Il giudice, di Attilio Facchini, vincitore della XXII edizione di USAM

Il giudice
di Attilio Facchini

Affacciato alla terrazza, il giudice Rocco Vitale abbraccia con lo sguardo la Piana di Alvito e gli sembra di esserne il padrone.
La flebile luce della luna non riesce a trapassare le nubi, triste presagio di pioggia, e l'oscurità della vallata è rotta solo dai fanali di una macchina che scompare dietro una curva come fosse assorbita da un quadro dipinto solo di nero.
Anche la terrazza è avvolta da un manto scuro, tanto che la figura del giudice si confonde con la notte. Prende dalla tasca della vestaglia viola una scatola di sigari. Ne afferra uno coi denti, gustandone l'aroma. Lo accende e inizia a fumare.
«È tutto tuo. Non sei contento?»
Una voce alle sue spalle, bassa, quasi sussurrata, interrompe il flusso dei suoi pensieri.
«Alvito, i suoi abitanti, ma anche i paesi vicini: sono tuoi. Dovresti essere contento. Non lo sei forse?»
La voce provenire dall'interno della casa: si fa insinuante ma l'uomo non se ne cura e continua a fumare.
«Alla fine, ce l'hai fatta. Sei importante, anzi, sei il più importante di tutti. Hai ottenuto quello che volevi. Te lo ripeto: non sei contento?»
La luna si è libera dalla trappola di nubi che la imbrigliavano: l'ombra del giudice si allunga a dismisura e sembra squarciare l'intera vallata. L'uomo se ne accorge e ha un sussulto: finalmente si desta dal suo torpore. Spegne il sigaro nel posacenere, si riassesta la vestaglia e rientra in casa.
«Cosa vorresti di più? Hai il potere. Non ti basta?»
Come se quella voce fosse un filo da seguire, il giudice percorre le stanze della sua abitazione finché, giunto in bagno, si ferma davanti allo specchio.
«Non sei contento?» gli domanda ancora la sua immagine riflessa.
«Non mi accontento mai, dovresti saperlo», risponde imperturbabile l'uomo.
«Lo so», fa l'altro, «ti conosco troppo bene».
«Non ti permetto di parlarmi in questo modo». La voce del Giudice è calma e inflessibile. «Tu per me non sei niente. Non ti sopporto, mi disgusti. Ti odio».
«Mi odi? Se sei arrivato dove sei, lo devi a me».
«Non dire cazzate!» urla, d'un tratto, l'uomo. Le sue parole rimbombano forte nelle stanze vuote. «Tu non esisti, lo vuoi capire? Non esisti!»
«Oh, ma certo che esisto, non mi vedi, forse?» dice la figura, con un sorriso ingenuo che sembra un ghigno. «Ti sono stato vicino tutti questi anni».
Quella constatazione pare conficcarsi nel cervello dell'uomo come un dardo scagliato con violenza: ha un giramento di testa ed è costretto a poggiarsi di peso sul lavello. Si riprende, il volto sudato, paralizzato in una smorfia di terrore. Esce dal bagno, fatica a stare in equilibrio, attraversa la casa cercando appoggio dove capita: pareti, mobili, vasi. Travolge tutto ciò che lo intralcia, cade a terra, si rialza. Si ritrova, infine, di nuovo in terrazza.
Respira a fondo.
Guarda la luna adagiata sopra il tetto e dai piedi diramarsi la sua ombra. Si volta e vede l'intera piana marchiata da quell'ombra mostruosa. Dalla vallata si erge, come sempre, il colle su cui giace Alvito, ma l'uomo si accorge che quel colle è ora formato dai corpi di migliaia di persone ammassati l'uno sull'altro. Gira lo sguardo attorno a sé e ovunque sono cumuli di cadaveri a formare una macabra montagna al vertice della quale c'è lui, il giudice Rocco Vitale, seduto sullo scranno e inorridito di fronte al bizzarro spettacolo.

Un urlo straziante lo desta dal sonno.
«Un incubo», dice dopo aver ripreso fiato.
Poggia di nuovo la testa sul cuscino e tenta di riaddormentarsi, ma non ci riesce: è ancora agitato. Cerca la posizione più comoda, ma niente da fare. Si rende conto solo ora che quel letto così grande gli ha sempre causato un forte disagio. Domani, riflette, lo cambierà e ne prenderà uno più piccolo e adatto a lui.
«Che sciocchezze!» sussurra, assaporando il mellifluo suono della sua voce. Lui, il potente giudice Rocco Vitale, che ha paura degli incubi come un poppante. Non è più un ragazzino, ormai: sono passati anni, giorni e se, uno li contasse, anche i minuti.
Già, è strano ritrovarsi adulti senza essere cresciuti…

Cinquant'anni prima.
Circa.

Come volete si chiamino

Come volete si chiamino quelle persone che a stento superano il metro e mezzo di statura?
Nani.
Che poi non è altro che un eufemismo per indicare le persone piccole. Persone che altrimenti sarebbero dette mostri, storpi, o anche, simpaticamente, mostriciattoli.
Rocco Vitale era un simpatico mostriciattolo. Antipatico a tutti.
La sua non fu certo quella che si dice “un'infanzia dorata”.
I genitori lo abbandonarono davanti al Monastero di Santa Chiara. La pioggia e le temperature rigide avrebbero ucciso qualunque neonato, ma non lui che dimostrava un sorprendente attaccamento alla vita. Per questo, nella città di San Rocco, gli fu dato il nome di Rocco Vitale.
Veniva evitato da tutti, a eccezione di suor Marinella, la donna che lo aveva trovato e che per lui era semplicemente Ella.
È abbastanza normale che bambini solitari creino dentro di sé l'immagine di qualcuno o qualcosa cui attaccarsi. Così, Rocco, quando si sentiva triste e solo, si rintanava nella sua cameretta, si guardava allo specchio e iniziava a parlare.
Aveva anche imparato a dare a quell'immagine una vocina tutta sua, particolare e, forse, un po' stridula, sgradevole anche. Ma col tempo, i due bambini avevano familiarizzato e Rocco non aveva più avuto paura.

