Sotto il cimitero, di Alfredo Mogavero. Quinta parte

Sotto il cimitero
di Alfredo Mogavero

6

Il giorno dopo – se “giorno” poteva chiamarsi l’immutato incombere di tenebre che li accolse al risveglio – mangiarono il pane rimasto, controllarono che non ci fossero uomini dagli occhi di gufo nei paraggi e s’incamminarono alla volta della città sotterranea. Elwood Pukehard, svelto e silenzioso come un topo di galleria, faceva strada impugnando il suo bastone puntuto. Di tanto in tanto si fermava per annusare l’aria, atteggiava il volto in un’espressione torva e riprendeva la marcia senza voltarsi a controllare che gli altri lo stessero seguendo. Alle sue spalle Bronson Biggs avanzava guardingo con la pistola in una mano e la lanterna nell’altra. Più dietro ancora venivano, fianco a fianco, i due ragazzi.
Tip Wilson era parecchio crucciato. Fin da quando si era svegliato non aveva potuto fare a meno di notare una certa indifferenza di Corinna nei suoi confronti, come se la sua vicinanza le desse fastidio. Se provava a parlare di ciò che era capitato la notte prima lei cambiava subito argomento, interessandosi a una salamandra che passava sulla roccia o a una stalattite, e si capiva che lo faceva apposta. Non sembrava più la ragazza che l’aveva amato con tanta passione, adesso era tutta presa dall’avventura e non faceva che ripetere quanto fosse impaziente al pensiero di vedere la Bestia. Era cambiata, e il giovane scavafosse non riusciva a capirne il motivo. In una situazione del genere, saggiamente, si guardò bene dal ripetere la dichiarazione d’amore fatta poche ore prima, per non apparire più ridicolo di quanto già si sentisse.
– Forse ti sei pentita di quello che è successo – le disse finalmente, mentre gattonavano in un cunicolo così stretto da non poterci passare in piedi. – Se è così vorrei saperlo, che almeno mi metto il cuore in pace.
– Oh, non è questo – rispose Corinna. – Sei stato veramente carino, solo che adesso non mi sembra il momento di pensare a certe cose.
– Ma ti è piaciuto davvero?
– Certo, te l’ho già detto. Sei stato quasi meglio di Milos Habermann, e lui mi piaceva davvero tanto.
– Ma quando usciremo di qui sarai la mia ragazza o la sua?
– E chi lo sa? Probabilmente lui si sarà dimenticato di me in tutti questi anni, magari si sarà pure sposato. Guarda, non voglio pensarci ora, Tip, comunque sei sulla buona strada. Sei un bravo ragazzo, scopi niente male e non ti metti le dita nel naso come la maggior parte dei cafoni che ho conosciuto. Se sopravviviamo alla Bestia ne riparliamo, va bene?
Sulla buona strada. Quelle parole furono musica per le orecchie di Tip Wilson, che cominciò di nuovo a fare castelli in aria sul loro futuro insieme, ebbro di gioia come un bambinetto il giorno di Natale. Certo, c’era quella faccenda di uscirne vivi, e non pareva una cosa semplice, ma il ragazzo sentiva dentro di sé un inusitato coraggio che lo spronava a essere ottimista. Ne avrebbe uccise dieci, di bestie, pur di avere Corinna. Nessuno poteva fermarlo.
– Nessuno può fermarmi! – gridò, dando voce ai propri pensieri.
– Zitto, idiota! – gli intimò Bronson Biggs, voltandosi indietro per quanto gli permetteva l’angusto tunnel. – Pare che siamo arrivati.

