Come avvenne che partii per la Frontiera, di Alfredo Mogavero

Settembre comincia in grande: come promesso, Mogavero si riaffaccia per parlarci del suo Six shots. Lo fa raccontandone il concepimento, con la malinconia e l'ossessione di chi dopo un grande viaggio non sa bene se è ritornato per davvero.

Come avvenne che partii per la Frontiera
di Alfredo Mogavero

Mi è stato chiesto di scrivere qualche riga per spiegare la genesi di “Six Shots”. Non la ritengo una cosa facile, perché forse certe cose dormono dentro una persona per tanto tempo e poi, per una combinazione casuale di eventi, tempistica e suggestioni, decidono di venire alla luce amalgamandosi in qualcosa che alla fine, sempre quasi per caso, finisce per essere un libro. Uno ci pensa per anni, in maniera oziosa, senza decidersi a cominciare. Poi succede che in un giorno si ritrova quasi costretto, e sa che se non porterà termine il lavoro non riuscirà a scrivere più nient'altro.

Il mio primo ricordo legato all'idea di scrivere qualcosa di western risale a più di tre anni fa, ed è legato a un treno, a un gruppo musicale e a un libro.
Il treno è quello che riportava me e la mia ragazza a casa dopo una breve vacanza fiorentina, il gruppo sono i Ghoultown e il libro è “Antracite” di Evangelisti. Pantera ammazzava della gente usando indifferentemente la pistola e i riti del Palo Mayombe, Count Lyle cantava di cowboys impiccati che al tramonto tornavano a cavalcare e le pagine volavano via più veloci della locomotiva stessa, scolpendosi nella mia testa come un marchio a fuoco sul culo pezzato di una vacca. Quando il treno si era fermato il disco “Give 'em enough rope” aveva girato almeno dieci volte nel lettore mp3, il libro era praticamente finito e io avevo quasi deciso. Volevo portare della gente nel West, e per farlo avrei usato la mia vecchia e scassata tastiera.

“Antracite” mi mostrò la strada, ma per difetto: tanto i suoi personaggi erano freddi, insensibili e poco inclini all'autoironia quanto i miei venivano fuori carichi di sentimenti, passioni violente, aspetti ridicoli, connotati buffoneschi. Non era una cosa che facevo in totale coscienza, andava così e basta. Non mi dispiaceva, anche se forse non facevano molto “West”. Diciamo che McCarthy avrebbe storto non poco la bocca. Scrissi tutto in poco tempo, lasciando che fossero le storie a trascinare me e non viceversa. Per circa sei mesi non ascoltai che musica country e ne feci la colonna sonora di quello che accadeva nei miei documenti di Word, vagai attraverso strade in bianco e nero immortalate da primitivi dagherrotipi, passai in rassegna una quantità abbastanza grossa di pistole, calibri, marche di whiskey. A livello cinematografico “Gli spietati” e “Trinità” erano i due fari opposti che illuminavano il cammino sgangherato dei fuorilegge, degli zotici e dei disperati che andavo inventando.

Chi mi conosce da un po' sa che ho sempre e solo scritto racconti: questa inclinazione mi portò subito a scartare (anche per consapevolezza dei miei limiti) il progetto di un romanzo, ma mi diede anche la possibilità di ambientare le storie in punti geograficamente distanti all'interno degli Stati Uniti, così da poter variare anche un po' lo scenario. Mi assestai su una struttura piuttosto semplice: esordio, complicazione, peripezie, duello finale. Nulla di trascendentale, nessuna trama criptica o particolarmente elaborata. Nella mia idea a marcare la differenza dovevano essere i personaggi; dal fatto che riuscissero o meno a far breccia nel lettore sarebbero dipese le sorti di questa bizzarra creatura a sei colpi.

Credo di poter dire che quella poesia di Bukowski in cui si dice che se hai bisogno che qualcuno legga le tue cose non stai andando sulla strada giusta sia bellissima, ma non del tutto vera. Uno che scrive un libro lo fa perché vuole che altri lo leggano, e che lo leggano prima o dopo non fa poi molta differenza. Io penso che il confronto sia importante, che le opinioni di quelli che stimi ti possano evitare di arenarti, di prendere strade sbagliate, anche se poi sarai sempre tu a decidere dove andare con le tue dita. A questo proposito devo dire che a incoraggiarmi parecchio fu il fatto che la mia ragazza rimanesse parecchio colpita dal personaggio di Patricia Hillwick: lei aveva fino ad allora odiato tutti i miei personaggi femminili (“la solita puttana” era il suo commento più frequente quando si trovava a leggere delle femmine dei miei scritti), invece si appassionò al destino della vecchia pistolera e alla fine dell'ultimo racconto, lo ricordo bene, la voce le tremava un poco mentre leggeva. Con la faccia davanti al mio pc, di notte, si beccò in anteprima l'intero libro quando ancora libro non era, stoicamente inchiodata al monitor anche se non aveva mai letto a video più di due o tre pagine. Poi ci lasciammo e io cominciai a frequentare il mescal, ma questa è un'altra storia. I vermi sul fondo di quelle bottiglie si rivelarono buoni amici, per quanto raggiungerli mi costò parecchi bruciori di stomaco e una certa quantità di denaro. 

A distanza di tre anni, posso dire che scrivere “Six Shots” mi ha lasciato parecchio. Ho imparato che nel 1880 un treno percorreva circa sessanta miglia all'ora, che sparare con una Derringer da più di due metri di distanza significava mancare il bersaglio perché il vento spostava la traiettoria del proiettile, che un uomo appostato su una collina con un Henry e sufficienti munizioni avrebbe potuto tenere testa a una trentina di nemici senza restare ucciso. Sono anche riuscito a spostarmi su distanze più lunghe riguardo il numero di caratteri, a “vedere” paesaggi dove probabilmente non mi ritroverò ma in carne e ossa, e ho capito che a volte i personaggi che ami non ti lasciano stare, perché qualche mese fa mi è bastato reinserire “Give 'em enough rope” nel lettore-cd per vedermi ricomparire davanti agli occhi Twilight Jackson, Marvin Shanks e tutti gli altri. Pretendevano una continuazione alle loro avventure, i bastardi, non c'è stato verso di convincerli ad accontentarsi di quelle centoottantotto pagine. E allora sono ripartito in sella, e adesso vivo per metà a Salerno, in una camera che puzza di fumo e birra scadente, e per metà nel West, dove li accompagno in un nuovo viaggio che sarà l'epitaffio di molte avventure esistite solo nella mia testa. Non so che fine faranno, forse andranno a ficcarsi in brutti guai, ma credo che a loro non interessi. Quello che credo è che quei tizi siano meno duri di quanto ci tengano ad apparire, e che vogliano poter guardare ancora una volta, magari con una cicca in mezzo alle labbra, i tramonti perduti della Frontiera. E io con loro.

 

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