Sotto il cimitero, di Alfredo Mogavero. Quarta parte

Sotto il cimitero
di Alfredo Mogavero

5

Ci volle quasi un'ora per chiarire la faccenda, ma alla fine riuscirono a fargli afferrare due o tre concetti fondamentali. Fu un processo veramente penoso, perché quell'uomo era quasi del tutto matto, e in più tendeva ad addormentarsi nel bel mezzo dei discorsi altrui e in alcuni casi anche durante i propri. Finalmente, chissà per quale miracolo, riacquistò un barlume di lucidità e si mise a raccontare la sua storia.
– Mi chiamo Elwood Pukehard, – cominciò – e vengo da una cittadina non lontano da qui. Whisper Town, mi pare. O forse era Thornburg…
– Lascia perdere, nonno – gli suggerì Corinna. – Vai avanti.
– Sì, sarà meglio. Ebbene, dovete sapere che questa svergognata di mia nipote aveva sviluppato fin dalla tenera età una passione davvero troppo precoce per i maschi. Mia figlia se ne lamentava in continuazione, dicendo di vederla rincasare ogni sera con un bellimbusto diverso, e che si toccavano là dove due persone non dovrebbero toccarsi prima di aver raggiunto almeno i diciotto anni. Provava a tenerla segregata in casa, ma lei trovava sempre un modo per scappare e andarsene nelle campagne circostanti a fornicare con questo o quello scavezzacollo…
– Vieni al dunque, nonno – disse la ragazza. – Questa è una parte che non interessa a nessuno.
– Ah, non interessa, eh? – sbottò il vecchio. – Ma se è per colpa tua che siamo finiti qui sotto! Se non fosse stato per te a quest'ora… ma sentite, signori miei, sentite cosa ho da raccontarvi!
– Sentiamo – assicurò Bronson Biggs. – Siamo qui per questo.
– Dunque, – riprese Elwood Pukehard – un giorno mi decisi a seguirla di nascosto, per vedere cosa diavolo faceva. La vidi prendere un sentiero che portava fuori città assieme a un giovanotto di qualche anno più grande di lei, e con questi fermarsi nei pressi di un grosso albero per metà sradicato. Il nome del lestofante non lo ricordo più, purtroppo…
– Milos Habermann – fu lesta a venirgli in soccorso Corinna, ricordando l'amante con una certa indifferenza.
– Sì, eh? Be', quando uscirò da qui gli darò una lezione che non dimenticherà facilmente, te lo garantisco. Sia maledetto lui che ti condusse fin là, e io che vi venni dietro come un allocco!
– Veramente, – precisò Corinna – a portarcelo fui io. Era là che portavo tutti.
– Ah! Puttanella!   
– Stiamo divagando, signor Pukehard – mormorò seccato Bronson Biggs. – La pregherei di attenersi al racconto dei fatti.
– Va bene, va bene – il vecchio agitò in aria una mano come per scacciare i propositi di vendetta. – Allora, appostatomi dietro una siepe, vidi quei due farisei abbandonarsi alla loro libidine, e mi proposi di restare nascosto per vedere fino a dove si spingevano. Quando capii che non si sarebbero accontentati di sbaciucchiarsi e tastarsi mi arrabbiai a tal punto che credetti di esplodere. Saltai fuori dalle frasche urlando come l'angelo dell'Apocalisse, e giuro che li avrei riempiti di botte se solo le mie vecchie gambe mi avessero consentito di raggiungerli prima che fuggissero.
– E non ci riuscì? – chiese Bronson Biggs.
– No, accidenti. Il manigoldo saltellò via con i calzoni ancora abbassati, mentre quest'impunita si rifugiò sotto le radici divelte dell'albero sperando che non la vedessi. Invece la vidi, e spinto dalla collera strisciai anch'io là sotto, dove purtroppo s'apriva una profonda voragine che conduceva dritta a questo dannato posto. Precipitammo per svariati metri, e da allora siamo sempre stati qui, vagando per miglia e miglia di gallerie alla ricerca di una via d'uscita.
– E che ci dice della Bestia e degli uomini che vivono quaggiù? – domandò a quel punto Bronson Biggs.
– Oh, quelli sono dei mostri! – gracchiò il vecchio. – Gente brutta, con occhi enormi capaci di vedere nell'oscurità come voi e io vediamo alla luce del sole. Sono poco più di un centinaio, degenerati nascostisi sottoterra per sfuggire alla legge di Dio e a quella degli uomini e fare i loro porci comodi senza che nessuno li disturbi. Sapete cosa fanno? Eh? Lo sapete? Adorano la Bestia come fosse una divinità e le portano i cadaveri per tenersela buona, ché altrimenti quella li sbranerebbe tutti. Hanno costruito, chissà come, una specie di città, e ci vivono secondo le loro vomitevoli leggi.
– Che animale è questa Bestia? – chiese Bronson Biggs, deciso a sapere il più possibile sul nemico che era sceso ad affrontare. – Voglio dire… lei l'ha vista, no?
