo, di riascoltare quella melodia goffa, quella melodia che ti fa pensare al cliché della strafiga che un secondo crede di stare calpestando il mondo sotto i tacchi e quello dopo inciampa. L’erba è quell’attacco ridicolo che vuoi rivivere come la prima volta, anzi meglio, e poi quella calma caotica, l’occhio del ciclone, la teoria della relatività di Einstein denudata di ogni principio matematico: il tuo tempo non ha più a che fare col ritmo frenetico del mondo che ti circonda, né con la gravità del cemento armato, degli edifici, del traffico. Tutto diventa leggero, solo leggero. Ti fai un altro tiro e, Cristo, se non ne vale la pena.

    Diego mi disse che se volevo dimostrargli di essere un tipo cazzuto, ma cazzuto per davvero, adesso era il momento giusto. Ma quello non era solo il momento giusto, no, era il Grande Momento. Era un rito di passaggio, o qualcosa del genere. O per lo meno lo era per me.
Le cose che da piccolo mi interessavano davvero, quelle che mi facevano dimenticare il resto del mondo, non interessavano agli altri bambini. Loro, gli altri bambini appunto, guardavano i Puffi. Al limite canticchiavano le canzoncine di Cristina D’Avena e di quell’orrendo peluche rosa che non ricordo come cazzo si chiamasse. O se cantasse davvero anche lui. Comunque, non importa. Cosa importa è che io, invece, rubavo di nascosto i vinili del nonno. Da Beethoven al country, dai Beatles a Nina Simone, gli trovavo di tutto. Aveva anche un giradischi in mogano. Una roba stupenda. Passavo ore ad ascoltare pezzi che conoscevo a memoria. E quando dico ore intendo in realtà giorni estesi in settimane, mesi, anni. Prima di scoprire il piacere di strizzare il pisello, la crudeltà di difetti che non sapevo nemmeno di avere e i falsi rimedi per l’acne, sognavo di divenire musicista. Non sapevo esattamente di che genere, ma avevo questo bisogno istintivo di riprodurre la stessa bellezza immateriale che m’ispirava la musica. Desideravo toccarle, quelle note. Tastarle fra le dita, come fossero un oggetto. Farle mie.
Ma poi, tutto d’un tratto, divenne così facile vergognarmi di tutto ciò che ero, di tutto ciò che amavo, che guardandomi allo specchio speravo di vederci riflesso qualcun altro. Niente più sogni a occhi aperti. Sopraggiunsero invece cose più urgenti. Bisogni di accettazione. Di inclusione. Di sostituzione. Questa era la mia occasione per diventare più simile a Diego e meno a me stesso. Appunto: anch’io ero un coglione.
Così presi la canna, la strinsi fra le labbra e non successe nulla. Diego disse: «Ma che è, la prima volta?» E io ovviamente dissi di no, no, no, macchè. E lui replicò: «Certo, come no! Aspira, Adolf. Devi aspirare». E io lo feci. La mano tremava, ma lo feci. In modo automatico. E quando mi disse di inghiottire la pasticca, ero già bello in botta. Quando mi riempì il bicchiere, io gli feci: «Un altro». E quando mi disse di sniffare, persi i sensi.
Mi risvegliai non so quante ore dopo. Sulla t-shirt, del vomito. Suppongo il mio. Fuori era buio. Diego mi aveva lasciato solo nel garage, nel suo piccolo regno. Forse si era spaventato. O più semplicemente ero troppo pesante da trasportare altrove. Oppure con ogni probabilità non glie
ne fregava proprio
un cazzo. Comunque, persi di nuovo i sensi. Lo so perché mi ricordo che un attimo dopo fuori splendeva il sole. Mi alzai aiutandomi col muro.
Non dico che quel giorno ho mandato a puttane la mia vita. Dico che il solo modo di capire cos’è l’innocenza è perderla.
Quel giorno non ho rovinato tutto. Ho solo iniziato a farlo.
Ero fuso. Avrei voluto prendere il bus ma non avevo un soldo in tasca. Casa mia distava pochi isolati. Mi toccava farmela a piedi.
