Una chiacchierata con una Signora del Noir: Marilù Oliva

Marilù OlivaGuasta!
Ecco il foglietto che uno non vorrebbe mai vedere appiccicato sulla macchinetta del caffè. Specie quando agogna una pausa da ore.
Cerco di superare l’attimo di smarrimento e di elaborare una strategia alternativa.
Potrei andare da Strumm a protestare, ma quello che otterrei sarebbero solo titoli, e non riferiti alle nostre prossime pubblicazioni; oppure potrei cercare un’altra macchinetta, in fondo ne abbiamo una per piano,  qui al Monolito, per un totale non quantificabile.
Mentre prendo in considerazione l’idea e mi reco verso un ascensore, sperando di non perdermi come ho fatto l’altra volta, incrocio uno della Sicurezza. Mi ferma (e ti pareva!).
– Vercelli? – chiede con inespressiva fermezza da dietro le sue lenti, più scure della copertina del quinto album dei Metallica.
Ho paura a mentire: – Sono io, dica.
– Mi segua.
Quella che è la frase tipica del buon vecchio Lurch di addamsiana memoria mi arriva alle orecchie con lo stesso timbro e tono.
E se per caso… ?
Naaa.
Visto che rimango fermo l’energumeno mi afferra per una spalla e mi trascina con sé. Sento l’omero scricchiolare, ma non mi lamento, per evitare di disturbarlo nello svolgimento delle sue funzioni, che con questa gente non si sa mai.
Dovrei ricordarmi, un giorno di questi, di far notare a Strumm che la selezione del personale di sicurezza è svolta con criteri forse troppo rigidi.
Raggiungiamo in pochi minuti un’ala ricca di finestre, con porte in radica sul lato opposto del corridoio e moquette sul pavimento. Spero solo che la guardia si fermi davanti a una porta e non a una finestra.
Così accade. Tiro un sospiro di sollievo.
Sulla parete accanto leggo la targhetta: A. Valsecchi.
La prima domanda che mi viene in mente è perché mai un collega dovrebbe chiamare uno della Sicurezza per rintracciarmi.
Provo a condividerla con l’energumeno che mi ha accompagnato, ma quando mi volto non ne trovo traccia. Sparito, rapido e silenzioso come un ninja.
Faccio per bussare, ma un "Entra pure, Fab" mi blocca il gesto a metà.
Da quando Alessio è sensitivo?
Entro, certo di trovare una risposta.
L’ufficio ha un’aria molto dirigenziale, grazie alle piante di ficus, alle tende in lino a foggia di ragnatela, ai quadri di Diramazioni appesi alle pareti e alle librerie in noce accanto. Tutte tranne una, spoglia in maniera quasi sospetta.
Sulla scrivania noto un monitor ultrapiatto di ultima generazione. Sul video riconosco le mie spalle, inquadrate da una webcam, mentre varcano la soglia.
Alessio è il principe della tecnologia chic e il suo ufficio ne è la dimostrazione visiva.
Lui, sprofondato sulla sua poltrona in pelle, ruota verso di me e mi sorride.
Mentre si alza lo scricchiolio del materiale non rende giustizia alla sua invidiabile forma fisica.
La pacca sulla spalla che ricevo è un’altra dimostrazione della sua attuale ottima salute.
– Come mai non mi hai chiamato? – chiedo mentre restituisco il gesto.
– Il tuo telefono è sempre occupato, molto più del solito – risponde con la sua solita parlata rapida e, all’apparenza, distante.
– Ah, sì, è Ettore, che mi sostituisce quando sono in pausa.
– Ettore?
– È il mio nuovo assistente, un ragno zingaro che mi ha seguito quando sono stato da Diramazioni.
– E parla al telefono? – chiede un po’ sorpreso.
– Certo, perché? Mi tiene anche l’agenda degli appuntamenti aggiornata, corregge le bozze degli articoli e ammazza le mosche. Non avrei potuto trovare di meglio. Ma tu perché mi cercavi?
Mi fissa un istante: – Ah, sì, ho saputo che volevi intervistare Marilù Oliva per il blog e l’ho trovata.
– Ottimo! – tempo risparmiato, queste sono le cose che adoro. – Dove la trovo?
– È già collegata, aspetta che ora la visualizzo.
Mentre Alessio armeggia con la tastiera fisso il monitor del computer.
– Dove guardi? – mi chiede.
Alzo un sopracciglio: – Sul video, dove mi aspetto che appaia, perché?
– Perché è là, che devi guardare – indica.
Seguo il dito e i miei occhi impattano dove avevo visto la parete sgombra. Ora è apparsa un’altra stanza, senza soluzione di continuità con quella di Alessio, seppur del tutto diversa. Uno studio piccolo ma confortevole, con alte librerie ricolme e ordinate. Una tenda in pizzo filtra la luce, rendendo tutto più soffuso.
Seduta su un divano in pelle nera riconosco Marilù, che mi sorride cordiale, ma con quella sfumatura di mistero che si legge sempre, sui volti delle Signore del Noir. È elegante e rigorosamente in nero.
Mi volto verso Alessio, con una domanda stampata in faccia.
Lui scuote la testa e mi fa cenno di proseguire senza indugi.

