Sotto il cimitero, di Alfredo Mogavero. Seconda parte

Sotto il cimitero
di Alfredo Mogavero

2
Qualche giorno dopo bisognava tirar fuori la bara di un tizio che non aveva più famiglia e sostituirla con quella di uno morto da poco. Era usanza consolidata che i defunti che nessuno veniva più a visitare finissero nella gran fossa comune ai margini del cimitero, per comprensibili ragioni di spazio. Non era una bella cosa, ma la terra non era illimitata e bisognava arrangiarsi con quella che si aveva a disposizione, perciò ogni tanto qualcuno degli ospiti veniva trasferito. Quel giorno c’era un sole che spaccava in due i sassi, e Tip Wilson scavava e sbuffava con la faccia paonazza e la fronte lucida di sudore. Sotto l’ombra del portico Bronson Biggs lo teneva blandamente d’occhio, sfogliando un libercolo dal quale di tanto in tanto citava ad alta voce incomprensibili adagi greci.
– Potrebbe venire a darmi il cambio, signore – ansimava il ragazzo quando sentiva la schiena dolergli più forte. – Che ne dice?
– Dico che è una sciocchezza. – rispondeva il becchino. – I tuoi muscoli hanno bisogno di tenersi in allenamento con i lavori pesanti almeno quanto la mia mente ne ha di farlo con la lettura dei classici. A ognuno il suo, ragazzo. Questa è la legge di Madre Natura.
– Va bene, signor Biggs – rispondeva il giovane, e poi aggiungeva sottovoce: – Al diavolo Madre Natura.
Scava e scava, finalmente la bara fu allo scoperto. A Tip toccò issarla fuori da solo, con il solito metodo della corda, e immaginatevi il suo stupore quando vide che, come quella del giovane Woolbing, era stata sfondata e depredata del suo contenuto. Stava per avvertire il principale, quando s’accorse di qualcosa sul fondo della fossa e ci saltò dentro a pié pari. Smuovendo la terra con le mani rivelò lo strano oggetto, e la sua sorpresa fu grande nell’accorgersi che si trattava di una botola. L’aprì senza esitare, e si ritrovò a guardare attraverso un buio cunicolo verticale che scendeva per parecchi metri nel sottosuolo come una galleria scavata da mani umane. Su un lato del tunnel c’erano dei pioli che formavano una rozza scala, e in fondo era chiaramente distinguibile il riverbero vermiglio di una torcia incastonata nella roccia. Fu alla luce di essa che, trasalendo per la sorpresa, Tip Wilson vide passare sotto di lui una figura curva e furtiva.
– Ehi! – gridò. – Ehi, là sotto!
L’essere si fermò come pietrificato e alzò la testa, fissandolo con occhi grandi e nerissimi. Era pallido e magro, sinuoso, con lunghi capelli appiccicaticci color del petrolio. Sotto gli stracci sporchi che gli facevano da vestiti, il rigonfiamento all’altezza del petto parlava chiaro: si trattava di una ragazza.
– Cosa farnetichi Tip? – gridò Bronson Biggs dal portico, e in quello stesso istante la fanciulla fece uno strano gesto all’indirizzo di Tip e scomparve correndo nel cunicolo che si stendeva giù, oltre la visuale del giovane. Per un po’ s’udì lo scalpiccio dei suoi passi echeggiare nel sottosuolo, poi più nulla.
– Venga a vedere, signor Biggs! Presto, per l’amor del cielo!
– Ma che accade? – seccato, il becchino posò il suo libro e corse a dare un’occhiata. Quando giunse sul ciglio della fossa e vide il tunnel non poté fare a meno di lasciarsi sfuggire un’imprecazione, e prima che Tip Wilson si muovesse per aiutarlo a scendere l’aveva già raggiunto con un balzo a rotta di collo decisamente pericoloso per un uomo della sua età.
– Che accidenti vuol dire questo? – mormorò esaminando l’apertura che s’inabissava nelle viscere della terra. – Guarda qua, Tip. Ci sono dei pioli infissi nella roccia.
– Ho visto, signore – disse il ragazzo. – E non è tutto.
