Canto di Natale, di Strumm

Vi è mancato il Sellero? Continuano i racconti tratti dai romanzi di edizioni XII; è la volta di Strumm con uno spin-off da Diario pulp.
E sappiate che potrei essere ucciso solo per aver fatto il suo nome.

Canto di Natale

Lo pizzico al centro commerciale, in mezzo a un branco di ragazzini chiassosi.
Si accapigliano per salirgli in braccio, mentre le mamme – più avvelenate dei propri figli – si lanciano sguardi malefici per guadagnarsi il diritto al prossimo scatto.
Colore mi fa: «Sei sicuro che sia lui?»
«Cazzo, penso di sì. Il Murena mi ha detto che stava qui a fare il pagliaccio vestito da Babbo Natale. Non ne vedo altri».
«Ma hai una sua foto? Intendo senza costume».
«Sì, dovrei averla da qualche parte. Intanto carichiamolo, poi controllo».
«Già, e come cazzo facciamo con quello sciame di nani intorno?»
«Ci penso io».
Mi avvicino alla cerchia urlante. Lui continua a sparare risate false e si batte sulla pancia. Patetico.
Mi insinuo in prima fila e caccio un rutto fragoroso.
Il silenzio crolla sulla piccola folla come un tetto bombardato.
Un paio di stronze mi guardano schifate e dicono cose senza senso, le zittisco con un ulteriore rutto e una scoreggia pestilenziale. Alcuni bambini ridono, due mi guardano strabuzzando gli occhi, una piccolina comincia a piangere a dirotto.
Babbo Natale si alza con fare minaccioso: «Brutto imbecille! Ora chiamo la vigil…»
Ammutolisce non appena gli lascio intravedere il ferro sotto la canottiera.
«Signore, potete andare affanculo! Tu, invece, vieni con noi».
Colore è accanto a me e gli punta la tasca del cappotto. Babbo Natale si alza, e ci segue senza salutare i suoi amati bambini.
«Con cosa sei venuto qua?»
«Con l’autobus», risponde.
«Cazzo, ma non hai il carro con le renne?»
Non ride, ha messo su un faccione triste da quando gli ho nominato il Murena.
«Vabbè, monta su!» gli dico indicando l’orrenda Ford Sierra beige di Colore.
Lo portiamo a casa mia.

Dopo due ore di sprangate vuota finalmente il sacco.
Ed è pieno di giocattoli, tutti i regali che il Murena aveva chiesto nella letterina.
Ammette di aver caricato sul suo carro più neve di quanta gliene fosse stata concessa. Sarà che le renne hanno un naso grosso, ma ha davvero esagerato.
«Sai cosa? Al Murena non credo piacciano gli ingordi».
«Non volevo fregarlo, gliel’avrei detto. L’avrei fatto, giuro!» blatera mentre sputa un paio di denti sul pavimento.
Colore è di là a guardare la televisione, dice che gli fa impressione veder picchiare Babbo Natale.

«Scusa, ma non sei musulmano tu?»
«E che c’entra? Babbo Natale è Babbo Natale».
«Ma che cazzo dici? E poi lui non è quello vero, ma uno spacciatore vestito da pupazzo».
«Sarà, ma mi fa impressione».

Insomma mi tocca sorbirmi anche le suppliche di Babbo Natale. Forse era meglio levargli prima il costume, ma devo sbrigarmi, devo chiudere la questione entro l’ora di cena e passare dal Murena a ritirare i soldi. La mia tredicesima.

«Non mi uccidere, ti prego».
Non so cosa dirgli, il Murena non mi ha dato indicazioni. Potrei evitarlo, le informazioni me le ha già fornite. Mentre ci rifletto, suona il campanello. Deve essere il Cesso. Meglio aprirle, tanto finché non lo faccio continua a rompere.

«Ciao Sellero, che combini?»
«Un lavoretto per il Murena». È vestita in modo orrendo, uno scialle di lana grigio sulle spalle e una gonna nera lunga fino alle caviglie. Almeno non si scorgono le zampe.
Vede il sangue fresco sulla canottiera. «Cazzo, ma stai torturando qualcuno!» esclama tutta eccitata. Le mollo un cartone sui denti: «Che cazzo strilli deficiente?»
Ridacchia mentre si riordina la mascella. Butta un saluto a Colore e mi segue docile in cucina.
«Wow! Babbo Natale in persona! Stronzo stai messo maluccio eh?»
«E lei chi cazzo è? La Befana?» risponde d’istinto l’idiota.
Scoppio a ridere e sento Colore farmi eco dal salotto.
Il Cesso invece non la prende bene: «Ti ha detto tutto?» mi chiede truce.
«Sì», rispondo mentre mi sganascio.
Più rapida di un cobra, afferra un coltellaccio e glielo pianta nel pancione rosso. Con un ghigno di soddisfazione e cattiveria stampato in faccia, lo scuce da parte a parte. «Vediamo che porti nel saccone, pezzo di merda!»
Lui strabuzza gli occhi mentre il sangue che gli corre via dalla faccia gli lorda le braghe rosse, tinta su tinta, e comincia a sgocciolare sul pavimento. Mi guarda implorante.
Alzo le spalle, mentre cerco di fermare le risa: «L’Epifania, tutte le feste si porta via!»
«A chi tocca…» aggiunge il Cesso, citandomi.

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