Ciao Marilù e grazie di aver accettato il mio invito.
Ciao Fabrizio e grazie a te.

La sua voce è dolce e accomodante. In un istante dimentico di avere a che fare con una proiezione.

Quando e come è nata la Marilù Oliva scrittrice?
Io ho sempre scritto, fin da quando ero bambina. La sera, prima di addormentarmi, scrivevo rudimentali sceneggiature-soggetti, erano storie bislacche che tempestavo di disegni. Una sorta di pre-fumetto. Alle superiori disegnavo in maniera quasi compulsiva, poi durante l’università ho dirottato questa propensione nella scrittura. Prima di arrivare al romanzo sono approdata alla saggistica, sia letteraria che storica, ambito che non ho del tutto abbandonato.

Perché hai scelto come tuo genere principale il Thriller?
Stranamente sono arrivata a questo genere proprio dalla saggistica. Prima di conoscere la letteratura non mainstream, infatti, mi ero già letta la manualistica e i trattati scientifici di criminologia, per pura curiosità. Ero così appassionata che ho voluto tentare il salto: dalla realtà letta alla finzione prima letta, poi scritta. Se vuoi sapere perché proseguo sul versante noir, la risposta è semplice. Perché credo che sia quello che più rispecchi la vita, sia dal punto di vista concreto (il dramma, il crimine), sia dal punto di vista metaforico (per quanto si blateri contro i serial killer, questi esistono tuttora anche in Italia. A parte ciò, basta fare un salto interpretativo e leggerli come emblema di un qualsiasi altro male totalizzante, radicato nella nostra società).

Nei tuoi scritti, sia di narrativa che non, si denota tutta la tua passione per i serial killer. Cosa rappresentano per te queste figure? Ritieni che in loro possa essere identificato un qualche ruolo, all’interno della società?

Rappresentano la deviazione dal vivere sociale, ad un livello altissimo. Sono una spia di diverse patologie sia individuali sia collettive: qualcosa non ha funzionato in alcuni uomini come animali sociali. Dei serial killer mi interessano soprattutto la follia, l’asocialità, l’anaffettività. Il momento della genesi. L’origine del male, il perché. Non c’è intento giustificatorio o assolutorio, quello che mi muove è il tentativo di approfondirne le cause e trasporle letterariamente. 

Parlando di Repetita, il tuo romanzo d’esordio, il protagonista ha una smodata passione per la Storia. Qual è il tuo personale rapporto con essa?
Le corro dietro e lei continua a sfuggirmi.

Il protagonista, Lorenzo Ceré, è una persona con diversi problemi, ma molto consapevole di sé. Secondo te anche i serial killer nella realtà lo sono altrettanto?
La letteratura criminologica offre un elenco copioso di individui che percepiscono di essere al di fuori della norma. Che sanno di aver oltrepassato confini cui di solito l’uomo comune sta alla larga. Ciononostante, rispetto a questi, Lorenzo Ceré ha una consapevolezza fuori dell’ordinario. Probabilmente se non avessi letto Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris e non fossi rimasta affascinata da Hannibal Lecter, non avrei mai creato questo personaggio. Perché sono davvero pochissimi i serial killer che hanno la sua lucidità, il suo cinismo, la sua capacità di analisi. Ciò che fa la differenza è il livello culturale misto a un bisogno spasmodico di comprendere i processi degli eventi (tipico dello storico. E, ricordiamolo, Lorenzo emula gli storici).

So che hai in uscita un nuovo romanzo, ¡Tú la pagarás!, per Elliott Edizioni. Puoi raccontarmi qualcosa?
Premesso che sono felicissima di uscire con Elliot, ¡Tú la pagarás! è un noir ambientato per metà nel mondo della salsa. Ci sono atmosfere cupe alternate a balli, la quotidianità più gretta che si scontra con una spiritualità profonda confusa a tratti con la santeria cubana. Ci sono reminescenze delle mie notti da salsera vissute per anni un po’ di tempo fa, completamente reinventate in chiave noir ed esasperate in funzione della narrazione. I personaggi rispondono al pittoresco dell’ambiente: DJ strafottenti, animatori con doppie personalità, datori di lavoro schiavisti, proprietari di discoteche fascisti che battezzano il proprio cane Benito, ultrasessantenni invaghiti di ballerine irraggiungibili. La protagonista, Elisa Guerra detta La Guerrera, tenta di sopravvivere in questa giungla di carnivori. È un personaggio cui mi sono affezionata tantissimo e spero che il lettore provi empatia per lei, nonostante sia un tipino non facile: è rissosa, accidiosa, vanitosa ma maschiaccio, ha un forte senso della giustizia e procede con ragionamenti scientifici. È iscritta alla facoltà di criminologia ma fa la pubblicista.

Cosa c’è di Marilù Oliva nella Guerrera?
Solo qualche sfumatura. Pochi dettagli fisici – lei è piccolina e ama i tacchi alti – e caratteriali – abbiamo qualche passione in comune ma anche qualche disincanto.  