Le sue giornate scorrevano tra uno studio assiduo e testardo e le funzioni religiose di don Enrico cui attendeva in qualità di chierichetto.
Aveva da poco compiuto tredici anni quando si verificò un fatto increscioso.
Un giorno, mentre tornava a casa, trovò due ragazzi ad aspettarlo. Li riconobbe, erano Marco il Rosso e l'inseparabile Mattia: facevano parte del gruppo di Bonavita, uno più grande che incuteva timore persino negli adulti.
Gli sbarrarono la strada.
«Passi senza neanche salutarci?» disse Marco.
«Non è educato», incalzò l'altro.
Era evidente che volessero attaccare briga.
«Non rispondi?»
«È un duro».
«Così piccolo e così impertinente».
«Cosa volete?» riuscì a dire Rocco con la voce che gli tremava dalla paura.
«Cosa vogliamo?» ripeté il rosso, facendogli il verso.
«Vogliamo che vieni con noi, nanerottolo schifoso», aggiunse l'altro.
«Dove?» azzardò a chiedere Rocco.
«Dove lo decidiamo noi».
Rocco, senza pensarci due volte, iniziò a correre come un forsennato gridando aiuto nella speranza che qualcuno intervenisse.
Dalla finestra di una casa lì vicino, si affacciò la signora Amanda che non seppe resistere al suo innato istinto di curiosità. Constatato che si trattava di Rocco, il bambino nano, richiuse la finestra nell'assoluta indifferenza.
«Signora mi aiuti, la prego. Mi faccia entrare», piagnucolò Rocco dinanzi all'ingresso.
«Vattene», fu l'unica risposta che ottenne.
«Nessuno vuole aiutarti», disse Mattia che lo aveva ormai raggiunto.
«Sei solo un nano». Il Rosso gli mollò un tremendo ceffone sul viso. Le labbra di Rocco iniziarono a sanguinare. «Un nano schifoso».
«Ma guarda un po'», fece Mattia. «Persino i nani hanno il sangue rosso…»
«Allora? Che sei diventato anche muto?»
Rocco tolse dalla bocca la mano che tentava di soffocare il dolore, alzò lo sguardo verso i suoi aguzzini e li fissò con occhi sprezzanti.
«Se ci provate ancora una volta, giuro che vi ammazzo».
La determinazione di cui brillavano i suoi occhi spiazzò per un momento i due monelli.
«Co… cosa hai detto?»  chiese il Rosso.
«Ri… ripeti se hai fegato», fece l'altro.
«Ho detto che vi ammazzo se ci provate ancora».
Per tutta risposta, i due ragazzi, colti da un fremito di rabbia incontrollata, lo riempirono di calci e pugni.
«Basta così», disse Mattia, quando ne fu sazio.
I due ragazzi ansimavano come bestie dopo una lunga corsa. Rocco era a terra, malridotto, ma non erano riusciti a cavargli dagli occhi una sola lacrima.
«Portiamolo dal capo», ringhiò Marco. «Forza, muoviti. E guai a te se tenti ancora di fuggire».

Bonavita era un ragazzo assai strano: di lui si diceva che fosse un ribelle, che aveva preso una cattiva strada e avrebbe certo fatto una brutta fine.
Nonostante ciò, a Rocco non stava per niente antipatico.
Mentre tutti gli altri lo deridevano e insultavano, Bonavita non gli aveva mai fatto o detto alcunché.
Per questo non riusciva a capire cosa volesse quel giorno.
Bonavita guardò a lungo Rocco. Quindi fissò i suoi due scagnozzi e domandò:
«Che gli è successo?»
La sua voce, ferma e distaccata, incuteva timore.
Marco e Mattia mostravano un’espressione colpevole, di chi sapeva che Bonavita non aveva ordinato di picchiare Rocco e loro, tuttavia, lo avevano fatto. E questo non potevano permetterselo.
«Ha tentato di fuggire…» iniziò Mattia.
«Gridava aiuto a squarciagola e stavano per arrivare gli sbirri», continuò Marco.
«E allora?» risuonò tremenda la voce di Bonavita.
«Correndo… è inciampato, è caduto strisciando per terra», disse infine il Rosso tutto d'un fiato.
Bonavita non sembrò credergli.
Si girò, dunque, in direzione di Rocco.
«È vero?» gli chiese.
«Sì», mentì Rocco. «Cosa vuoi da me?»
Il confronto tra i due era grottesco: Bonavita era un ragazzotto alto quasi due metri e Rocco non gli arrivava nemmeno allo stomaco.

