Sotto il cimitero, di Alfredo Mogavero

Alfredo Mogavero propone un lungo racconto inedito con due tra i personaggi più amati del suo Six shots. Sette puntate in compagnia del becchino più erudito di tutto il far west e del suo ingenuo aiutante (badate bene: gratis e senza un solo minuto di pubblicità, roba che manco la tv di stato).
Solo sul blog di edizioni XII.

Sotto il cimitero
un’avventura di Bronson Biggs e Tip Wilson

1

Era un pomeriggio grigio e abulico, e Tip Wilson se ne stava seduto sotto il portico dell’impresa di pompe funebri a guardare la triste distesa di croci del cimitero. Da quando il suo principale era stato nominato anche guardiano del camposanto e la bottega era di conseguenza stata spostata là dove si potevano gestire i due affari in contemporanea, le giornate del ragazzo erano diventate uno stillicidio d’ore vuote e solitarie. Prima, nei momenti liberi dal lavoro, aveva sempre il tempo per fare un salto al saloon di Moose per un cicchetto o una partita a black jack, ma adesso che s’erano trasferiti al margine più estremo della città, a quasi tre miglia dalla strada principale, ciò non era più possibile. Il signor Biggs avrebbe potuto avere improvvisamente bisogno di lui, e non trovandolo si sarebbe messo a urlare maledicendo se stesso e il giorno in cui aveva deciso di offrire un lavoro a quello scapestrato per toglierlo dalla strada. Era già successo una volta, da quando avevano traslocato, e Tip non voleva che si ripetesse. Teneva molto a essere ben considerato dall’uomo che lo aveva tirato fuori dai guai quand’era solo un orfano nullatenente arrivato dalla campagna, e se questo voleva dire macerarsi nella noia mortale di quel paesaggio popolato di tombe, allora lui avrebbe sopportato. Non era una volpe, Tip, e nemmeno un cuor di leone, però una cosa bisognava riconoscergliela: sapeva, quel buon ragazzo, cosa volesse dire serbare gratitudine nei confronti di chi aveva fatto qualcosa per lui.

Così Tip lasciava trascorrere i suoi giorni senza far altro che inchiodare coperchi sulle bare, scavare fosse qua è là e rigirarsi i pollici nel tempo libero. Non aveva amici, né una vita sociale, e neppure un qualche interesse che potesse aiutarlo a ingannare la noia. A volte il signor Biggs gli leggeva qualche passo filosofico da uno dei suoi libroni, tanto per fargli annusare un po’ di cultura, ma erano parole che gli suonavano ostiche e, per quanto si sforzasse di catturarne il significato, non facevano altro che provocargli un gran mal di testa. Si allontanava allora con una scusa, rintronato come dopo una sbornia, e andava a fare una passeggiata tra le tombe respirando l’odore dolce della terra smossa di fresco. Là, con le mani in tasca e lo sguardo perso all’orizzonte, fantasticava su una vita diversa, mille miglia lontano dal quel cimitero dove non succedeva mai nulla, un’esistenza alternativa che non aveva la forza né il coraggio di costruirsi. Sapeva, Tip Wilson, che in quei tempi tumultuosi e violenti c’erano uomini con l’argento vivo addosso che si prendevano ciò che volevano per ragione o per forza, spiriti indomabili che rifiutavano di lasciarsi condurre al guinzaglio dal destino e scrivevano di proprio pugno la loro storia, con una pistola per penna e una manciata di proiettili per calamaio. In sella a destrieri potenti, accompagnati solo dalla loro brama di vivere, quei temerari stormivano attraverso le praterie come vento inafferrabile, e se pure finivano con un buco in fronte o un cappio al collo di certo abbandonavano il mondo con la soddisfazione di aver scolpito a grandi lettere il proprio nome sulla pietra eterna della leggenda. Lui, un remissivo garzone di bottega, cosa poteva sperare per sé? Nient’altro che morire solo, senza un cane a fargli compagnia, affogato nei rimpianti di aver costantemente rimandato le decisioni importanti fino a che l’età più bella della sua vita non era fuggita via. Si vedeva vecchio e malato, in quello stesso cimitero, mentre scavava una gran fossa e vi si adagiava dentro per abbandonarsi all’ultimo sonno. Là rimaneva in attesa di qualcuno che giungesse a gettare un fiore, o a versare una lacrima, ma invano; vermi, ratti e avvoltoi erano gli unici a presentarsi alle esequie, e il funerale che gli facevano mentre era ancor moribondo aveva ben poco di religioso.