– Vacca boia se l'ho vista! – Pukehard sgranò gli occhiacci fin quasi a farli schizzare fuori dalle orbite. – E non una volta sola, se proprio devo dirla tutta. Ma come potrei descrivervela? Come? Non esistono parole per una tale aberrazione di natura, nessun termine che possa rendere l'idea di quanto feroce, orrenda, malvagia e ributtante sia quella creatura. Dovete vederla voi stessi, per capire, non c'è altro modo. Dovete vederla mangiare.  
– Veramente non ci tengo. – disse Tip Wilson. – Perché non ce ne torniamo tutti all'aria aperta e facciamo finta che non sia successo nulla?
– Zitto, ragazzo – lo tacitò il principale. – Siamo venuti con uno scopo, e non ce ne andremo fino a quando non l'avremo raggiunto. Signor Pukehard, lei e sua nipote potete andare. Siete stati quaggiù prigionieri, e immagino non vediate l'ora di uscire. Vi basterà tornare alla fossa da dove siamo venuti giù io e il mio aiutante, risalire la scala e…
– Non se ne parla! – berciò Pukehard, che stava tornando succube della propria follia. – Guardate, guardate quest'antica pergamena che ho ritrovato dietro uno spuntone di roccia anni e anni fa. Dice chiaramente che due coraggiosi venuti dalla superficie sconfiggeranno la Bestia, ma potranno riuscirci solo se saranno guidati da un saggio perdutosi nel sottosuolo e dalla sua fida ancella. Dobbiamo venire con voi, capite? Solo così la profezia potrà compiersi!
Così dicendo aveva riesumato da sotto gli stracci un foglio ingiallito dal tempo e da chissà cos'altro, e l'aveva consegnato ai due. Sembrava molto soddisfatto di quell'uscita drammatica, e attendeva il giusto riconoscimento per l'importante ruolo giocato in tutta la faccenda.
– Io non so leggere e non capisco nulla di pergamene, – bisbigliò Tip Wilson al suo principale – però questa non mi sembra per niente un'antica profezia.
– Infatti è una semplice lista della spesa vecchia di chissà quanto tempo, – mormorò Bronson Biggs. – ma è meglio stare al gioco. Quel tizio è fuori di testa, e chissà come reagirebbe se lo mettessimo faccia a faccia con i suoi deliri.
– E allora?
– Allora ce li porteremo dietro, lui e la ragazza. Non si sa mai che possano tornarci utili. Lascia parlare me, adesso.
Bronson Biggs disse che era proprio una pergamena antica, e che li avrebbero volentieri coinvolti nella loro avventura. Il vecchio Pukehard, impegnato in quel momento a spulciarsi la barba, neppure diede a vedere d'averlo udito, mentre Corinna si mostrò entusiasta.
– Non ho mai visto la Bestia, – cinguettò – e ci tenevo tanto prima di uscire da qui. Adesso non è il caso di incamminarci, meglio che stiate qui con noi e che vi rifocilliate, p
artiremo domani. La cosa m
igliore è sorprenderli nel momento in cui sono tutti riuniti per il rituale del pasto, così non s'accorgeranno di noi. Sedete, sedete pure. Non avete fame?
Ne avevano, in effetti, così misero mano alla bisaccia con le provviste. Corinna e suo nonno assistettero alla comparsa delle pagnotte con l'aria estatica di chi riceva una rivelazione mistica dopo anni di preghiera, e quando le ebbero tra le mani le tastarono a lungo come per accertarsi che fossero reali.
– Non ne vedevo una da… non ricordo più nemmeno quanto tempo – dichiarò, quasi in lacrime, la ragazza. – Da quando siamo capitati qui sotto non abbiamo mangiato che vermi, pipistrelli e scarafaggi arrostiti. Avete anche dell'acqua pura, per caso?
– Certo – disse Bronson Biggs, e le porse la borraccia.
Mangiarono e bevvero attorno al falò, definendo il piano per la spedizione del giorno seguente e raccontandosi qualche storia di fantasmi tanto per ingannare il tempo. Dopo si coricarono dove c'era un po' di spazio, i due vecchi sul fondo della grotta e i ragazzi vicino all'ingresso. Il fuoco stava morendo, e un gelo mortale si spandeva nella caverna attaccandosi alla carne e mordendo le ossa come un cagnaccio rabbioso.
– Freschino, eh? – bisbigliò Tip Wilson battendo i denti. – Se avessi saputo che ci saremmo fermati a dormire mi sarei portato una coperta.
– Io ci sono abituata – disse sorridendo Corinna. – Se vuoi puoi stringerti a me, così ci facciamo un po' di calore.
L'invito bastò al giovane garzone per infiammargli le gote di un'emozione a lungo covata, e in un attimo sentì il sangue scorrergli nelle vene come un fiume in piena. Il cuore cominciò a battergli forte e il fiato gli si fece corto, le mani presero a tremare senza controllo. Non era mai stato tanto vicino a una ragazza prima di allora, e si sentiva così eccitato che quasi gli pareva di dover perdere i sensi. Corinna emanava tutt'altro che un buon odore, e probabilmente il solo starle così a contatto gli aveva attaccato due o tre colonie di parassiti, ma era morbida e aveva le curve là dove ci si aspetta che una femmina debba averle. I suoi occhi poi, grandi e luccicanti come opali, sembravano finestre spalancate su una dimensione sconosciuta di cui il ragazzo aveva fino ad allora soltanto fantasticato nei momenti di solitudine, quando si rintanava sotto le coperte per provare a trarre un po' di piacere dalla sua mano callosa.