«La domenica ti vedo sempre uscire dalla chiesa. Perché ci vai?»
«Vado a messa», rispose Rocco che non riuscì a celare un velo di sorpresa nella sua risposta. «Faccio il chierichetto», aggiunse.
«Tu credi in Dio?»
La domanda dovette sembrare parecchio strana perché Rocco e gli altri due ragazzi lo guardarono come se non avessero capito.
«Credi in Dio?» ripeté Bonavita.
Superato il momento di stupore, Rocco rispose con fermezza:
«Certo. È naturale credere in Dio».
«Naturale? E perché?»
Quella domanda era ancora più inaspettata della precedente. Al catechismo era naturale dire di credere in Dio; se mai avessero domandato perché, si doveva rispondere sempre allo stesso modo: perché Dio è il padre di tutti, perché ci ha creati e perché ci vuole bene.
Ora, davanti a Bonavita, non sapeva però cosa dire.
«Allora? Perché credi in Dio?»
«Perché Dio ci ha creato», rispose infine Rocco tutto d'un fiato.
«E se anche fosse? Ti rendi conto di come ti ha creato?»
Quest'ultima domanda non aveva certo bisogno di risposta. Era una di quelle che vengono chiamate domande retoriche. Non si doveva rispondere, e Rocco lo sapeva benissimo. Era sufficiente che si guardasse allo specchio. Ciononostante, non poté fare a meno di balbettare.
«Io… ecco… io… se Dio ha voluto che io fossi così…»
Il Rosso e Mattia si lasciarono scappare un odioso sorrisetto ma lo sguardo di Bonavita li fulminò e si ricomposero.
«Io non credo in nessun Dio».
Le parole di Bonavita suonarono nella testa di Rocco come una bestemmia. Fino a quel momento non aveva ancora conosciuto nessuno che avesse affermato una cosa del genere.
«Sai perché non credo in
Dio? Perch&ea
cute; Dio è un bugiardo. Un truffatore».
Rocco rimaneva impassibile ad ascoltare, senza avere la forza di ribattere.
«Dio è un bugiardo che ha mentito all'uomo, lo ha condannato a vivere come uno sciocco. Si dice che Dio sia buono, sia giusto, sia magnanimo. Non si dice forse così? Che abbia creato l'uomo a sua immagine e somiglianza. Ma l'uomo non è certo buono, né giusto, né magnanimo. Dio ha fatto credere all'uomo che il mondo sia bello, ma quando lo creò gli nascose tutto il male di questa vita di merda».
Rocco continuava ad assistere in silenzio: ascoltava Bonavita e ripensava agli anni che aveva vissuto sino allora: abbandonato dai genitori, ripudiato dagli uomini, condannato a una vita da schifo. I suoi occhi divennero lucidi.
«No, non è vero. Dio esiste. Se non esistesse niente dopo la morte, io… allora… questa vita…»
«Per Cristo!» tuonò Bonavita. «Lo vuoi capire o no che dopo la morte non c'è proprio un cazzo?»
Quella rivelazione, forse ancora più della bestemmia, sembrò squarciare la morale che aveva sempre avvolto Rocco come una pellicola protettiva.
«Guardati. Sei un nano che fa schifo a due teste di cazzo come questi». Indicò il Rosso e Mattia, che non avevano il coraggio di fiatare. «E non solo a loro. Tutti, qui ad Alvito, ti odiano. E tu, tu vieni a raccontarmi di credere in Dio?»
Rocco non riuscì più a trattenere le lacrime. Aveva la testa bassa per evitare che lo si notasse troppo.
«Tu sei il simbolo della debolezza umana davanti a Dio. Finché esisteranno persone come te, continuerà a esistere anche il vostro Dio». Detto questo Bonavita sputò per terra e accennò ad andarsene.
«Di lui cosa ne facciamo?» azzardò a chiedere il Rosso.
«Lasciatelo andare», rispose Bonavita.

Passò qualche minuto.
Rocco era immobile e frastornato, mentre i due balordi confabulavano.
«Che ci facciamo con lui?»
«Adesso ci divertiamo un po'».
«Ma il capo…»
«Al diavolo, lui e quella pazza di sua madre. Che può farci?»
«Come minimo ci uccide», fece Mattia, dal tono di voce sempre più pavido.
«Tanto non verrà a sapere proprio nulla», disse il Rosso e voltò lo sguardo verso Rocco. «Tienilo fermo», aggiunse rivolto all’amico.
Questi allora si avvicinò a Rocco e lo abbrancò. Il ragazzo, come destatosi da un incubo, si rese conto che stava per capitargli qualcosa di brutto e iniziò a dimenarsi e a urlare.
«Tienilo fermo, cazzo. E tappagli quella fogna», abbaiò il Rosso. Frugò nella tasca dei jeans ed estrasse un raudo.
Rocco, allora, vedendo spuntare il petardo, morse la mano di Mattia e riprese a urlare.
«Ahhh, mi ha morso il bastardo».
Il Rosso diede un violento pugno in faccia a Rocco, che finalmente tacque mentre lo sguardo gli si offuscava.
«Mi ha morso! Bastardo di un nano!»
«Finiscila di piagnucolare. Sembri una puttanella».
«Mi ha morso!»
«Non ti succede niente, coglione. Tiragli giù le braghe».
Mattia capì cosa il Rosso aveva in mente.
«Sei sicuro? Su, lasciamolo andare. In fondo ha avuto quello che si meritava».
«Ho detto di tirargli giù i pantaloni», urlò il Rosso schiumava saliva dalla bocca.
Mattia, allora, mise Rocco in ginocchio, con la faccia a terra.
«Puah! Se l'è fatta addosso!» commentò.
«Piccolo stronzetto, hai capito cosa stiamo per fare, eh?»
Il Rosso gli infilò il raudo nel sedere, e Rocco fu sicuro di morire all’istante.
Quindi i delinquenti accesero il petardo e scapparono.
Un rumore sordo, penetrante arrivò fino al cuore di Rocco che si fermò un istante: troppo, troppo vicino al buco del culo, pensò.
Poi, il buio…

Quando Rocco si svegliò

Quando Rocco si svegliò, aveva ancora un gran mal di testa, il dolore più grande però lo provava da tutt'altra parte. Provò a sedersi, ma dovette rinunciare perché il fondoschiena gli bruciava.
La rabbia per quello che era successo lo devastava.
Sollecitati da suor Marinella, intervennero i carabinieri, che gli fecero molto domande, ma non riuscirono a sapere granché. Il caso venne archiviato come aggressione commessa da qualche balordo di passaggio.
Rocco passò diversi giorni senza uscire di casa.