7

Il passaggio sbucava al limitare di un ampio spazio aperto simile a una collina grigia e sterile, su un versante del quale si scorgeva chiaramente una specie di villaggio per metà ricavato nella roccia e per l’altra tirato su con il legno delle bare trafugate. Pietose capanne ed edifici più grandi si alternavano a semplici caverne nelle quali brillava la luce di molte torce, strade scavate nel limo e nella pietra correvano serpeggianti verso l’ignoto, obelischi neri si protendevano verso l’alto rilucendo della fosforescenza violacea degli strani funghi che li circondavano. Dappertutto si scorgevano figure curve e sinistre, affaccendate in misteriose incombenze o raggruppate in capannelli da cui si levava un tenue brusio, uomini e donne resi deformi da decenni di vita sotterranea che li aveva devastati nel corpo e nella mente. Erano seminudi, pelosi, con le ossa sporgenti sotto la carne color del gesso e un che di bestiale nelle espressioni del volto e nei movimenti. Avevano occhi enormi, tutti pupille, fissi e vitrei come quelli dei pesci o di certi uccelli notturni.
– Gli uomini con gli occhi di gufo – mormorò Elwood Pukehard indicando alcuni di quei subumani. – Questo è il posto dove vivono. Più in là, oltre l’ultima capanna, si stende la vallata dei pertugi fumanti, dove c’è la caverna della bestia. A una certa ora, dopo che le spedizioni sono tornate con il bottino rubato nei cimiteri, si riuniscono lì per celebrare il rito del pasto. Quello è il momento in cui possiamo sorprenderli tutti assieme. Non hanno armi da fuoco, e sarà facile costringerli ad arrendersi.
– E la Bestia? – domandò preoccupato Tip Wilson. – Si arrenderà anche lei?
– Non credo – disse il vecchio. – Probabilmente tenterà di farci a pezzi e divorarci tutti, ma voi due la sconfiggerete in un batter d’occhi. Non possiamo fallire, la profezia parla chiaro.
– Andiamo bene – commentò il ragazzo. Nella sua testa, si vedeva già tra le fauci dell’orribile creatura, masticato come un pezzo di tabacco.

8

Girarono al largo dal villaggio, costeggiando il lato opposto della spianata, e in una ventina di minuti raggiunsero la vallata dei pertugi fumanti. Era una distesa ancor più nuda e buia di quella che s’erano appena lasciati alle spalle, solcata da una ragnatela di crepe dalle quali salivano vapori malsani che avvelenavano l’aria e rendevano difficile respirare. Tra quei fumi era appena distinguibile l’ingresso di una grotta di medie dimensioni, buia, stretta e puzzolente come il buco del culo di una talpa: l’antro della Bestia.
– Tutto qui? – commentò Tip Wilson, piuttosto rinfrancato. – Me l’aspettavo più grande.
– Mai giudicare dalle dimensioni – lo ammonì il suo principale. – Ricordatelo, ragazzo.
– Sagge parole – convenne Corinna con un sorrisino malizioso, e pareva che stesse pensando a tutt’altro che a grotte e caverne.

