Dietro le quinte di Opera sei, di David Riva

Raccontando la genesi del suo romanzo, David Riva spiega come gli eventi narrati in Opera sei siano molto più vicini alla realtà di quel che si potrebbe pensare.

L’idea iniziale, lo spunto da cui “Opera sei” ha avuto genesi, era in realtà piuttosto lontana da quanto poi si è sviluppato, sebbene com’è ovvio contenesse tracce profonde di assonanza: ho immaginato che una giovane donna, navigando in rete, incappasse in un sito che prometteva di trasformare gli interessati attraverso interventi di chirurgia estetica, ma in realtà il portale web non sarebbe stato altro che una trappola per attirare vittime presso un efferato serial killer.
Quando poi ho iniziato a raccogliere materiale sulle forme di body art del secolo scorso, mi è stato chiaro che sarebbe stato molto più interessante virare verso quella direzione, poiché ciò che giace su un estremo indecidibile – cos’è arte e cosa non lo è? cos’è bello o brutto? cos’è normale o para-normale, vero o falso? – possiede un fascino irresistibile, a cui la natura ci spinge proprio per risolvere l’irrisolto, e per ricercare l’irrisolvibile.
L’aspetto che non traspare in maniera vistosa, ma è sotteso a tutto il romanzo, è che nella realtà sono avvenute espressioni artistiche estreme e morbose in maniera non distante da quelle che io ho ideato.
Ci sono stati  – e ci sono – autori (che definiscono se stessi artisti e, ancora più incredibile, vengono nella maggior parte dei casi riconosciuti come tali dalla critica d’arte) i quali durante le proprie performance si procurano ferite con lame o punteruoli, oppure si appendono a ganci infilati nella pelle, si fanno cospargere di interiora di animali in rituali para-mistici, si rotolano nella carne cruda, trasformano cadaveri umani in statue, rimangono per giorni rinchiusi in gabbie cibandosi di scarti, utilizzano il proprio corpo e i suoi fluidi come mezzi per creare istanze artistiche, praticano eccessi davanti a un pubblico attento e via dicendo.
Non sono a conoscenza di episodi in cui siano state tentate operazioni chirurgiche di qualche genere su altre persone che non siano l’artista stesso – l’arte carnale di Orlan, per esempio, per la quale lei provvede a modifiche chirurgiche su se stessa – per quanto esista una artista che tatua i propri componimenti poetici su soggetti volontari.
Come è evidente, in mezzo a questo panorama la vicenda che descrivo in “Opera sei” è del tutto verosimile: sarebbe potuta accadere davvero, e chissà che tracce memetiche degli avvenimenti che descrivo non siano frutto di qualcosa che, a tutti gli effetti, potrebbe essere storia reale.
Mi è stato chiesto, tra l’altro, dai primi lettori di “Opera sei”, se le citazioni che riporto sono vere, tanto aderiscono al testo e agli eventi del romanzo. Ebbene, a parte il diario di Ester, tutti gli scritti dei capitoli di approfondimento sono tratti dalla bibliografia riportata in calce, dimostrando ancora una volta che sono già presenti al mondo tutte le condizioni necessarie, affinché una vicissitudine simile a quella che i nostri protagonisti attraversano avvenga sul serio.
Aggiungo che la definizione della propria identità è un aspetto bene o male a tutti presente, per lo meno è caro a chi possiede un minimo d’interiorità: a mio parere un libro non solo deve rispondere alle domande, ma anche farne sorgere. Mi è sembrato così interessante associare alla ricerca artistica contemporanea, spinta sempre più agli estremi – siano essi di genere estetico o emozionale – la ricerca del sé , come realizzazione non solo estetica ma anche esistenziale. Se questo può far sorgere nel Lettore curiosità o interesse, in uno qualsiasi di questi significanti, avrò il piacere di aver compiuto un buon lavoro.

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