«Vuoi rimanere chiuso qui in eterno?»
La voce amica tornò improvvisamente a parlargli.
Rocco si alzò dal letto e si recò in bagno.
Piano piano la sua figura si compose nello specchio: aveva lo sguardo sprezzante e la bocca serrata.
«Mi vergogno di te», disse.
«Mi dispiace», rispose Rocco abbassando il capo.
«Bisogna fargliela pagare».
«Ma come?» chiese Rocco. «Sono solo… un nano…»
«Stupido! Loro saranno anche più grandi, ma noi siamo più furbi».
Rocco alzò lo sguardo in direzione dello specchio. Ora la bocca si era dischiusa in un ghigno e gli occhi luccicavano di rabbia.
«Devi attaccarli di sorpresa uno alla volta, di notte, quando è buio. Non sono altro che dei mocciosi e non avranno il fegato né la forza di reagire».
Rocco sapeva che il Rosso e Mattia erano soliti tirare fino a tardi nella piazza del paese. Poi, andavano a casa, ognuno per la sua strada. Di notte, i vicoli di Alvito possono far paura oppure possono essere un ottimo alleato.
«Quando?» chiese il ragazzo.
«Questa notte», disse la figura.

Ad Alvito, quando si fa notte

Ad Alvito, quando si fa notte, il buio scende come una ghigliottina e chi si trova sul ceppo ne viene inghiottito. Le strade e la piazza sono deserte: gli Alvitani si rifugiano nelle proprie case e trattengono il respiro.
Non tutti, però.
Ci sono alcuni che sfidano la notte, chi per sfrontatezza, chi per pazzia.
Franco il tamburino è lo scemo del villaggio e quella notte se ne andava in giro declamando a memoria la Treccani manco fosse la Divina Commedia.
«Asportazione. Aspretto. Asprezza…»
Per l'ennesima volta aveva iniziato l'enciclopedia da capo. Ci sono centinaia di parole che iniziano con la lettera A: quel giorno Franco avrebbe fatto tardi e sarebbe rincasato all'alba. Ma il padre, forse, che sarebbe stato ancora immerso nel mondo dei sogni, , non lo avrebbe trattato con la solita asprezza.
«Asprì. Asprigno. Aspro…»
In giro, non c'era anima viva. O morta. Non ancora, almeno.
Franco camminava e sperava solo di non incontrare quei due monellacci: uno lo chiamavano il Rosso, l'altro si chiamava Mattia. Ogni volta che li incontrava, per lui, erano guai grossi.
Ma quella notte, no. Tirava un vento gelido e aspro, e l'aria era così sferzante da sconsigliare a chiunque di uscire.
«Assafetida. Assaggiare. Assaggiatore…»
Un gatto sonnecchiava comodamente adagiato sul muretto che lambiva il ciglio della strada: sembrò avvertire il pur leggero passo di Franco, drizzò le orecchie sempre all'erta e, riconosciuto il ragazzo, tornò a dormire e a sognarsi probabilmente assaggiatore ufficiale di qualche ditta di cibo per gatti.
«Assaggio. Assai. Assale…»
Di notte, ad Alvito, regna il silenzio. Questo paradossalmente fa sì che anche il più piccolo rumore si avverta come il riverbero di un'eco che si infrange solo negli anditi più lontani.
Franco d'improvviso si fermò quando sentì un assai flebile rumore di passi.
«Assalire. Assalitore. Assaltare… Dio, fa che non siano loro».
Trattenne il respiro, sperando che non fosse un qualche assalitore, ma si tranquillizzò subito quando vide da lontano che quei passi appartenevano a Rocco.
Franco non aveva mai parlato con Rocco, ma in fondo chi non lo conosceva? Tutti sapevano chi era Rocco il nano e tanto bastava per mantenersi alla larga.
Non volle farsi notare e decise di cambiare strada, quando si accorse che il bambino si era fermato dietro a un vicolo.
«Assaltatore. Assalto. Assaporare…»
Franco si avvicinò cautamente e, trovando riparo dietro una macchina, osservava lo strano comportamento di Rocco. Aveva lo sguardo assente e un accenno di sorriso sul volto, come se volesse assaporare quegli attimi pregustando chissà cosa.
Poi, si accorse che si stava avvicinando qualcuno. Inizialmente non sapeva chi fosse ma, quando la scura figura venne illuminata da un lampione, lo riconobbe: era Marco, da tutti chiamato il Rosso per via della fulva capigliatura.
«Assaporare… Assaporare… e poi? Cosa viene dopo “assaporare”?»
Non appena il Rosso fu a portata di tiro, il nano gli diede un tremendo colpo in testa, con una spranga di ferro che Franco vedeva soltanto adesso. Il corpo del Rosso stramazzò a terra con un tonfo sordo.
Non si muoveva più, ma a Rocco non parve interessare: con una furia inusuale, esagerata per uno della sua età, gli saltò addosso e continuò a picchiarlo finché le braccia gli caddero inerti sui fianchi.
Per tutto il resto della sua vita, Franco avrebbe avuto impresso nell'anima quel bagliore di lucida follia che baluginava negli occhi di Rocco, il nano assassino.
«Ah, già: Assassinare. Assassinio… Assassino…»