Quello che ricordo sono frammenti. Briciole di un mosaico mangiucchiato dal tempo. Diapositive mentali, confuse e accavallate. Ricordo un senso di leggerezza alle braccia, alle gambe, quasi non mi appartenessero: eseguivano gli ordini in ritardo, come fossi un palombaro che fatica a muoversi sott’acqua. Il marciapiede sembrava di gomma. Avevo la sensazione di sprofondare di uno o due centimetri a ogni passo, solo per venire poi risputato in superficie. Ricordo delle cose impossibili. Le strade erano vuote. Ma era giorno: non potevano essere vuote. Lo sono, però, nella mia memoria. Vuote, dico. Non un’auto, non un passante. No, mento. Un passante c’era. Ed è proprio questa la prima volta, infatti, che mi capitò di vederlo. Di vedere il mio Sconosciuto. Mi passò vicino, senza nemmeno guardarmi.

    Conta due, conta tre, una hawaiana che ciondola i fianchi in fast forward, che sorride, che parla con l’ombelico, vieni, tranquillo, è luce, è fiato corto, parole che diventano shim-pa-um-da-da, il significato traducibile in ogni lingua del mondo, oltre ogni confine di razza e di perché, dalle margherite nei capelli ai machete che mozzano braccia di bambini, seni, poi urla, anime e clitoridi sacrificati, l’inferno è un servizio giornalistico in testa, l’impotenza in loop, il dolore in loop, il loro, il tuo, ora distanti, inconciliabili, e tira di nuovo e conta uno, due, tre, è i-i-impapa-shiti-pi-ti-mi ba-da-mpa-frenesiiiiiiiiiiiiiii è la cocaina-ina-ina è Biancaneve in reggicalze, la figa umida e perfetta incorniciata di merletto è strisce come binari è la tua vita riflessa sulla carta stagnola è Betty Carter è moccio rosso sangue è ta-ta-ta-ta tata è so how was I to resist?

    Dev’essere una persona che non conosci, con la quale non hai mai parlato, che però ti capita di notare. Non una volta, ma più volte. Non la conosci e in qualche modo sai che non la conoscerai mai. Ma ti capita di incrociarla per strada. Oppure in un bar. O, che cazzo ne so, sul tram. Nei posti più improbabili, insomma. Più volte a distanza di mesi, di anni. La vedi. La noti. E ti domandi se è solo una coincidenza o se magari anche quella persona ha notato te allo stesso modo.
Diego invece è stato il mio Serpente. Io Adamo ed Eva insieme. Perché fino a quel momento avevo vissuto in un giardino dell’Eden, popolato forse da Bob Dylan e compagnia bella piuttosto che leoni vegetariani, daini e usignoli, chissà, ma pur sempre il mio personale, fottutissimo giardino dell’Eden. Dopo Diego ne vennero altri. Altri soffi di vento, altre correnti. O meglio spinte, spinte tutt’altro che metaforiche. Spinte, spintoni e il primo pugno dato e quello ricevuto. E poi la mia prima tipa.
«Cazzo».
«Scusa».
«Ti ho detto di non venirmi sopra!»
Lei si chiamava Beverly. Beverly come la città statunitense. E quell’odioso serial tv. Ogni volta che lo dico la gente non mi crede. Non le ho mai domandato perché i genitori – padre italiano, madre croata – avessero deciso di darle un nome americano, ma si chiamava Beverly.
«Aspetta».
«Cosa?» fece lei, asciugandosi la pancia con gli Scottex. «Per poco non mi prendevi in un occhio!».
Io, per sfuggire all’imbarazzo, dissi: «Ci facciamo un tiro?»
«Dio, ma quante te ne fai al giorno?»
«È Marocco, mica cazzi. Comunque, non mi hai ancora risposto».
«Risposto a cosa?»
«Ce ne hai uno anche tu o no?»
«Uno di che?»
«Uno tuo».
Lei sbuffò. La guardai annusare il fazzoletto sporco e fare una smorfia schifata, poi gettarlo via. Ora floscio, curvo, rugoso, il mio cazzo sembrava un lombrico a cui mancava il conforto del suo piccolo tunnel sotterraneo. Lei disse: «Di nuovo con quella storia dello Sconosciuto?»
«E allora?»