– Cosa vuoi dire? Parla, perdio!
– C’era qualcuno laggiù. Una ragazza, credo. L’ho vista solo per qualche istante, poi è sparita. Aveva… aveva un paio di tette che…
– Ah! – lo interruppe l’altro. – Ecco spiegato il mistero dei cadaveri spariti! Qui sotto succedono cose strane, cose innominabili. Dobbiamo porre fine a un tale scempio!
– Noi? – domandò il ragazzo, già pentendosi di aver reso partecipe il suo mentore della scoperta. – Non sarebbe meglio avvertire lo sceriffo?
– Chi? – ghignò Bronson Biggs. – Quel rammollito che ha preso il posto di Plankerton? Non sarebbe capace di mettere i ferri ai polsi di un poppante. No, ragazzo mio, questa impresa è affar nostro, e dobbiamo sbrigarla da soli. E poi, non eri tu che ti lamentavi sempre di quanto fosse noiosa la vita, e dicevi di voler vivere qualche avventura leggendaria?
– Be’, sì, ma…
– Poche storie – tagliò corto il becchino. – Seguimi in bottega. Abbiamo bisogno di equipaggiarci a dovere prima di penetrare in quest’antro demoniaco.
In bottega presero due lanterne a olio, un paio di pagnotte, una borraccia piena d’acqua e le armi. Bronson Biggs tirò fuori la sua fedele Remington da uno scrigno arrugginito, controllò che fosse carica, legò il cinturone intorno alla vita e si ficcò due manciate di pallottole nelle tasche dello spolverino. Tip Wilson staccò dal muro il moschetto regalatogli da Richard Maser e se lo mise in spalla maledicendo il momento in cui quella mattina aveva cominciato a scavare quella fossa. Vedeva una tempesta di guai in arrivo, e non sapeva come fare per impedire di venirne travolto.
Tornati nella buca, si calarono attraverso la botola stando attenti a non mettere il piede in fallo. I pioli ressero, sebbene paressero tutt’altro che solidi, e i due poterono discendere fino alla fine senza rompersi l’osso del collo. Giunti sul fondo, si ritrovarono in un labirinto di gallerie che si dipanavano ovunque, buie e minacciose come le bocche di una torma di mostri. Rozze torce erano state inserite nelle intercapedini della pietra con l’intento d’illuminare il cammino di quelli che vivevano là sotto, ma più che far luce intossicavano i polmoni col puzzo della pece bruciata, e i due furono costretti a ripararsi naso e bocca con dei pezzi di stoffa.
– Che sfortuna, non c’è nessuno – disse Tip Wilson. – Ci toccherà andarcene e magari tornare un’altra volta. Peccato, eh, signor Biggs?
– Non dire scempiaggini, fifone – lo rimbrottò l’altro. – È chiaro che siamo sbucati in un corridoio secondario, e che i degenerati che vivono qui sotto si nascondono altrove. Dobbiamo cercare di capire quale di queste grotte porti alla loro tana, per prenderli di sopresa.
– Ma perché non li lasciamo in pace? Che male ci hanno fatto a noialtri?
– Che male, dici? – Bronson Biggs gli posò addosso il suo celebre cipiglio d’indignazione, per ottenere il quale si allenava quotidianamente. – Se tu fossi morto ti piacerebbe che qualcuno arrivasse da sotto, sfondasse l’involucro che ti separa dalla nuda terra, ti prendesse con la forza senza alcun rispetto e ti portasse in un luogo segreto per…
– Per farmi che? – lo incitò il ragazzo, vedendo che s’era interrotto.
– Questo lo ignoro, – disse tra sé il becchino, come sorprendendosi dell’esistenza di un fatto ch’egli non era in grado di spiegare – ma deve essere sicuramente qualcosa di aberrante. Non si turba il riposo dei defunti se non si hanno fini malvagi, di questo sono sicuro.
– Se lo dice lei…
– Certo che lo dico. Seguimi, adesso, e non fiatare finché non sarò io a ordinartelo. Il mio istinto mi dice che quel tunnel alla nostra destra ci porterà dritti al cuore di questo dedalo malvagio.
