e^(-j*pi) + 1 = 0 ( e alla meno gei pigreco più uno uguale a zero), di G.B. Shock

Vincitore della V edizione di Minuti Contati, questo racconto è opera di un affezionato del concorso più veloce del web; conosciuto con lo pseudonimo di G.B. Shock, l'autore riesce a dare un'interpretazione matematica e – lasciatemelo dire – anche un po' cinica del tema proposto, che nella fattispecie era "24 ore nella vita di Dio: una giornata con il signore dell'universo".  L'immagine a fianco è di Giulio Peroziello.

Conosco G da cinque anni, ma lo frequento più o meno da tre, cioè da quando ha accettato di farmi da relatore per la tesi di laurea. Quando poi mi ha chiesto di rimanere in Ateneo come suo assistente, non sono riuscito a dirgli di no. Tre mesi fa è entrato nell'ufficio che dividiamo all'ultimo piano della facoltà e ha chiuso la porta dietro di sé.
"R, devo dirti una cosa importante."
"Mi dica, G" ho detto io.
"Ecco, vedi… io sono Dio".
"Lo so, G. Per questo lavoro per lei."
"No, R. Temo non sia uno scherzo."
"Allora credo di non aver capito cosa sta cercando di dirmi" ho risposto.
"Non temere, avevo previsto la tua reazione. Per questo ti chiedo di venire con me."
Mi ha fatto un cenno, e io l'ho seguito. Mezz'ora dopo siamo rientrati in ufficio. Mi aveva convinto.

Padova a Dicembre è fredda, fredda da morire. Per fortuna G dice che da domani il freddo non lo sentirò più. Avrei tante di quelle cose da chiedergli, ma quando ero suo studente ci diceva sempre: le domande alla fine.
Per ventiquattr'ore, fino alle otto di domattina, G mi porterà con sé per "insegnarmi il mestiere", come ha detto lui.
"Mi scusi, G. Io avrei parecchio freddo. Non è da me chiedere favori ai miei superiori, ma dato che lei è Dio, non potrebbe alzare la temperature di cinque o sei gradi?"
G mi guarda e sorride. "Non funziona così, mi spiace. Non posso farlo."
"Non può o non vuole? Non è onnipotente?" gli chiedo scherzando.
Mi dà una pacca sulla spalla mentre scendiamo in strada.
"Allora, R. Capisco bene che hai sicuramente una gran confusione in testa, quindi cercherò di spiegarti il tutto nella maniera più semplice possibile. Facciamo una passeggiata, OK?"
"OK" dico. Ci incamminiamo.
"Dunque, è più o meno come quando scriviamo il software."
"Aha" faccio io, con un cenno della testa.
"L'universo è regolato da regole ben precise, di cui una gran parte sono la fisica e la matematica. Chiaro fin qui?"
"Chiarissimo."
"Queste regole sono state create qualche miliardo di anni fa, e hanno sempre funzionato, più o meno. Ma come ogni software, anche l'universo non è esente da bug."
"Immagino."
"Benissimo. Hai presente cosa succede quando in un programma salta fuori un errore, vero? Lo sviluppatore interviene e corregge il bug."
"Been there, done that, G. Quindi?"
"Ecco, per farla breve, io mi limito a correggere i bug."
"Che cosa?" gli chiedo, stralunando gli occhi. "Ma allora, quella volta di tre mesi fa?"
"Intendi questa?" mi dice, tirandomi per un braccio dietro di sé. Con un desolante splat una merda di piccione cade esattamente dove stavo un secondo prima. Ecco, non crediate che io tre mesi fa mi sia fatto convincere da una merda di piccione. Un piccolo meteorite è caduto sul tetto della facoltà, bucando il soffitto e sfasciando la mia scrivania e me stesso, se fossi stato lì.
"Visto? Lo ha fatto di nuovo!"
"È diverso, R. Te lo ripeto, la fisica e la matematica sono perfette. Sono leggi a cui anche io devo sottostare."
"Ma allora…"
"…allora, dato che il programma l'ho scritto io, è ovvio che sappia prevederne il comportamento. Quel meteorite doveva cadere lì e in quell'istante. Ma era necessario al programma che tu vivessi, e ho corretto il bug allontanandoti. Ci siamo capiti?"
Lì a fianco c'è una panchina. Sembra messa lì apposta. Guardo G. OK, è messa lì apposta. Mi siedo.
"D'accordo. Quel che non ho ancora capito è… perché mettermi al corrente? perché 'insegnarmi il mestiere'?"
"Questo, beh, fa parte del programma."

Le 7.55. In quasi ventiquattr'ore ho visto G "correggere" decine di "bug". Un sasso sulla strada, un chiodo in un muro, persino lo scontrino di un bar. Tutti oggetti destinati a causare morte e disperazione, in un modo o nell'altro. G mi ha parlato dell'intreccio dei destini, di come sia possibile ridurli a funzioni matematiche. Le sue spiegazioni sono state assorbite dal mio cervello con una facilità disarmante, come quando ero suo allievo. Ho iniziato a 'vedere' le connessioni tra gli oggetti, le persone e le loro azioni. Ho spostato una transenna che avrebbe fracassato la testa di un ciclista domattina alle sei.
Seduti allo stesso bar di ieri, G mi sorride.
"Ci siamo, non è vero?"
"Sì." Sorrido.
"Bene. Vuoi scusarmi un attimo?"
Si alza. Mentre lo guardo uscire, di fronte ai miei occhi G si tramuta nella sottile linea di una funzione rappresentata su un piano cartesiano. Ne seguo le curve e l'armonia con cui si mescola al resto dell'universo. Poi, ad un tratto, la linea si interrompe.
Lancio un grido e mi precipito fuori dal bar. Ma è troppo tardi: l'urlo straziante della frenata mi lacera i timpani. Poi l'agghiacciante tonfo. G è a terra, sanguinante.
Una piccola folla si raduna immediatamente.
"Indietro," grido "lasciatelo respirare!"
Un rivolo di sangue gli esce dalla bocca. Respira appena impercettibilmente. Sento qualcuno chiamare l'ambulanza, ma so che è inutile.
"Perché?" riesco solo a chiedergli. Lui mi sorride.
"Perché, mi chiedi? Perché… è perfetto."
 

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