9

Restarono in attesa per ore, nascosti dietro una sporgenza rocciosa, poi finalmente accadde qualcosa. Annunciata da uno sgangherato salmodiare una processione comparve nella vallata e si portò davanti all’entrata della tana, dove rimase in attesa. Alla sua testa c’erano due uomini che reggevano un cadavere ancora ben conservato, probabilmente appena strappato alla sua bara.
Poco a poco un rantolo crebbe dalla caverna, facendosi più vicino di secondo in secondo, e quando divenne un ruggito che faceva male alle orecchie gli uomini con gli occhi di gufo caddero in ginocchio e la Bestia si palesò in tutta la sua abominevole mostruosità.
Non era molto grande, ma era veramente schifosa. Aveva la pelle del colore della neve, occhi rossi e feroci e una bocca sproporzionata brulicante di zanne gialle e ricurve. Sotto la folta criniera il volto era quello di una scimmia catarrina posseduta dal diavolo, e tuttavia in esso si poteva leggere una labile traccia di coscienza non del tutto sopita, l’ombra di un’umanità perduta ma forse non del tutto dimenticata. Pukehard aveva ragione, pensò Bronson Biggs: la Bestia era stata un uomo.
Si muoveva veloce sulle quattro zampe, emettendo una serie di soffi e
brontolii. Quando fu a met
à strada tra la caverna e la folla inginocchiata si fermò, annusò l’aria, lanciò un urlo e attese. I due che avevano portato il cadavere si alzarono, sollevarono il macabro dono e andarono a posarglielo davanti, poi se ne tornarono alla svelta al loro posto insieme agli altri. La Bestia mangiò, e fu uno spettacolo rivoltante. Il povero corpo senza vita fu dilaniato, sbocconcellato, svuotato delle viscere, ridotto in pezzi. Mani, orecchie, lingua e occhi fecero da antipasto, le budella da primo piatto, la carne dei glutei e delle cosce da secondo. A capo chino, senza curarsi di null’altro, l’essere s’ingozzava impiastricciandosi il volto di sangue e interiora, accompagnando ogni boccone con gutturali grugniti di apprezzamento.
– Credo che non mangerò mai più carne in vita mia – dichiarò Tip Wilson, senza riuscire a staccare gli occhi da quell’orrore.
– Non è il momento di farsi prendere dal panico, ragazzo mio – lo incitò Bronson Biggs. – Dobbiamo agire subito. Al mio tre tirati su, prendi bene la mira e spara dritto in mezzo agli occhi della Bestia. Penserò io tenere sotto tiro quei cavernicoli, e a dir loro di disperdersi senza fare storie. Se hanno un granello di sale in zucca capiranno che è meglio non mettersi contro le nostre armi da fuoco. Pronto? Uno…due…
– Non muovete un muscolo – la voce alle loro spalle li gelò come una folata di vento artico. – A terra le armi, e voltatevi lentamente.
Obbedirono, e furono faccia a faccia con cinque uomini dagli occhi di gufo che li tenevano sotto tiro con lunghe lance dalla punta di pietra.
– Questo non l’avevo previsto – mormorò Bronson Biggs. Gli altri non dissero nulla.
– Ci siamo accorti di voi fin da quando siete sbucati dal quel cunicolo nei pressi del nostro villaggio, – spiegò uno degli assalitori – ma vi abbiamo lasciato proseguire per vedere quali erano le vostre intenzioni. Ora siete in trappola, e riceverete il giusto castigo.
– E quale sarebbe? – domandò Corinna.
– Questo sarà il nostro sciamano a deciderlo. Seguiteci, forza!
– Puah! – saltò su Tip Wilson, spavaldo. – Non sapete con chi avete a che fare, brutti vermi! Questo, questo qui, lo vedete? Questo è Bronson Biggs! Ha preso un tizio, una volta, e l’ha legato a una roccia, e gli uccelli sono ancora là che gli mangiano il fegato.
– Davvero? – chiese stupito uno degli uomini con gli occhi da gufo. – Dovremmo tagliargli subito la gola, allora.
– Provateci, se ci riuscite! – gridò ancora più sicuro di sé il garzone. – Avanti, signor Biggs, gliela faccia vedere a questi straccioni. Faccia come ha fatto con Prometeo!
Il becchino non mosse un dito mentre gli uomini del sottosuolo lo costringevano a mettersi in ginocchio in mezzo a loro. Uno di essi tirò fuori dai pantaloni una pietra affilata come un coltello, gliela appoggiò al collo e si preparò a giustiziarlo.
– Sai, Tip, – mormorò lo sventurato becchino – tu per me sei una continua scoperta. Ogni volta che penso tu abbia raggiunto il picco massimo di stupidità, il limite oltre il quale un essere umano non possa spingersi, riesci a dimostrarmi che mi sbagliavo.
– Ma come… – protestò il ragazzo – è stato lei a dire che…
– La colpa è mia – proseguì Bronson Biggs, come se non l’udisse. – Dovevo lasciarti in mezzo alla strada, quando ti ho incontrato, invece di offrirti un lavoro. A quest’ora saresti morto, e probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore.
– Ma… signor Biggs!
– T’insegnerò una cosa, Tip, prima che mi uccidano: – e qui sorrise ai suoi carnefici quasi con cortesia – Prometeo è un personaggio della mitologia greca, che fu punito per aver rubato il fuoco e averlo consegnato agli esseri umani. Fu Zeus a incatenarlo sul Caucaso, non io. E, se proprio vogliamo dirla tutta, dopo qualche tempo venne liberato da Eracle.
Tip Wilson rifletté a lungo su quelle parole, grattandosi la nuca mentre cercava di trovarne il senso.
– Quindi, se non ho capito male, – disse alla fine – lei ha pagato questo Zeus per sbarazzarsi di Prometeo. E tutto per un po’ di fuoco! Non poteva prestargli un fiammifero?
– Ammazzatemi subito, per favore, – pregò Bronson Biggs, rivolto all’uomo con la pietra affilata – o giuro su Dio che lo strangolo con le mie mani. Tagliate qui, dove c’è la giugulare.
In quel momento sopraggiunse lo sciamano, e con un solo cenno del capo interruppe l’esecuzione. Era anziano e cadente, con il volto dipinto di ghirigori rossi e un pitone piumato avviluppato intorno al collo grinzoso. Ai piedi portava sandali di sughero, ai polsi braccialetti di metallo che tintinnavano.
– Siano condotti alla capanna-prigione, – ordinò – e non venga loro torto un capello finché non lo deciderò io. Ho parlato.
– Ma questo qui è un pericoloso guerriero – ribatté timidamente uno degli uomini con le lance, indicando Biggs. – Potrebbe evadere e ucciderci tutti.
Lo sciamano soppesò il becchino con lo sguardo, arricciò le labbra, fece per chinarsi verso di lui, ci ripensò e incrociò le braccia sul petto.
– Ho parlato – ripeté, e se ne andò via facendo sventolare le piume del suo girocollo.

(continua)

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