Invece li portò in uno strapiombo pieno zeppo di merda di pipistrello, in cui caddero inzaccherandosi fino alla cima dei capelli. Risalendo faticosamente il ciglio di quella depressione Bronson Biggs ignorò ostinatamente le lamentele del suo aiutante, il quale gli faceva notare con acri parole di disappunto che, dopotutto, il suo istinto non era poi granché.
– Ebbene, mi sono sbagliato – ammise il beccamorto quando ne furono fuori. – Può succedere a tutti, no? Sono sicuro però che quest’altra galleria…
– Guardi là! – gridò Tip Wilson all’improvviso, strattonandolo per una spalla. – È lei! È la ragazza che ho visto poco fa!
La giovane cercava di nascondersi dietro una roccia, ma il pallore del suo volto quasi brillava nel buio. Quando sentì Tip urlare si diede a una fuga disperata, ma inciampò in un sasso e ruzzolò sul terreno gemendo come un animale in trappola. I due le erano già addosso, e la puntavano con i loro cannoni.
– Creatura delle tenebre! – le disse Bronson Biggs schiacciandole una mano con la suola di uno stivale. – Tu non capisci la nostra lingua, ma io caccerò fuori dalla tua bocca ciò che voglio sapere, a costo di torturarti fino alla fine dei tuoi giorni!
– Ma perché deve essere sempre così teatrale? – gli sussurrò Tip, seccato. – Le chieda piuttosto come si chiama, no?
– E tu credi che saprebbe rispondere? – ribatté il becchino. – Non vedi come ulula, come si contorce, come sputa sulle mie caviglie? Ti pare un comportamento umano, questo?
– Forse se le togliesse il piede dalle dita si calmerebbe – suggerì il ragazzo.
– O forse ci soffierebbe sulla faccia una nube accecante – fu lesto a rilanciare l’altro. – Forse estrarrebbe un pugnale ricurvo e ce lo affonderebbe nel petto, o magari volerebbe via lanciando fiamme dagli occhi. Cosa possiamo saperne, noi, di questi esseri maledetti?
– Tolga quello stivale dalla mia dannata mano! – strillò la ragazza in un perfetto accento dell’Arizona, sorprendendo Bronson Biggs. L’uomo, pur continuando a tenerla sotto tiro con la pistola, obbedì e quasi fu sul punto di scusarsi.
– Ehm…orsù, chi sei? – chiese un po’ imbarazzato.
– Mi chiamo Corinna – disse la giovane. – Cristo, mi ha quasi rotto un dito…
– Fa’ vedere – intervenne Tip Wilson chinandosi su di lei prima che il principale potesse fermarlo. – Non è nulla. Te la sei cavata.
– Stronzo – disse Corinna a Bronson Biggs.
– Ladra di cadaveri – le rispose duro il becchino.
Dopo qualche tempo passato a massaggiarsi la mano e a guardare in cagnesco l’uomo che gliela aveva ammaccata la giovane disse:
– Non sono io che rubo i corpi.
– Ah, no? E chi allora? – le chiese Biggs, con fare da inquisitore.
– Gli uomini con gli occhi di gufo – Corinna pronunciò quelle parole con una strana incrinazione nella voce. – Sono loro che prendono i morti, per portarli alla Bestia.
– La Bestia? Che sarebbe? – domandò Tip Wilson, a cui quel discorso cominciava a non piacere per nulla. Bronson Biggs gli fece cenno di star zitto.
– La Bestia è la Bestia – spiegò Corinna. – Vive qui sotto, nella caverna più buia e profonda, ed è così brutta che una volta che uno l’ha vista non se la scorda per tutta la vita. Il nonno dice che una volta era un uomo, ma io non ci credo.
– Il nonno? Dunque non sei sola quaggiù?
– Certo che no. Vivo con lui in una grotta, qui vicino. Se volete vi ci accompagno, così lo conoscete.
Bronson Biggs decise anche per il suo aiutante, e tutti e tre s’incamminarono lungo un cunicolo così buio che, pur con le lanterne accese, a stento si riusciva a vedere a un palmo dal naso.

(continua)

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