La città di Alvito rimase sconvolta

La città di Alvito rimase sconvolta dal fatto.
Il barbaro omicidio di un ragazzo, perpetrato con tanta ferocia, commosse la cittadinanza e risvegliò un senso di giustizia latente da tempo.
Tuttavia, nonostante l'impegno profuso dai tutori dell'ordine e la stretta vigilanza degli organi della stampa, l'assassino non fu mai trovato.
Si giunse ancora una volta alla conclusione che fosse opera di qualche bastardo vagabondo e di una rapina finita nel peggiore dei modi.
Fu diramato il coprifuoco e gli alvitani furono invitati a rincasare prima delle ventidue.
Questo, però, non fu sufficiente a evitare un'altra tragedia.
Qualche giorno dopo, infatti, fu ritrovato il corpo di Mattia, l'inseparabile amico del Rosso, anch'esso straziato e martoriato nello stesso identico modo.
Dopo le autopsie di rito, si decise di celebrare un unico solenne funerale in una sbiadita domenica autunnale: fu dichiarato il lutto cittadino.
Tutta Alvito presenziò alle esequie.
Mancava solo Franco il tamburino, ma nessuno fece caso all'assenza dello scemo del villaggio.
Ai funerali assistette anche Bonavita,. Quei due non gli erano mai andati a genio, però lo avevano sempre rispettato, forse temuto, e per questo meritavano la sua presenza al funerale.
Era stato insieme a ciascuno di loro sino a poco prima che venissero uccisi. Con Mattia aveva anche parlato della morte del Rosso e gli aveva chiesto se l'amico fosse finito in qualche losco giro. Era stato a lungo interrogato dai carabinieri, ma non sapeva niente: dopo aver salutato per l’ultima volta il Rosso e Mattia, era rincasato come tutte le notti. Stava fumando nervosamente una sigaretta e, appoggiato a un muretto, assisteva al passaggio del corteo funebre, quando lo sguardo gli cadde casualmente su uno strano particolare.
Dall'altra parte della processione, immobile come una statua, assisteva ai funerali anche Rocco il nano. Non lo aveva più visto da quella volta: si diceva che fosse stato aggredito dallo stesso criminale che aveva ucciso i due ragazzi e forse per questo non lo si era più notato in giro.
Come se lo avesse visto, Rocco girò lo sguardo nella sua direzione e con quei piccoli occhi gli scarnificò la pelle del viso.
Di colpo, scomparvero tutti, e rimasero solo lui e Rocco.
Bonavita non sapeva perché, esposto a quello sguardo, avvertisse un senso di profondo disagio, ma ciò che gli fece davvero raggelare il sangue nelle vene fu il ghigno che a poco a poco vide formarsi sul volto di quel nano.

 

Del tempo passò

Passò del tempo, forse un'eternità.
Una sera Rocco rimase a studiare in sacrestia sino a tardi. Prima di andarsene, sentì le voci di suor Marinella e di don Enrico, il parroco di Alvito.
«Com'è potuto succedere?» urlava il prete. Sembrava che i due stessero litigando e Rocco decise di non farsi vedere.
«Io… io non lo so. Ma forse è il Signore che ha voluto così e dovremmo accettare la Sua volontà».
«Ma sei diventata pazza o cosa? Sarebbe uno scandalo e noi saremmo perduti, finiti, lo capisci questo?»
Rocco decise di sporgersi un attimo per vedere cosa stesse succedendo: non gli piaceva che il parroco parlasse a quel modo alla sua Ella. Non lo aveva mai potuto soffrire, don Enrico. E l'antipatia doveva essere reciproca. Se il prete gli aveva permesso di frequentare la parrocchia, lo doveva solo alla donna.
«Va bene, d'accordo. Stiamo calmi. Sai benissimo cosa fare, no?» disse d'un tratto il parroco.
«No. Questa volta no», rispose la suora.
«Per Dio», bestemmiò don Enrico. «Ascoltami», riprese con forzata calma. «Io sto per diventare vescovo, vescovo, capisci? Se esce fuori una storia del genere sono rovinato. Anzi, siamo rovinati. Devi fare quello che ti dico, solo così tornerà tutto come prima. Anche tra di noi, lo capisci?»
Rocco si accorse che suor Marinella stava piangendo. Avrebbe voluto intervenire, ma qualcosa gli consigliò di rimanere fermo e aspettare.
La suora non riusciva a trattenere le lacrime. Il parroco, allora, le si avvicinò e le accarezzò il viso in un modo che Rocco non gli aveva mai visto fare.
«Allora? Farai come ti ho detto?» le sussurrò.
La donna fece un cenno di assenso con la testa.
Senza far rumore, Rocco si allontanò.
Quella notte non riuscì a chiudere occhio.