Quel giorno, mentre indugiava in pensieri molto simili a questi, vide due figure familiari percorrere a passo lento il vialetto che tagliava in due il cimitero. Si trattava dei coniugi Woolbing, due disgraziati che avevano un negozio di stoffe giù in città e che nessuno aveva più visto sorridere dal giorno in cui una brutta tisi s’era portata via il loro unico figlio. Se ne stavano sempre da soli, trincerati nel loro dolore, e se aprivano bocca lo facevano solo per ricordare a questo o quell’altro conoscente quanto bello, buono e in gamba fosse stato il loro Anacletus, un fior di ragazzo strappato alla vita dalla mano insensibile del destino. Quest’abitudine, unita alle loro facce da funerale e al fatto che vestissero sempre di nero, aveva determinato il progressivo allontanamento dei clienti dalla loro bottega, e perfino la diceria malevola che portassero, per dirla in modo delicato, una gran sfiga. Ad avvantaggiarsene era stato il loro concorrente in affari, tal Pauly Beatloaf, che aveva uno spaccio di tessuti proprio dall’altra parte della strada e che da quando Anacletus era morto aveva visto triplicare i suoi affari. Lui s’ingrassava e accumulava montagne di soldi mentre i Woolbing stentavano a mettere in tavola una scodella di zuppa e venivano sommersi dai debiti, e per questo diventavano ancora più tristi e macilenti. Ultimamente la gente aveva preso a scansarli come appestati, e c’era perfino chi aveva domandato al sindaco che fossero allontanati dalla città perché “carichi di influenze negative”. La scorta di compassione nei loro confronti era andata esaurita da tempo, e il limite di sopportazione per i musi lunghi che mostravano in giro aveva raggiunto la misura colma: o si sforzavano di farsi vedere un po’ felici, o era meglio che levassero le tende e se ne andassero a piangere e lamentarsi da un’altra parte. Della storia del loro fior di ragazzo, strappato alla vita dalla mano insensibile del destino, ne avevano tutti le palle piene.
– Riecco quei due infelici – commentò Tip Wilson, alzandosi dal suo sgabello e rientrando in bottega per avvertire il signor Biggs. Questi era in quel momento sprofondato fino al naso in certi suoi tomi arcaici, e quando l’udì entrare nello studiolo nemmeno alzò la testa.
– Cosa c’è, Tip? – chiese senza interesse. – Un altro cane randagio ha scambiato qualche tomba per una latrina?
– No, signor Biggs.
– Cosa, allora?
– Ci sono i Woolbing. Credo vogliano parlare con lei.
– Accidenti, che seccatura. – sbuffando, il becchino abbandonò a malincuore le sue dotte letture e s’alzò scricchiolando come una vecchia porta dai cardini arrugginiti. – Su, andiamo a vedere cosa vogliono questa volta.
I Woolbing erano intanto giunti sull’uscio della bottega, e se ne stavano impalati là davanti appoggiandosi l’uno all’altro. Tenevano gli occhi bassi e le mani congiunte in grembo, le spalle ossute e strette erano curve in avanti come se cercassero di spartirsi un peso quasi impossibile da sostenere. I loro abiti, invariabilmente scuri, erano più rattoppati e cenciosi che mai.
– Salve, brava gente – esordì Bronson Biggs comparendo sull’uscio. – Cosa vi porta da queste parti?
I due si guardarono di sbieco e non proferirono parola. Sembravano più disperati che mai, smorti e avvizziti come fuscelli su cui il sole non si posava da tempo immemore. A disagio, e trattenendo a stento il pianto, si limitarono a scuotere il capo e fare alcuni gesti il cui significato voleva esprimere che si trattava di cose veramente terribili.
– Andiamo bene – bisbigliò tra sé Tip Wilson, ma il principale lo fulminò con un’occhiata.
– Ehm, vogliamo parlarne dentro? – propose il becchino. – Mi è giusto avanzato un po’ di pollo arrosto, e lo condividerei volentieri con voi.