La presenza di una protagonista praticante capoeira mi fa immaginare che in questo tuo lavoro ci sarà più azione e meno introspezione, rispetto al precedente. È così?
Esattamente. Questo è un noir con tutti i crismi, con uno svolgimento abbastanza pieno e – come hai rilevato – molta più azione. La protagonista viene soprannominata La Guerrera per una serie di motivi che si sveleranno durante il romanzo, primo tra tutti perché è una guerriera di capoeira, appunto. Ho scelto quest’arte marziale sia perché l’ho praticata anni fa – a livello principiante – ed è un terreno in cui sento di muovermi bene, sia perché apprezzo molto la filosofia di base e la sua origine nascosta nella danza.

In questo tuo ultimo lavoro osserveremo l’ispettore Basilica in azione, mentre in Repetita era solo sullo sfondo. Si tratta solo di una sorta di collegamento tra i due lavori o hai in mente qualcosa di più grosso, per questo personaggio?
L’ispettore Gabriele Basilica è lo stesso di Repetita (ma anche di alcuni racconti precedenti, ad es. uno uscito su Cronaca Vera), ma mentre lì restava nell’ombra e veniva menzionato solo attraverso articoli di giornale, qui lo conosciamo meglio, con pregi e difetti, perplessità. C’è una sequenzialità cronologica (prima lui era ispettore, ora è stato promosso a ispettore capo), ma non c’è un collegamento specifico tra i due romanzi, o meglio: ¡Tú la pagarás! non è il sequel di Repetita, semplicemente ripropone un medesimo personaggio.

Tu hai un blog personale e collabori con un importante portale quale Thriller Magazine. Quanto ritieni che la diffusione di internet abbia influito nella formazione culturale del pubblico, in particolare delle generazioni più giovani?
Moltissimo. Le generazioni di oggi sono tecnologicamente molto sveglie. La loro formazione culturale risente di internet anche in negativo: c’è un’assuefazione all’immediatezza che il web soddisfa a scapito di un altro tipo di cultura, meno facile ma più profonda.

Allo stesso modo, quanto pensi che le nuove tecnologie abbiano inciso nella nascita e formazione di una generazione di scrittori, e quanto nella tua formazione di scrittrice?
Anche in questo caso moltissimo. Non solo a livello formativo ma anche a livello divulgativo. Con internet mi si è spalancato un mondo.

Siamo quasi al termine di questa chiacchierata. Quando sei “dall’altra parte” so che sei solita concludere le tue interviste chiedendo all’autore di  turno di citare un passaggio di un proprio scritto. Questa volta tocca a te…
Ti saluto con una citazione cupa da ¡Tú la pagarás!, per restare in tema noir.
È il momento del funerale della prima vittima:
«Il legno massiccio. La terra, quasi nera.
La bara marrone e lucida che sarà deposta nella terra opaca.
Ancora mezz’ora e chiuderanno il coperchio per sempre, la fiamma ossidrica scioglierà lo zinco isolando la putrefazione.
Eccolo, il mio bel moreno, immobile come non sapeva stare, il volto nell’espressione innaturale dei morti. L’hanno ripulito per bene, gli hanno riempito le cavità oculari con delle biglie apposite e hanno fissato le palpebre con del collante. […]
Ora la pelle di Thomás è ancora più tenue, marroncina. La morte corrompe i colori, oltre all’espressione. È una mano pirata che strappa l’aura. Le sue labbra carnose hanno perso il gonfiore, le guance sono già scavate, il viso appoggiato allo sterno gli fa sbucare un accenno di doppio mento che non gli apparteneva. Difficile, vedendolo qui, immaginarlo dietro al bancone del bar, con la maglietta bianca e i bicipiti scuri, due palle da rugby infossate nel braccio, ad armeggiare con cocktails e amarene. Difficile, ma non impossibile. E son sicura che molte, adesso, lo stanno ricordando così, col suo sorriso da sciupafemmine che piaceva a tutte, la sottoscritta inclusa. Non è un caso che, tra i visitatori giunti per l’estremo saluto, tre quarti siano donne».

Ti ringrazio per il tempo concessomi e in bocca al lupo!
Mille grazie a te, Fabrizio. Lancio una polpetta al lupo (non avvelenata, ovviamente)!

Mentre Marilù mi fa un cenno di saluto la proiezione sfuma e mi ritrovo a fissare la parete vuota.
Sto finalmente per porre ad Alessio la domanda che prima avevo solo in faccia, ma lo vedo imitare il gesto di Marilù e svanire con tutto l’ufficio.
Sono in una stanza deserta con un solo proiettore tridimensionale al centro.
Scuoto la testa confuso, sperando nel frattempo che non sparisca anche la stanza e mi ritrovi a fluttuare nel vuoto.
Sorrido: Alessio è sempre più avanti, con le tecniche di proiezione immagini. Un vero inganno per la vista e l’udito.
Faccio per aprire la porta e uscire, ma un pensiero mi congela il gesto.
Ma se era tutto una proiezione a cosa ho dato un pacca sulla spalla… ?

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