Suor Marinella, tanto buona e tanto bella

Qualche tempo dopo, suor Marinella si ammalò gravemente.
C'era un gran viavai di medici nella stanza della suora. A Rocco non era permesso di entrare, così una notte si intrufolò di nascosto.
«Chi è?», fece una voce debolissima che Rocco stentò ad associare a quella sempre squillante e sorridente di Ella.
«Sono Rocco».
«Rocco?» Il ragazzo percepì un impulso gioioso nel pronunciare il suo nome. «Avvicinati», aggiunse la flebile voce.
Si avvicinò ma lo spettacolo che gli si mostrò avrebbe voluto gli fosse celato.
La donna giaceva immobile nel suo letto avvolta da un candido lenzuolo che le si era appiccicato addosso, mettendo in evidenza le ossa sporgenti.
Aveva il volto pallido e scavato, come se non mangiasse da giorni, i capelli sciolti che cadevano spenti — e lunghi come mai li aveva visti — sul cuscino, le labbra carnose ridotte a una poltiglia informe e rugosa. E poi… gli occhi.
Gli occhi della donna era come se gravitassero attorno ai bulbi oculari. Spalancati all'estremo, volevano assorbire ogni più piccolo barlume; le palpebre non accennavano a chiudersi, come accade per i neonati, e la loro grandezza non era più umana. Ma quello che più colpì Rocco era la loro vitalità. Quegli occhi sprigionavano un'energia che contrastava con il fisico decrepito della donna: si muovevano senza sosta e, quando riconobbero il ragazzo, iniziarono a lacrimare.
«Avvicinati», ripeté la donna. Rocco era rimasto immobile, come paralizzato dalla sorpresa.
«Come sei cambiato», disse. «Ti sei fatto più grande».
Il ragazzo continuava a rimanere in silenzio. Un nodo alla gola soffocava la sua voce e le parole venivano sospinte giù, a infrangersi contro le pareti dello stomaco, come onde sugli scogli.
«Come va lo studio?»
«Bene. Tu… tu come stai?»
«Ora sto bene. Ma…»
«Ma?»
«Il Signore mi sta chiamando a sé».
Ecco cos'era quella strana sensazione che aveva pervaso Rocco, aperta la porta. Aveva avvertito un odore insolito, un odore che tuttavia già conosceva molto bene. Quella stanza puzzava di morte.
«Il Signore?» disse allora Rocco. «Il Signore?» urlò. «Il Signore non ha bisogno di te. Io ho bisogno di te!»
Le urla del ragazzo non sorpresero la donna. Le sofferenze cui era stato costretto Rocco giustificavano il suo comportamento irrispettoso nei confronti di Dio. Dio? A quale Dio si riferiva, poi. A quello che permette che i Suoi figli soffrano senza fare niente? Oppure a quel Dio imprecisato e vago che forse avrebbe incontrato di lì a poco? E non erano forse lo stesso Dio?
Il ragazzo le buttò le braccia al collo: le lacrime rigavano il viso e scaldavano il petto.
«Perché?» singhiozzò Rocco.
«Vedi, piccolo mio, Dio ha voluto punirmi perché ho fatto qualcosa di molto brutto».
A quelle parole, Rocco alzò il viso e la guardò.
«Lui non aveva nessuna colpa. Gli unici colpevoli siamo noi. Non avevo alcun diritto di…»
A chi si riferiva quel “noi”? Cosa voleva dire?
Proprio in quel momento, chissà perché, si ricordò della discussione con don Enrico cui aveva assistito qualche tempo prima.
Quel “noi” si riferiva al prete?
«Piccolo mio», ora la donna parlava con una voce che sembrava avere il dono del conforto, «tu sei il bambino che non ho mai potuto avere. Se avessi ascoltato il mio Dio, forse adesso non starei per morire e non soffrirei tanto per aver negato la vita a…»
Suor Ella non riuscì a concludere la frase. Poi aggiunse:
«Ho abortito. Ecco il mio peccato. Ho peccato come suora e… ho peccato come donna».
Sembrava che ormai non si rivolgesse più a Rocco: il ragazzo ascoltava impassibile e raccoglieva attonito quel doloroso atto di pentimento.
«Ascolta», disse allora la donna. «Promettimi una cosa».
«Cosa?»
«Promettimi…» sussurrò. Tentò di alzare la testa dal cuscino e si aggrappò con tutte le forze residue al collo di Rocco. «Promettimi che se sarai in difficoltà andrai da don Enrico, il nostro vescovo, e gli chiederai aiuto. Gli dirai che ti mando io e lui non potrà negartelo. È tanto buono, sai? È grazie a lui se hai potuto crescere nel monastero e frequentare la parrocchia. Promettimelo!»
«Sì, te lo prometto. Adesso però dormi».
Ottenuta la promessa, la suora sembrò rincuorata. Reclinò la testa sul cuscino e si addormentò sorridendo. Rocco l’avrebbe ricordata così, con quell’espressione sollevata e felice, quando, alcuni giorni dopo, suor Marinella morì.

Come fu allora che Rocco divenne Giudice

«La situazione si è messa a posto da sé, a quanto pare».
Questo pensava ad alta voce don Enrico, il nuovo potente vescovo della diocesi di Alvito, mentre sorseggiava languido due dita di amaro, come era solito fare ogni sera prima di coricarsi.
Finito di bere, si alzò per andare a letto.
Si affacciò alla finestra e nella stanza entrò un alito di vento che gli sferzò il viso. La Piana di Alvito era sotto i suoi occhi e tutta la città e i paesi limitrofi nelle sue mani.
In lontananza, gli parve di vedere una strana luce. Sembrava una specie di focolare, all'inizio debole, poi sempre più luminoso fino a che, di colpo, sparì.
Cos'era quella luce? Quello strano bagliore?
Gli piaceva il fuoco, gli piaceva guardare le fiamme ardere e salire al cielo. Spesso, si sentiva come quelle fiamme.
D'un tratto, bussarono alla porta.
Chi poteva essere a quell'ora? Aveva dato ordine di non far passare nessuno. Andò ad aprire.
«Che succede?» ringhiò.
Lo stupore dovette dipingersi sul suo volto quando, al di là della porta, scoprì le piccole fattezze di Rocco il nano.
«Buonasera, Eccellenza».
«E tu? Cosa diavolo vuoi?» chiese irritato il vescovo.
«Certe parole non si addicono a Sua Eminenza».
«Cosa vuoi?» urlò il religioso. «Pietro! Dove sei? C'è un intruso».
«Pietro non la può sentire, mi spiace. Dorme profondamente…»
«Vattene», disse don Enrico.
«Non prima di aver parlato di una certa questione».
«Io e te non abbiamo nulla da spartire».
«Dice? Io invece penso che qualcosa ci sia: suor Marinella tanto buona e tanto bella…»
A quel nome, pronunciato come una cantilena, il vescovo sentì mancare l'aria. Ancora quella donna. Era una persecuzione, anzi, una maledizione. Scrutò Rocco dalla testa ai piedi, quindi disse:
«Entra».
Rocco entrò in quella stanza e si sentì subito a disagio tanto era grande e sfarzosa.
Il letto, posto proprio al centro della camera, era avvolto da tende di seta di colore viola.
«Allora cosa hai da dirmi?»
«Deve farmi diventare giudice».
«Giudice?» ripeté il vescovo e subito dopo proruppe in una risata volgare. «Tu vuoi diventare un giudice?»
«Non un giudice: voglio diventare il giudice del Circondario di Alvito».
Il vescovo rise di nuovo. Poi disse:
«Tu sei pazzo. Perché credi dovrei aiutare un nano bastardo come te?»
«Se prova a chiamarmi ancora una volta in quel modo, giuro che l'ammazzo». Gli occhi del nano erano carichi di odio e sembravano decisi a tutto. «Perché mi deve aiutare? Gliel'ho già detto, abbiamo una cosa in comune».
Il vescovo si fece improvvisamente serio.
«Sa, non si è comportato molto bene con lei. Insomma, nonostante stesse molto male, non è mai andato a trovarla…»
«Sono stato molto impegnato».
«Sì, a diventare vescovo, eccetera».
L'atmosfera in quella stanza si era fatta densa. Il vescovo doveva scoprire cosa Rocco sapesse di quella storia ma doveva anche cercare di non tradirsi
«E cosa c'entra la tua suora con quello che mi chiedi».
«Beh, suor Marinella, prima di morire, mi ha detto: vai da Padre Enrico, lui è tanto buono, ti darà certamente una mano se ne hai bisogno. Era tanto buona e tanto bella, suor Marinella…»
Il vescovo rise di nuovo.
«E solo perché una suora ti ha detto questo, tu vieni qui da me a fare l'arrogante?»
«Non mi ha detto solo questo. Mi ha detto anche qualcosa a proposito della sua malattia e di un aborto cui è stata costretta da qualcuno. E il motivo… beh, lei è una persona intelligente…»
Il vescovo afferrò la bottiglia di amaro e se ne versò un intero bicchiere. Quindi andò verso la finestra e si vide a fronteggiare il buio della notte come mai prima era stato costretto a fare.
«Cosa vuoi?»
«Gliel'ho detto: voglio diventare giudice».
«Non so se posso…»
«Oh, sì che può. Lei è potente, potentissimo: può tutto».
«E l'aborto?»
«Aborto? Quale aborto?»
In fondo, quel nano gli somigliava. Anche lui avrebbe fatto di tutto pur di raggiungere il suo scopo. Certo, sapeva cose che avrebbero potuto distruggerlo. Era un maledetto nano ficcanaso, ma si trattava solo di controllarlo. Non sarebbe stato troppo difficile.
Fece un cenno di assenso con la testa e Rocco si ritirò dalla stanza.


