Sotto il cimitero, di Alfredo Mogavero. Terza parte

Sotto il cimitero
di Alfredo Mogavero

3

Quel mondo sotterraneo era un crogiolo terrificante di ombre, pericoli e sentieri senza uscita. A spaventare non erano tanto le enormi stalattiti, né i burroni che all'improvviso si aprivano come trappole al termine di una galleria, e neppure il gorgogliare di fiumi lontani attraverso le insenature della parete rocciosa. Ciò che davvero metteva addosso cattivi presagi e che faceva nascere dubbi sinistri era scorgere qua e là i segni inequivocabili dell'attività umana, a riprova che si erano imbattuti in una vera e propria civiltà sepolta. Chiunque fossero gli abitatori del sottosuolo, rifletteva Bronson Biggs, non si trattava certo di animali senza cervello: erano in grado di costruire ponti, scale e cancelli, di erigere torri di guardia, di manovrare macchinari. Molte furono le tracce della loro attività che la comitiva incontrò lungo il percorso, e tutte recavano un che di minaccioso, d'insano, di profondamente depravato. Senza parlare poi dei dipinti e delle iscrizioni sulle pareti, che costrinsero Tip Wilson a fermarsi più di una volta per dare di stomaco.

– Non preoccupatevi – diceva Corinna. – Vivono piuttosto lontano da qui, e non dovremmo fare brutti incontri. Comunque, se ci avessero visti, a quest'ora saremmo già morti.
– Ma come fate a sopravvivere, tu e tuo nonno? – chiese Bronson Biggs. – Possibile che non vi abbiano mai trovati?
– Abbiamo imparato a nasconderci – disse la ragazza. – Usciamo solo quando siamo sicuri che loro non sono in giro, e soltanto per pochi minuti. Di solito arriviamo fino alla grotta dei vermi, o alla pozza d'acqua salmastra, per procurarci da mangiare e da bere, e poi ce ne torniamo al nostro rifugio. I primi tempi ce ne andavamo in giro a cercare un pertugio da cui sbucare fuori, ma dopo un po' ci abbiamo rinunciato.
– I primi tempi? – fece Biggs. – Ma da quant'è che siete qui?
– Non saprei dirlo – Corinna si mise un dito sul mento, meditabonda. – So solo che quando ci siamo persi queste qui non le avevo.
Così dicendo si toccò le tette, facendole ballare sotto i vestiti. Tip Wilson diventò  rosso come una mela matura e deglutì sonoramente, e per un pezzo non riuscì a staccarle gli occhi di dosso.

4

Alla fine giunsero a una caverna nella quale bruciava un piccolo falò di sterpaglie racimolate chissà dove, e ci trovarono seduta una barba avvolta in vari strati di stracci lordi. La barba, dopo un esame più accurato, risultò essere un orribile vecchio dagli occhi spiritati, così smagrito e macilento che a stento si riusciva a credere che fosse ancora vivo. La pelle del volto, laddove si riusciva a vederla, appariva raggrinzita ed esangue, tempestata di vene bluastre e sottili. I capelli erano grigi e lunghissimi, le unghie artigli ricurvi all'interno dei quali si annidava una nera sporcizia accumulata in chissà quanti anni di vita sotterranea. La bocca, spalancata in un'espressione ebete, mostrava un'alternanza ripugnante di denti marci e gengive nude in mezzo alle quali, viscida e ricoperta di piaghe, si muoveva una lingua scura come una melanzana.
– Nonno, guarda un po'! – disse Corinna entrando nella grotta. – Ho incontrato due vagabondi. Sono venuti giù da una fossa, poco lontano da qui. Finalmente possiamo andarcene.
Il vecchio non mostrò di avere inteso una sola parola. Continuò a fissare il vuoto per un pezzo, attonito, tendendo di tanto in tanto le mani verso il fuoco per riscaldarle. All'improvviso parve ridestarsi dal suo torpore, e saltò in piedi afferrando un grosso bastone appuntito.
– Via, via, demoni dell'inferno! – urlò puntando l'arma verso i nuovi arrivati. – Non sono ancora morto! Non mi avrete! Non mi avrete mai!
– Nonno, calmati! – lo pregò Corinna. – Non sono demoni, ma due uomini in carne e ossa venuti a tirarci fuori di qui. Questo qui è Bronson Biggs, il becchino del cimitero, e l'altro è il suo aiutante.
– Tip Wilson – disse Tip Wilson. – Molto piacere, signore.
Il vecchio stavolta sembrò aver capito. Lanciò lontano il bastone, si pulì le mani sudice sugli ancor più sudici vestiti e abbracciò uno alla volta i due sconosciuti.
– È il cielo che vi manda – esclamò quasi piangendo. – Abbiamo trascorso tanti anni qui sotto, io e mia nipote, che ormai disperavamo di poterne uscire. Venite, venite  pure dentro, Bronson Biggs e Tip Wilson, sedete con noi, fate come se foste a casa vostra! Oh, che giorno fantastico, che avvenimento meraviglioso! Siamo salvi, salvi finalmente!
Così dicendo si curvò sul fuoco cercando di ravvivarlo, e intanto bofonchiava spezzoni di frasi sempre meno comprensibili come se il senno appena ritrovato lo stesse rapidamente abbandonando di nuovo. Quando i due si accomodarono su un grosso masso neppure li guardò, oramai perduto nel fiume melmoso dei suoi deliranti pensieri.
– Er…vorremmo sapere qualcosa di più su questo posto – disse dopo qualche tempo Bronson Biggs. – Sua nipote ci ha detto che è infestato da esseri diabolici, e da una bestia che vive nei suoi più reconditi meandri.
Il vecchio alzò la testa, guardò prima lui, poi il ragazzo, e alla fine fece una smorfia di paura e disgusto che lo rese, se possibile, ancora più brutto.
– Sangue di Giuda – proferì con un fil di voce. – Chi diavolo siete voi due?

(continua)

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