La strepitosa nevicata di Vermiziano, di Danilo Giovanelli

Per chi ha già letto il romanzo e ne vuole ancora, per chi lo attende e per chi è indeciso, un inedito e suggestivo racconto spin-off da Il segreto del Morbillaio di Danilo Giovanelli.


La strepitosa nevicata di Vermiziano

 
A Vermiziano solo i più vecchi ricordavano la mirabolante nevicata del 1930. Il signor Grazianino Sumello, a ogni precipitazione nevosa nella valle, con amici e parenti sospirava sempre: «Nevica! Ma nulla a che vedere con la nevicata del ’30…»

Elio Sumello, suo dotto nipotino, dopo l’ennesima citazione da parte dell’avo volle informarsi. Spulciò centinaia di pagine Internet, triangolò decine di motori di ricerca, nuotò (a rana, poiché era il suo stile per conformazione naturale) per gli scaffali di biblioteche ed emeroteche, si tuffò in centinaia di scatoloni di vecchi libri durante i mercatini paesani, ma non trovò nulla circa quella strabiliante nevicata.
«Nulla, nonno! Non un’informazione, una citazione, un appunto, un rimando, una nota, nulla di nulla».
«È naturale, Elio! Nessuno poté scriverne prima, tantomeno durante, e nessuno volle mai più scriverne dopo. Solo qui è rimasto!», e si indicò la tempia.
«Io ne scriverò sui blog, lo tramanderò tramite gli sms, ne farò applicativi per gli iPhone. Raccontami nonno!»