«Beh, forse. Cioè, se ci penso…» Beverly fu anche la prima a cui feci la domanda, la prima a rispondermi di sì. «E con questo?»
«Ti sei mai domandata se possa avere un significato?»
«Sai cosa? Ti fai troppe pippe mentali».
«Credi sia solo un caso che ci capita di notare quella persona, proprio quella persona lì, e non un’altra? Sai a chi somiglia il mio Sconosciuto? Hai presente Benny Goodman? Un po’ a lui e un pochino anche a Sinatra. Frank Sinatra. La stessa faccia acqua e sapone da foto in bianco e nero».
«Se hai questa fissa della musica, perché non impari a suonare qualcosa?»
«La vita mi ha portato altrove».
«Di questo passo finirai in ospedale o in prigione o entrambe le cose, altroché».
«Strano però, no? Voglio dire, perché proprio questo tipo?»
«Forse è come domandarsi perché camminiamo invece di volare: non c’è un perché. Lo facciamo e basta. Gli uccelli volano. Noi no. È una questione di puro Caso».
«Se fosse una questione di puro Caso non si ripeterebbe».
«Fammi fare un tiro».
«Oh, adesso hai cambiato idea?»
Dopo Beverly, iniziai a farlo con chiunque incontrassi. Aspettavo il momento giusto: quando si esauriscono tutte le stronzate che si dicono per riempire i tempi morti. La mia era una domanda-imboscata. Le domande-imboscata sono quelle che ricevono le risposte più sincere. Perché le persone non se l’aspettano, non sono pronte a liquidarti con un luogo comune o con una risposta preconfezionata. Ogni volta la risposta era sempre la stessa.
La mia non è pazzia.
So cosa dico: ognuno di noi ha un suo Sconosciuto.

    L’eroina non si chiama davvero eroina. L’eroina si chiama in tanti modi diversi e uno di questi è “catrame nero”. Non puoi fare a meno di pensare a cormorani con le ali appiccicose soffocare in una pozza d’olio. A spiagge una volta giallo-oro, paradisi da cartolina, adesso ricoperte di vergogna. Catrame nero è un nome adeguato. Perché ti trascina giù, in un abisso senza fondo. L’eroina è il vuoto.
Sono un uomo solo. I miei punti cardinali sono sempre stati nomi e cognomi transitori. Incidentalmente nella mia vita. Incidentalmente importanti oggi, addio domani. Se qualcuno mi domandasse dove sono stato tutto questo tempo, non saprei cosa rispondergli. Certo, potrei dirgli che dopo Beverly ci fu Veronika e, dopo Veronika, Maria. Che venni cac
ciato da scuola da un
prof che faceva di cognome Lagni. Un mio compagno di classe, Scoppio lo chiamavano tutti per ragioni che ignoro, mi aveva lasciato copiare. La solita storia: Lagni se ne accorse. Punì il sottoscritto. Scoppio pure, peggio. Lo fece con gusto, il bastardo. Mi salutarono a calci in culo, dopo avere dato a Lagni del pezzo di merda di fronte alla classe intera. Potrei raccontare di altri guai che ho avuto poi o di come mi ritrovai a fare il cameriere nel locale dove lo stesso Scoppio lavorava. Disse che cercavano gente. Poi a te piace tanto la musica. Mi fece: «Perché no?», e io non seppi rispondere in altro modo se non facendogli eco: «Perché no?» Non saprei dire dove sono stato davvero perché non ho mai preso una decisione, non una sola, in vita mia. Sono solo capitato se non in un posto in un altro. Mi sono lasciato portare qua e là, ovunque, ma sempre via da me stesso.
Fino a che punto bisogna spingersi per riprendersi la propria vita?
The New Cotton Club, si chiamava il locale. Nulla a che vedere col leggendario club della New York anni ’20, quello reso famoso dalla sovrabbondanza di gangster, piume di pavone e irresistibili cosce nude. Questo più che un club era la tana di un ratto, troppo pochi metri quadrati e immagini pseudo-nostalgiche in bianco e nero dei “Roaring Twenties” alle pareti, ma comunque abbastanza fuori posto, qui nel cuore del Bel Paese, da isolarti per bene dal resto del mondo.