L’allusione al cibo riuscì nell’intento di smuovere i due mesti ospiti: prima un passetto alla volta, quindi trotterellando e infine quasi di corsa entrarono in bottega, presero posto a tavola e cominciarono a guardarsi intorno in attesa che saltasse fuori il pasto promesso. Le mani, che prima erano state composte e ferme, si torcevano adesso l’una nell’altra impazienti, gli occhi avevano smesso di fissare il pavimento e saettavano di qua e di là emanando un bagliore quasi animalesco che metteva paura. Mentre riempiva i piatti, in cucina, Bronson Biggs ringraziò il cielo che ci fosse abbastanza da mangiare per entrambi, altrimenti quei due sarebbero stati capaci di strapparsi il cibo di bocca come due lupi feroci.
– Vedi, Tip? – disse al garzone, che gli stava vicino. – La fame, quella più nera, ha il potere di cancellare per qualche istante anche il dolore più atroce. Essa è uno dei nosti istinti primari, e per questo sovrasta e tacita ogni sentimento, finanche il più intenso. Pare crudele, ma è così che va e non ci si può far nulla. Uno stomaco vuoto ha sempre la meglio su un cuore gonfio di sofferenza, e anche i principi morali e le regole del vivere comune ne vengono spesso travolte come arbusti da una frana inarrestabile.
Il ragazzo aveva inteso ben poco di quel discorso, perché stava guardando il pollo. Anche lui aveva un certo languore, ma quando allungò una mano per afferrare un pezzo d’ala il vecchio e saggio beccamorto lo redarguì aspramente.
– Vergogna! – tuonò con l’indice alzato. – Tu hai già desinato, mentre quei poveretti non vedono un pasto decente da settimane. Vuoi levargli anche questo poco, in modo che muoiano di fame? Tale, dunque, è la tua ingordigia?
– Mi scusi, signor Biggs – mormorò il ragazzo, e pareva sinceramente pentito. – Se tuttavia potessi avere almeno un po’ di quella coscia…
– Non se ne parla. Forza, andiamo di là, così vedremo finalmente cosa diavolo hanno da dirci i nostri ospiti.
Alla vista dei rimasugli del pollo i coniugi sussultarono. Senza curarsi delle buone maniere cominciarono a mangiare con le mani, sbrodolando sugo e brandelli e masticando rumorosamente con le facce quasi affondate nei piatti. Rumori inumani, quasi orgasmici, accompagnavano ogni boccone, e tra essi il becchino e il suo aiutante furono appena in grado di distinguere qualche parola di ciò che i due farfugliavano.
– Un gran dolore, signor Biggs! – diceva Tolomeus Woolbing spolpando un osso fino a farlo diventare così bianco che quasi pareva di madreperla. – Grande, grandissimo dolore!
– Tragedia! Tragedia! – gli dava man forte la moglie, piluccando voracemente gli ultimi pezzetti di carne che aveva nel piatto e accompagnandoli con una sorsata di vino ben poco degna di una signora. – Il nostro figliolo! Dobbiam disseppellirlo!
– Come mai? – chiese sorpreso Bronson Biggs, senza dissimulare un moto di disgusto per quel rozzo baccanale. – Cos’è accaduto?
A parlare fu di nuovo Tolomeus:
– Vede, signore, purtroppo siamo al verde. Non abbiamo più un centesimo. Non riusciamo più a mangiare.
– Ebbene?
– Ecco, si da’ il caso che, prima di seppellire il nostro amato Anacletus, io e mia moglie lo avessimo vestito di tutto punto, con un abito fatto fare su misura da Chester il sarto. Roba di valore, capisce…
– E scarpe nuove – aggiunse Fedra Woolbing, asciugandosi le lacrime con un tovagliolo unto.
– Proprio così – riprese l’altro. – In più, per accompagnarlo nell’ultimo viaggio, gli avevamo messo in tasca a mo’ di ricordo due dei nostri oggetti più preziosi: il mio orologio d’oro, eredità di mio padre…
– E una croce pure d’oro, appartenuta alla mia bisnonna – intervenne la donna, dopodiché calò il silenzio. Sembrava che nessuno dei due avesse la forza di andare avanti, e se ne stavano con le mani nei capelli e lo sguardo perso nel vuoto biascicando tra i denti una specie di mantra folle. Bronson Biggs, il quale aveva capito dove volevano andare a parare, decise di risparmiare loro il dolore di dar voce a una richiesta tanto meschina, e s’avviò alla porta.
– Prendi la pala, Tip – mormorò accendendo la pipa con uno zolfanello. – E voi, signori, vogliate seguirmi fuori. Vediamo di toglierci questo dente il più alla svelta possibile.