Il vecchio Sumello rise sornione. Si trovavano nella sala riunioni degli Amici del Morbillaio. Si avvicinò a Deficenzio, cane soprammobile poiché troppo grasso per deambulare, e gli carezzò la testa. Il cane mosse con lentezza la coda e ruttò, in parte in segno di apprezzamento e in parte per sottolineare che il suo stomaco aveva fatto posto al prossimo imminente spuntino. Agitò brevemente le zampine nel vuoto e si assopì.
«Erano le otto di sera quando cominciarono a cadere i primi fiocchi. Io ero appena un bambino e ne ero, come immaginerai, entusiasta. Il mattino dopo erano garantiti gran rotoloni lungo i versanti, pallate di neve con gli amici e pupazzi di ogni forma e grandezza! Eccitato mi recai alla finestra. I fiocchi si incastonavano sul terreno e sugli alberi arrotondando ogni secondo di più i contorni e smussando gli spigoli dei comignoli. In meno di mezz’ora i fiocchi presero tuttavia a ingrandirsi a vista d’occhio. Erano palle di neve che si abbattevano con violenza sulle piante, scrollando in terra la neve precedente. Dalla finestra potevo vedere alcune persone ancora in strada. In pochi attimi ci fu un fuggi fuggi generale, vidi uomini colpiti abbattersi al suolo, altri come marine correre verso di loro e trascinarli storditi sotto alla più vicina tettoia. Sembrava che intere fette di cielo cadessero al suolo. Il tetto scricchiolava sotto a un vero e proprio bombardamento. Mio padre fu ferito mentre metteva in salvo un maiale che si era arrischiato fuori dalla stalla e tornò dentro, incitato da mia madre, strisciando sulla neve alta già almeno settanta centimetri.
«Per tutta la notte la valle fu presa d’assedio da questo incredibile fenomeno: la corrente elettrica, non ancora così diffusa, se ne andò per prima. Gli abitanti di Vermiziano comunicavano a distanza urlando fuori dagli abbaini, e così apprendemmo che alle ore ventitré era crollato il ponte di legno sul rio Torvo, tagliando i collegamenti con la frazione di Intanè. Alla una le campane della chiesa iniziarono a rintoccare l’allarme e tutti volevano uscire per cercare di capire di quale altra emergenza si trattasse ma la neve era già abbondantemente oltre il metro e non si riusciva ad aprire le porte. Tramite voce ci giunse la notizia che Don Salmastro non era riuscito a raggiungere la dispensa esterna e si era dovuto sfamare a ostie: mio padre disse che Don Salmastro aveva già addosso la scorta per tirare avanti anche per un mese e mia madre rise ma poi si fece il segno della croce. Alle cinque non filtrava più nessun suono perché le finestre dei piani inferiori erano sbarrate dalla neve che oramai, inarrestabile, sovrastava la valle di oltre due metri. Chi, come noi, poteva vantare più di un piano si rifugiò in alto: le case monoplanari erano sepolte e si potevano identificare solo dal pertugio del comignolo e dal fumo che usciva.
«Gli uomini della valle si armarono di pale e iniziarono a scavare tunnel sotterranei per ricongiungersi e discutere sul da farsi: da qualche ora alcune voci non erano più udibili perché le case erano state coperte e dunque si temeva per i loro abitanti. Verso le sette del mattino anche la nostra casa fu occultata. Chi con pala, chi con cazzuola, con secchi, con cucchiai, ognuno a modo suo iniziò a scavare. Verso le dieci raggiungemmo la chiesa e trovammo Don Salmastro che sgranocchiava un rosario bevendoci dietro dell’acquasanta per mandare giù i grani. Intorno alle dodici tutto il paese, glassato dalla bianca coltre, era accessibile tramite cunicoli. Nella piazza fu scavata una grande caverna in grado di contenerci tutti e il sindaco cercò di rassicurarci ma ottenne poco successo perché intanto piangeva. Dalla frazione di Intanè non si avevano ancora notizie. Ricordo che Felicetto, Gianfulcino, Gioconda, Ciclamina e io ci divertivamo un sacco a infilarci nei cunicoli o a crearne di nuovi, in un gioco del nascondino innocente ma che cercava di preservarci dall’orrore di quello che sarebbe stato se solo la terribile nevicata non fosse finita. A metà pomeriggio fu deciso di scavare in direzione verticale e di mettere una vedetta per comunicare costantemente la situazione. Un gruppo di persone salì dall’interno sul campanile della chiesa e scavò per quasi quattro metri prima di affacciarsi al mondo. Nevicava ancora. Ma meno. Ci furono altre ore di angoscia, nessuno di noi era pratico di vita da igloo e gli animali parevano piuttosto spaesati: il muggito delle vacche riecheggiava nei cunicoli parendo quello di mostri mitologici. Infine arrivò il grido ovattato che annunciò a tutti che la nevicata era finita.
«Nella piazza iniziarono festeggiamenti che durarono tutta la notte successiva, la polenta scorreva letteralmente a fiumi sui pavimenti ghiacciati e le persone, come cercatori d’oro, si chinavano coi piatti a raccoglierla.
«Il mattino dopo, memori dei passi biblici, fu spedita una colomba a cercare terra, sperando che riportasse un ramoscello di ulivo o anche solo una ghianda. Ma non fece più ritorno. La colomba, del resto, non aveva nessun interesse a rientrare dentro alla colombaia dalla quale era stata presa. Dunque decidemmo di legare quattro racchette da tennis alle zampe di un cane e di mandarlo fuori. Stette fuori tutto il giorno e ritornò con un orecchio mozzicato da un lupo, due sole racchette e una pigna incastrata nel collare. Tanto bastava per sapere che fuori di lì c’era ancora vita.
«Da quel momento in poi, complice un forte vento meridionale, la neve a poco a poco diminuì, aiutata anche dai nostri camini accesi, e l’indomani rivedemmo il cielo sereno e potemmo constatare che anche la frazione di Intanè stava bene».

Al termine del racconto Elio era a bocca spalancata, condizione che durò ancora per poco prima che, a causa del suo disturbo allo stomaco, gracidasse come un rospo in crisi respiratoria.
«Caspita nonno! Com’è possibile che questa vicenda non sia riportata da nessuna parte?»
«Nessuno mai lo seppe, tranne noi. A quanto pare fu una stranezza capitata solo nella nostra valle, non accadde nulla di simile nelle valli vicine. Per scaramanzia e paura, poi, di comune accordo si decise in paese di non parlarne più. Capisci ora, Elio, perché sarebbe bene che nemmeno tu lo facessi?»
Elio annuì, le immagini delle caverne di neve ancora davanti agli occhi. Salutò il nonno e se ne andò via guardando con preoccupazione il cielo.
Il vecchio nonno carezzò il cane.
«Avrò esagerato?» gli chiese.
«Burp!» rispose Deficenzio, e con gli occhi indicò prima l’orologio e poi la ciotola vuota.

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