Iniziò così la carriera

Iniziò così la carriera del grande giudice di Alvito, Rocco Vitale.
Non c'era cittadino che non fosse tenuto, prima o poi, a passare sotto il suo giudizio e tutti erano obbligati a chiamarlo “Vostro Onore”, adottando un formalismo da tempo in disuso. Così, tutte quelle persone che un tempo lo avevano deriso, umiliato e offeso erano ora costrette a guardarlo con timore.
Persino il vescovo.
Fu così che quella sera venne convocato da padre Enrico.
Dovevano discutere di questioni politiche – c’era la nuova giunta da nominare – e poi c'era un nuovo parroco ad Alvito, pieno di buone intenzioni, che iniziava a dare fastidio.
Quando entrò nella stanza del vescovo, il giudice rimase deluso.
Ricordava di essere stato impressionato, anni prima, quasi soffocato dall'imponenza di quella camera. Adesso gli sembrava modesta, anzi piccola, di certo non adatta alla sua grandezza.
Era tutto intento a guardare il letto circondato dalle tende viola, quando il vescovo richiamò la sua attenzione.
«Mi stai ascoltando?»
«Sì», rispose Rocco.
«Devo allontanare al più presto quel parroco», disse il vescovo. «Io ne ho il potere, ovviamente, ma mi serve una buona scusa. E tu dovrai trovarmela».
«Vostro Onore…»
«Cosa?»
«Ti ho già detto che devi chiamarmi Vostro Onore».
Il vescovo, che nel frattempo aveva visto affievolire la sua influenza su Rocco, cercava di non irritarlo.
«Pensavo di doverti chiamare così solo in pubblico…»
«No, sempre».
«Come volete, Vostro Onore. Posso contare sul vostro aiuto?»
Come accade spesso all'umana natura, quanto più diminuisce la capacità di influire sul prossimo, tanto più aumenta un'involontaria tendenza alla ruffianeria.
«No», rispose Rocco dopo un attimo di silenzio.
«Cosa?»
«Ho detto no, che non ti aiuterò, né adesso né mai più».
«Stai… stai scherzando?» disse il vescovo con ben poca convinzione. «Ma come ti permetti? Chi ti credi di essere? Pensi davvero di essere più potente di me? Io posso affossarti come e quando voglio. Brutto bastardo di un nano».
Detto questo, il vescovo andò verso la finestra e ancora una volta guardò negli occhi il buio della notte. Rocco lo vide perso nei suoi ricordi, forse quelli di una sera di tanti anni prima, in cui l’aveva piegato e convinto a farlo diventare giudice. Gli parve di scorgere in lontananza una specie di focolare: le sue fiamme salivano al cielo ma quella luce durò poco e subito scomparve alla sua vista. Il vescovo, invece, sembrava rapito da quella strana visione.
Un affondo, semplice ma violento, la lama che penetrava la carne delle scapole del vescovo.
«Ti avevo detto di non chiamarmi a quel modo», sussurrò Rocco, spietato.
Il vescovo non poteva parlare. Si toccò dietro le scapole. Si guardò le mani e le vide sporche di sangue. Dalla bocca fuoriusciva un rivolo di sangue e sentiva che le forze a poco a poco lo abbandonavano. Con le ultime energie, si diresse verso il letto e si sedette. Parve meravigliarsi che il colore del suo sangue fosse tanto simile al colore delle tende che avvolgevano il letto: un rosso, quasi un viola, un porpora che si dice porti sfortuna agli attori sul palcoscenico.
Tornò a guardare Rocco.
«Non avrei dovuto farmi convincere da tua madre», disse con molta fatica.
A quelle parole, Rocco rimase qualche istante immobile. Quindi, gli si fece addosso e, afferratolo per il collo, urlò:
«Che ne sai tu di mia madre, eh? Che ne sai? Dimmelo!»
«Se tua madre avesse fatto quello che le avevo ordinato, a quest'ora tu per me saresti solo uno sgradevole incidente, un malinteso». Ora il vescovo sputava sangue e sembrava che quelle parole fossero forgiate dallo stesso sangue che sputava.
«Chi è mia madre? Perché la conosci?»
«Chi?» disse il vescovo. «Dovresti saperlo. Ti facevo più furbo».
«S… suor… Mari… n… ella…»
«Ci sei arrivato», aggiunse. «Tu sei stato una disgrazia per quella donna: il suo unico figlio, l'unico figlio che avrebbe mai potuto avere, era un nano».
Rocco perse ogni forza. Mollò la presa e il corpo dell'uomo ricadde sul letto come fosse già morto.
«Sei stato una disgrazia per quella povera donna e… sei stato una disgrazia per me».
Rocco cercò di coprirsi le orecchie con le mani per non sentire, ma quelle parole gli perforavano i timpani e gli penetravano nel cervello.
«Ti sei mai chiesto perché ho sempre accettato di averti tra i piedi? Anche se mi facevi schifo, mi facevi ribrezzo. Perché Marinella insistesse tanto? Ti ha raccontato che ti trovò davanti al monastero ma era la copertura che ci serviva, la condizione che avevo imposto a tua madre perché vedesse realizzato il suo desiderio di maternità».
Rocco aveva iniziato a tremare. Le lacrime accarezzavano il suo volto e lo stomaco rifiutava di raccogliere in sé tutto quell'orrore. Lo rigettò e il vomito gli parve nulla a confronto.
«Quando sei nato, l'ho capito subito che saresti stato la nostra rovina. Un figlio nano: la disgrazia peggiore che ci poteva capitare. E adesso… io… addirittura muoio per mano tua. Forse, è proprio quello che mi merito… La vita si diverte a prenderci per il culo».
La testa gli cadde sulle ginocchia, il corpo si adagiò di lato sul letto e il vescovo spirò.
Rocco gli si avvicinò, gli prese la testa, cercò di tamponargli la ferita, ma ormai era troppo tardi.
«Pa… padre! Padre…» disse baciando quel viso che aveva sempre disprezzato. «Non morire, ti prego. Non morire…»