La tomba di Anacletus era nell’ala orientale del cimitero, uguale in tutto e per tutto a decine d’altre fatta eccezione per il nome inciso sulla croce di legno. Tip Wilson affondò la testa del suo badile nella terra e cominciò a scavare, e a ogni spalata i Woolbing gemevano e si contorcevano come se gli stessero strappando la carne brano a brano con una tenaglia. Lo pregavano di smettere, poi ci ripensavano e gli dicevano di continuare, chiedevano pietà a Dio e si battevano forte il petto in segno di colpa. Bronson Biggs, in piedi dietro di loro, contemplava quel penoso spettacolo con il distacco di chi ne ha viste troppe per lasciarsi coinvolgere e fumava pensando ai suoi libri.
– Ecco la bara – disse Tip quando la pala incontrò con un tonfo una superficie solida. – Prepari la corda, signor Biggs. – I Woolbing fremevano come banderuole al vento.
Dopo aver liberato il feretro dagli ultimi rimasugli di terra il ragazzo saltò nella fossa, si fece passare il pezzo di fune dal suo principale e lo avvolse attorno a esso fissandolo con un nodo. Si arrampicò dunque fuori, e aiutato dal vecchio issò il triste contenitore a forza di braccia. Curiosamente, era molto più leggero di quanto entrambi si aspettassero.
Il coperchio non aveva chiodi, e bastò sollevarlo per aprire la bara e rivelarne il contenuto. Solo che il contenuto non c’era. La bara era vuota, sfondata da sotto, e del corpo che avrebbe dovuto ospitare non si vedeva traccia. Era come se qualcuno l’avesse tirato fuori e portato via, chissà per quale motivo. La cosa strana era che l’operazione pareva esser stata compiuta dal basso, giacché la terra della tomba, quand’erano arrivati, non recava segni d’essere stata smossa. Davvero un enigma da perderci la testa.
– Ma cosa è successo? – gridavano come forsennati i Woolbing. – Dov’è nostro figlio? Dove lo avete nascosto?
– Ehm, noi, veramente… – balbettava Tip Wilson, e con lo sguardo cercava di spronare il suo principale a dire qualcosa, giacché lui non sapeva come cavarsi da quella situazione. Marito e moglie lo incalzavano puntandogli in faccia i loro indici sozzi e adunchi, e il balenare insano dei loro occhi faceva venire al ragazzo la pelle d’oca. Indietreggiò di quattro o cinque passi, brandendo istintintivamente la pala e puntandola contro i due a guisa d’arma.
– L’avete disseppellito per rubargli l’oro! – abbaiava con voce inumana Tolomeus Woolbing.
– E dopo l’avete fatto a pezzi! Maledetti! – rincarava Fedra con una faccia da indemoniata. Tip Wilson tremava e scuoteva la testa, ma non riusciva più a parlare. Fu in quel momento che s’udì la voce di Bronson Biggs.