Fra luci soffuse e tavoli pieni e vuoti, passavano un po’ di tutto. Dal Miles Davis delle origini, quello pacato, riflessivo, malinconico, capace di accarezzarti l’anima come se sapesse meglio di te dove scovartela, all’acid: improvvisazioni che sembravano più stringhe di rumori casualmente annodati fra loro che non musica. E sotto i tavoli, a parte le note, passava in abbondanza anche tutto il resto. E tutto il resto, a questo punto della mia vita, poteva essere solo catrame, tanto catrame nero.
È trascorso tanto di quel tempo dai giorni in cui inciampavo nel pallone che quei ricordi sembrano appartenere a qualcun altro. Nel corso degli anni ho rivisto il mio Sconosciuto altre dodici volte. Nei momenti più assurdi. Apparentemente senza che ci fosse un perché, una logica. Dico “apparentemente”, sì, perché le volte successive alla prima hanno un’importanza solo marginale, se si considera l’episodio originale, il primo appunto, o meglio il significato del primo episodio.
La mia cacciata dall’Eden.
La mia ingenuità mandata a puttane.
La perdita della mia innocenza.
L’allontanarmi da quello che sarei dovuto essere.
Mi trovarono privo di coscienza nel cesso del locale, la spada ancora attaccata al braccio con la stessa fottuta tenacia di una zecca. Quando chiudi gli occhi non vedi il buio, ma la luce che ti attraversa le palpebre. Arancione, invasiva. Anche quando elimini ogni fonte di luce esterna continui comunque a vedere spettri di oggetti e forme fluttuare sopra di te. E quando spariscono anche questi, non è il buio a sopraggiungere, ma altre immagini: quelle che persistono l’indomani mattina, solo per qualche minuto, il tempo di renderti conto che volente o nolente ti aspetta un’altra giornata da vivere. Il buio, quello vero, è una condizione innaturale. Non puoi descrivere il buio a chi non lo conosce. Ma è questo l’overdose. Il buio. Il vuoto. Io sono sopravvissuto al vuoto. Grazie Narcan. Ma è stato culo, nient’altro. I medici me lo dissero scuotendo la testa, la fronte tutta corrucciata. L’ennesima giovane vita destinata allo sciacquone. Eppure era come se la mia vita non mi appartenesse. Come avrebbe potuto importarmene?
Quella stessa sera – avevamo aperto da poco – avevo detto a Scoppio: «Oh».
«Che ti rode?»
«Vedi quello? Quello lì».
«Sì, ma non puntare».
«È lui».
«Lui chi?»
«Il mio Sconosciuto».
«Quello? Sai chi è quello?»
Non sono pazzo. Sono solo uno che ha avuto la fortuna di comprendere quello che altri ignorano. «No, chi è, scusa?»
«Quello è… non mi ricordo come diavolo si chiama, adesso», disse Scoppio: «Ma mi sa che lo vedremo spesso da queste parti. Dicono se la cavi poco male col sax».
Non sono pazzo quando dico che il vostro Sconosciuto è colui che sareste potuti essere ma non siete stati. La vostra controparte.
Il mio Sconosciuto è l’uomo che sarei dovuto essere io fossi stato abbastanza sveglio da commettere i miei errori piuttosto che quelli di qualcun altro. I miei errori, miei solo, nati dal mio estro, dalle mie voglie, dai miei perché, non da quelli del Caso. Il mio Sconosciuto è il risultato delle scelte che io non ho mai fatto.
Ripeto: fino a che punto bisogna spingersi per riprendersi la propria vita?

    Ho solo preso una decisione. La prima. Forse, al di là di tutto, qualcuno capirà. Forse in fondo m’importa soltanto che qualcuno capisca, come se bastasse questo per non sentirsi soli. Mai più soli. Questa volta non è stato il Caso a comandare le mie azioni. Per la prima volta, sono stato io.
Questa è una confessione.
Cosa so di certo è che adesso che la giusta alternativa a me stesso non c’è più, adesso che lui, il mio Sconosciuto, non c’è più, adesso sono io l’unico inevitabile modo in cui posso essere. Adesso, malgrado tutti gli errori, sono comunque io la migliore versione di me stesso: un ragazzo esasperato, un coglione, un omicida che se non altro ha trovato il coraggio di scegliere.

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