* * *

5 marzo 1999. Di nuovo.

«Padre…»
Le luci dell'alba già si affacciano sulla Piana di Alvito ma il giudice Rocco Vitale non è più riuscito a prendere sonno. Affacciato alla terrazza, scruta il chiaro orizzonte.
La bottiglia di amaro è vuota, mentre già le prime case si svegliano e la vita riprende.
La notte è stata lunga: incubi — maledetti incubi — gli hanno impedito di dormire.
Va in bagno e si guarda allo specchio.
Riflette su dove si trova, e non sa se ridere o piangere: il lavandino, la doccia, la vasca, persino la tazza del cesso, tutto è stato appositamente fatto a sua misura. Anche lo specchio è stato fissato molto basso, a poco più di un metro da terra. Ora che ci pensa, tutta la sua vita non è stata altro che un'enfasi, una debole, debolissima eco, della sua statura. Solo il letto l'ha voluto normale. È grande, troppo grande per lui.
«Ricordi, finalmente».
È lo specchio che gli parla.
«Sì».
«Dopo la morte di tuo padre, hai voluto mettermi da parte. Ma dovevi sapere che prima o poi saresti tornato da me. Io e te siamo una cosa sola e la tua esistenza è troppo pesante per essere sorretta dalle tue spalle. Le spalle di un nano…»
Già.
In fin dei conti, dopo tutto quello che aveva fatto, tutto il potere che aveva acquisito, tutte le persone che aveva sottomesso, dopotutto… era pur sempre rimasto un nano.
Rocco guarda incuriosito la bottiglia di amaro che ha ancora in mano: ne studia ogni centimetro.
«Sì, bisogna proprio che cambi quel letto».
«Cosa vuoi fare?» gli chiede quell'ombra.
Rocco si guarda negli occhi e con estrema calma risponde:
«Voglio farti in un milione di pezzi».
«Allora non hai capito niente», dice lo specchio. «Lo vuoi capire che non puoi liberarti di me?»
«Oh, sì che posso», dice Rocco e lancia la bottiglia contro lo specchio. Il vetro si infrange e mille schegge cadono e si sparpagliano per tutta la stanza come tanti pezzi di un mosaico riversati dalla scatola su un tavolo.
Rocco le osserva: il suo volto è riflesso un milione di volte, frammentato, spezzettato, seghettato.
Da terra si levano ora mille voci, come se tutti quei pezzi di vetro volessero urlare la loro rabbia: Cosa hai fatto? Sei un ingrato. Non hai capito niente! Non puoi liberarti di noi…
Rocco raccoglie con cura il vetro e lo getta nella spazzatura:
«Oh, sì. Sì che posso».
Esce in terrazza.
La Piana di Alvito è lì, davanti ai suoi occhi. In fondo, Alvito non è altro che un piccolo paese, ma gli è sempre sembrata una metropoli sconfinata. Così, è stata tutta la sua vita. I suoi occhi di nano hanno sempre deformato la realtà, ingigantendola e rendendola oscura e terribile.
Il sole si sta levando e tra poco troneggerà dall'alto di quel cielo limpido. Il mondo, l'universo: ovunque pare non esserci fine. Rocco ammira quell'infinito, si inginocchia e si commuove: è questa, allora, la statura di Dio?
Guarda in basso e, venti metri più giù, vede la strada che inizia ad animarsi.
«Sì. Sì che posso».
Si lascia cadere e per la prima volta quell'altezza non gli pare irraggiungibile.

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