– Così va meglio? – gli chiese Corinna, premendoglisi contro. Anche lei sembrava fremere leggermente.
– Uh, s-sì. Decisamente… decisamente meglio. – la saliva stava velocemente scomparendo dalla gola di Tip. Di lì a poco parlare sarebbe diventato un problema.  
In fondo alla grotta s'udivano già il russare cadenzato di Bronson Biggs e quello spasmodico e fischiante di Elwood Pukehard. I due erano nel mondo dei sogni, e si poteva giurare che una palla di cannone che fosse cascata a pochi centimetri dalle loro teste non avrebbe provocato altro effetto che quello di farli girare dall'altra parte.     
– Sei carino – sussurrò Corinna, e nello stesso istante Tip sentì una mano che gli cingeva la vita e qualcosa di caldo che strusciava contro il suo basso ventre. Da qualche parte dentro di lui il desiderio ingaggiò una lotta serrata con l'ansia della prima volta, la schiacciò, le disse di andare a farsi fottere e conquistò il campo piantandoci sopra la sua bandiera. Una specie di piacevole istupidimento s'impadronì della mente del ragazzo, sgombrandola da ogni pensiero che avesse potuto trattenere il corpo, e prima ancora di rendersene conto quel maldestro campagnolo senza esperienza si ritrovò a dimenarsi in mezzo alle gambe della fanciulla dei sotterranei.
Lo fecero due volte, un po' perché ne avevano entrambi una gran voglia e un po' perché la prima durò solo mezzo minuto. Tip Wilson non era un eiaculatore precoce congenito, ma il lungo digiuno e l'emozione gli giocarono quell'antipatico scherzetto che ogni uomo, prima o poi, si ritrova a subire nel corso della propria vita. La seconda volta andò decisamente meglio, e quasi si sorprese della propria virilità e del modo in cui riuscì a portare Corinna alll'orgasmo. Gli sembrava di essere un esploratore in una foresta vergine, e ogni momento che passava gli regalava la scoperta di qualcosa che nemmeno avrebbe potuto immaginarsi. Be', diciamo un esploratore in una foresta, e basta; la verginità di Corinna era una questione nella quale preferiva non addentrarsi.  
– Diavolo, cosa mi sono perso per tutto questo tempo – disse dopo un po' che avevano finito, tenendo la ragazza stretta contro il suo corpo. – Non immaginavo che fosse… insomma… devo proprio dire che…
– Anche a me è piaciuto – disse Corinna. – Era tanto che lo aspettavo.
– Voglio che stiamo insieme per sempre – proseguì Tip Wilson a briglia sciolta, guardando il buio sopra di lui. – Faremo fuori la Bestia, ce ne torneremo alla luce del sole e chiederò la tua mano ai tuoi genitori…
– Buonanotte, Tip – sbadigliò Corinna.
–  …e poi ci cercheremo una casetta, magari vicino a quella dei tuoi. Certo, dovrà essere abbastanza grande per i figli, perché di sicuro ne faremo parecchi, e io… diamine io lavorerò come un mulo, ma non così tanto da non avere la forza di fare l'amore con te quando tornerò a casa. E imparerò a scrivere per dedicarti delle poesie e a leggere per far addormentare i bambini alla sera, imparerò a cucinare e a fare di conto, e tu non avrai mai a lamentarti di me perché sarò il marito migliore del mondo. Sai, qualche tempo fa ho conosciuto un tizio che aveva dei progetti simili, ma purtroppo era morto e ha dovuto rinunciarci. Be', io sono vivo e nessuno, nemmeno il Padreterno, m'impedirà di realizzare questo sogno. Di realizzarlo con te, Corinna.
Aveva parlato con il cuore in mano, e meglio che poteva. Le parole gli erano venute fuori come uno sciame d'api da un alveare, spezzate dall'emozione ma certamente comprensibili, e adesso aspettava che Corinna gli rispondesse qualcosa. Attese per un bel pezzo, chiedendosi con crescente preoccupazione la ragione di quel silenzio, poi si accorse del respiro basso e regolare del piccolo corpo vicino a lui e sentì evaporare il romanticismo come una spruzzata di profumo dispersa dal vento. Corinna dormiva come un ghiro, soddisfatta e stanca, con la testa appoggiata nell'incavo del suo braccio. Non aveva sentito neppure una parola del suo accurato discorso.
– Questa non ci voleva – mormorò Tip Wilson, deluso. – Adesso dovrò ridirle tutto daccapo, e chissà se ne sarò capace. Com'è che avevo iniziato? “Voglio che stiamo insieme per sempre” … o era “per tutta la vita”?
E così rimuginando andò avanti per quasi un'ora, fino a quando la stanchezza gli chiuse gli occhi e anche lui scivolò nel sonno.

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