– Basta! – gridò il beccamorto. – Vigliacchi! Traditori! Infingardi matricolati! Come potete pensare che io e il mio aiutante, seppure avessimo saputo dell’oro, ci saremmo abbassati a depredare un cadavere? Pentimento e disonore scendano su di voi, e che il vostro figliolo, ovunque egli sia, si dolga di esser nato da genitori tanto capoccioni. Via, via! E non fatevi più vedere, o giuro sul nome di mio padre che vi elargirò una lezione che al confronto il castigo di Prometeo sembrerà robetta da dilettanti!
I Woolbing, naturalmente, non sapevano chi accidenti fosse quel tale Prometeo, ma immaginarono che dovesse trattarsi di un tipo venuto ai ferri corti con Bronson Biggs, e che il becchino gli avesse fatto fare una brutta fine. Improvvisamente spaventati, si acquetarono e cercarono di manifestare più pacatamente le loro ragioni, senza però che l’altro mostrasse di volerle sentire.
– Basta! – ripeteva. – Ora sono troppo arrabbiato. Ne discuteremo un’altra volta, e vedremo di capire cos’è successo. Adesso andatevene, tornate a casa e mettetevi a dormire. Non posso crederci, venire a casa mia ad accusarmi di essere un ladro di fosse. Ah, maledetti bifolchi!
Vedendo che gli ritornava il nervoso, i coniugi girarono sui tacchi e se ne andarono via davvero, producendosi in scuse e salamelecchi fin quasi al cancello del cimitero. Quando se ne furono andati, Bron Biggs disse:
– Meno male che se la sono bevuta. Non avrei davvero saputo come spiegargli questo strano incidente.
– Vuol dire che non era arrabbiato sul serio? – domandò sbigottito Tip Wilson.
– Certo che no. Era solo una pantomima per distrarli dal problema e prendere tempo. Senti, Tip, non è che hai messo tu le mani in questa tomba?
– Signor Biggs! – il ragazzo sgranò tanto d’occhi. – Lei mi offende!
– Va bene, va bene, lascia stare. Facciamo così: rimetti a posto la bara, ricopri tutto e non ci pensiamo più. A volte è meglio non arrovellarsi troppo la mente su fatti che vanno al di là della nostra capacità di discernimento.
– E ai Woolbing cosa diremo?
– Oh, mi verrà in mente qualcosa. Tu fa’ come ti ho detto, e non te ne preoccupare.
Detto questo, fece per tornarsene alle sue letture, ma il garzone lo trattenne un altro momento.
– Ehi, signore – disse.
– Sì, ragazzo?
– Mi chiedevo… ecco… che ne sia stato di quel tizio…
– Prometeo?
– Proprio lui.
– È finito incatenato a una roccia, con un’aquila che ogni giorno gli mangiava il fegato. A dopo, Tip.
Guardando il principale che si allontanava, Tip Wilson rimuginò a lungo. Quel vecchio perticone gli era sempre sembrato un tipo mite, e invece guarda te, legava i cristiani alle rocce e li faceva divorare vivi. Nemmeno i Sioux arrivavano a tanto, per quanto ne sapesse lui.
– Hai capito il signor Biggs – mormorò tra sé, e in qualche maniera si sentiva fiero d’essere il braccio destro di un uomo tanto pericoloso. Prese la cassa da morto sfondata, la rimise al suo posto e la ricoprì di terriccio, dopodiché sedette col culo per terra per un pezzo, fantasticando di stupidaggini che non val la pena di menzionare.

(continua…)

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