Destinazione Vermiziano, di Danilo Giovanelli

Com'è nato Il segreto del Morbillaio? Non c'era altro modo che un "fanta-backstage quasi spin-off" – definizione dello stesso Giovanelli – per raccontarlo. Da artista completo qual è, Giovanelli non si limita a farlo con le parole, ci manda anche una vignetta inedita e decisamente "esplicativa".
Quando si dice che certi incontri ti cambiano la vita.

Destinazione Vermiziano
di Danilo Giovanelli

La prima volta sono giunto a Vermiziano per caso.
Godendo di qualche giorno di riposo avevo deciso di gettarmi sulla Brennero in direzione nord e di trovare un posticino calmo e fresco (a Modena si registravano 36 gradi con un’afa più adatta ai girini che agli esseri umani) nel quale rilassarmi e passeggiare.
Il mare non mi rilassa: il caldo, la sabbia, la salsedine, tutto contribuisce anzi a tendermi ancora di più. In montagna ritrovo la mia dimensione, le vette eburnee, le valli ordinate, quei cieli da toccare, vabbè, s’è capito il motivo della mia decisione.
Seguivo pigramente le istruzioni del navigatore sul quale non ricordo nemmeno che meta avevo impostato, sono uscito al casello indicato, ho cominciato a zigzagare tra passi e laghetti d’altura, poi il satellitare mi ha comunicato di essersi perso.
Un navigatore che si perde?! L’ho trovato assurdo anche io, e da allora non è mai più successo, ma quella volta il display mi ha mostrato una superficie verde, nessuna strada e un triangolo rosso al centro, che poi sarei stato io. Forse era stato l’ultimo aggiornamento che avevo fatto al dispositivo, temevo che la connessione internet UMTS mi avesse abbandonato prima che l’operazione si fosse conclusa. Tanto per cercare un colpevole.
Era però innegabile che mi trovavo su una strada, e non in mezzo a un campo, e che un paesino si manifestava subito dopo una curva: benvenuti a Vermiziano.
Ho ringraziato il cartello e ho deciso di vedere se, dopotutto, il caso mi aveva condotto esattamente dove volevo andare, pur non sapendolo io per primo (è complicato ma vi garantisco che nella mia testa aveva una sua logica).
Ho parcheggiato davanti a quello che poi ho appreso essere l’unico albergo, ma la prima cosa che ho udito, aprendo la portiera, non è stato il cinguettio di un passero, né il muggito di una vacca, neppure lo sciabordio di un ruscello, bensì un tonante rutto. Tonante perché di riflesso ho guardato il cielo, fino a un attimo prima terso ma si sa, in montagna il tempo cambia in fretta. Rutto perché subito dopo mi è arrivata una folata di aglio come a tuffarsi in un buon piatto di pici all’agliata toscani.
Come inizio è stato, diciamo, alquanto insolito. Semmai mi sarei aspettato una ventata di cannella, mele e pinoli!
Dietro di me, timido e imbarazzato, stava un batrace (bambino proprio non avevo cuore di definirlo) rosso in viso che si stava chiudendo l’enorme bocca con entrambe le mani: non ho dubitato un solo istante che il tuono fosse partito da quella cavità. Ha mugugnato uno “scusi” e si è allontanato a balzelli verso un gruppetto di ragazzini che sicuramente lo stavano aspettando.
Di solito non mi capita, giuro, ma quella volta sono rimasto incantato a guardare il più strano campionario di bambini che avessi mai visto. Istantaneamente mi sono ritrovato a meditare quello che da allora è stato il mio pensiero unico riguardo a quel luogo: “che posto strano!”.
Strano è un posto in cui si perde un navigatore (voglio dire, le strade possono anche cambiare ma Vermiziano era lì da secoli e, imparai, anche con una sua bella storia!).
Strano è un posto in cui un turista viene accolto da un bambino rospiforme ruttante aglio (una coincidenza, è vero, ma è toccata a me).
Strano è un posto in cui un bambino-raganella raggiunge altri ragazzini uno più bizzarro dell’altro: ce n’era uno con un buffo fez in testa e coi tratti somatici che sembravano racchiudere tutte le razze del mondo. Quando parlava, poi, ne usciva quello che di primo acchito sembrava uno strano dialetto ma che a un ascolto più interessato manifestava termini in lingue estere, inglese, francese, spagnolo e chissà che altro. Mi è venuto in mente il povero Salvatore de Il nome della rosa!
Ce n’era un altro che sembrava in fin di vita: tossiva, starnutiva, ingoiava compresse e inalava sostanze a ripetizione. Possibile che nessuno pensasse di portarlo in un ospedale?
C’era anche una bambina, carina ma con un fare da maschiaccio, che, e qui so già che nessuno mi crederà, sembrava emanasse come una debole luminescenza. Mi faceva venire i brividi.
Infine c’era un ragazzino che non si schiodava un istante dai suoi videogame, e uso il plurale con cognizione perché ne aveva uno per mano. A tratti parlava con gli amichetti continuando a ticchettare sui tasti senza guardare i display. Davvero mai visto nulla di simile.
«Desidera?»
Mi sono voltato di scatto, con un salto, tanto ero assorto nella stravagante contemplazione. Qualcuno dell’albergo, ho pensato.
«Avete una camera libera?»
«No», e se n’è andato.
Quella è stata la mia prima fugace permanenza a Vermiziano. Diverse altre, decisamente più lunghe, sono seguite.

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