Due Occhi Grandi di Daniele Picciuti, racconto vincitore della XXII edizione di USAM

DUE OCCHI GRANDI
Di Daniele Picciuti
 
Due occhi grandi, infiniti, che racchiudono un mondo dentro.
Avrà dodici anni, forse meno, lo sguardo fisso su di me, come se nascondessi un mostro sotto la  camicia fradicia di pioggia.
Sorrido, per rassicurarla, forse, anche se non c’è nulla per cui sorridere.
La stanza è una tomba adiacente alla strada: quattro mura grezze, una panca di legno spaccato alla base, un tavolo, tre sedie, una branda con due cuscini, un quadro senza cornice sulla parete a ritrarre un ammasso informe di colori che non ha alcun senso.
Guardo la bambina, che non si muove, inchiodata coi piedi al suolo da un terrore atavico, che non è in grado di dominare, non qui e non ora.
Dovrei dire qualcosa, o forse no. Forse non dovrei nemmeno essere qui, ma in albergo, con Franco e gli altri, a preparare la relazione sulle estrazioni del coltan dell’ultimo semestre.
Eppure eccomi, in questa baracca affogata dal temporale tra le vie della bidonville di Kinshasa, di fronte a una bambina impaurita, tremante, vestita di stracci, una maglietta beige sopra una gonnellina blu rappezzata, capelli tagliati cortissimi, quasi a zero, la pelle morbida, il naso piccolo che si allarga timidamente tra le guance tumefatte, uno sguardo capace di guatarmi dentro.
Credo di sapere chi o cosa sia.
Kinshasa ne è piena. Si guadagnano qualche spicciolo dando informazioni ai turisti, portando loro i bagagli, vendendo sacchetti di benzina o sigarette.
Li chiamano ndoki, i bambini stregone, abbandonati dalle famiglie perché ritenuti responsabili della diffusione di sventure, pandemie o incidenti, di qualsiasi natura ed entità, ai danni di qualche parente o della famiglia intera.
Ma un conto è saperlo, aver letto qualcosa su internet, altro è imbattersi in uno di loro.
«Ciao», riesco a proferire infine, con tale decisione da spaventarla.
Si gira su un fianco come a fingere di non volermi vedere, ma i suoi occhi sbirciano per sapere qualcosa in più, chi sono e cosa voglio. Dovrei avanzare, forse, ma non ci riesco. Sotto di me, la donna è distesa a terra in una pozza di sangue in cui galleggia una statuetta di legno a forma di elefante, la testa rivolta in giù, le braccia tese ad abbracciare il suolo.
La madre, presumo, o una sorella più grande.
Ancora mi chiedo come mi sia saltato in mente di entrare in questa stamberga, dopo aver sentito le urla. Non sarà né la prima né l’ultima bambina a urlare, quaggiù.
Prima di partire, si sono sprecate le raccomandazioni da parte dei colleghi che mi hanno preceduto a Kinshasa e che insistevano nel convincermi a non immischiarmi negli affari di questa gente, a lasciar perdere i bambini, malati di aids e portatori di sventura.
Adesso, a confermare le loro parole, eccomi incastrato in una situazione che mi è del tutto estranea.
«Vieni», sussurro, cercando di rassicurarla. «Non ti faccio niente».
Lei non si muove, lo sguardo che rimbalza da una parte all’altra della casa, cercando di evitarmi; poi sfrega le mani tremanti una sull’altra, come se impastasse qualcosa.
Potrei offrirle da mangiare e mi frugo in tasca, alla ricerca di un pezzo di banana fritta ancora incartato che mi è rimasto da ieri, magro ricordo di una festa cittadina.
«Hai fame?»
Mi osserva mentre le porgo la banana e il suo sguardo si apre a quello che per me è un supplizio per il palato, ma per lei una visione, dopo chissà quanti giorni di digiuno forzato.
È magra, come tanti ragazzini qui a Kinshasa, segnata dalla spossatezza di un’esistenza infame, che non regala niente se non sofferenza.
Timidamente allunga una mano, poi la ritrae, fissandomi come se temesse da me un’azione a tradimento.
«Prendila. Mangia. Mange!»
Allunga ancora il braccio ossuto e, senza scollare i suoi occhi… lagunosi dai miei, afferra la banana fritta e si appiattisce di nuovo alla parete, avventandosi su quella fetta di paradiso con una foga e un luccichio nello sguardo che non riesco a spiegarmi.
Chi sei? Chi ti ha ridotta in questo stato?
Vorrei chiederle tutte queste cose, ma non conosco la sua lingua. Posso solo aspettarmi che lei abbia incontrato altri turisti italiani e abbia imparato qualche parola.
«Come ti chiami?» azzardo.
La domanda ottiene una risposta, una reazione inaspettata, che mi spiazza del tutto. Si porta una mano al petto e le sue labbra pronunciano una sola parola scandita da una voce dolce, sussurrata, come se temesse di svegliare la donna morta.
«Aliònor».
Tento un timido sorriso, ma presto mi rendo conto che devo apparire ben strano ai suoi occhi, forse pericoloso. I bambini qui non devono essere abituati a contatti così forti con i turisti.
Resto in silenzio ancora un po’, quindi mi decido a tentare un nuovo approccio.
«È tua madre?» le chiedo, indicando il corpo a terra.
Aliònor annuisce timidamente.
«Ma mère», bisbiglia con gli occhi lucidi di lacrime, in un francese appena comprensibile.
Vorrei chiederle dove sia suo padre, ma se anche riuscissi a farmi capire, ho una conoscenza del francese al limite del ridicolo, non so quanto riuscirei a capire. Il nostro interprete è Paolo e in questo momento è in albergo: se andassi a chiamarlo, al mio ritorno lei sarebbe scomparsa.
Fuori il temporale ha ripreso la sua danza folle. Questa città è un monumento alla decadenza e alla distruzione.
Veder crollare le case e allagarsi le strade fino a scoppiare, per un solo giorno di pioggia e vento, è qualcosa di inammissibile, in grado di annientare qualsiasi aspettativa di un miglioramento delle condizioni di vita di questa gente.
Devo muovermi, fare qualcosa.
Mi chino lentamente sul corpo della donna e osservo la ferita che ha al lato della testa, da cui è sgorgato tanto di quel sangue da aver dipinto di rosso il pavimento.
Non è la prima volta che vedo un cadavere da vicino. Lavorare in Africa mi ha dato modo di assistere a scene che non posso scordare e che non potrei mai raccontare. Però stavolta è diverso, non sono mai rimasto solo con un cadavere e una ragazzina terrorizzata, all’oscuro dal mondo esterno.
Vorrei spostare la testa della donna per osservare lo squarcio da vicino, ma preferisco non lasciare impronte e soprattutto non macchiarmi di sangue. Meglio non rischiare, quaggiù la legge segue rituali complessi.
Poi lo vedo, un chiodo grosso e rugginoso, che dalle assi divelte del pavimento emerge tra i riccioli neri appiccicati dal sangue. Alzo gli occhi sulla ragazzina e so che dovrei dire qualcosa, ma il fiato mi muore in gola. Non oso immaginare il suo dolore in questo momento, la paura che può provare.
«Mi dispiace», sussurro. «È stato un incidente».
Aliònor non mi capisce, si limita a fissarmi in attesa di un nuovo input che sia per lei più comprensibile.
«Incidente», ripeto, cercando di scandire le lettere. «Accedent».
«Accedent». Annuisce, addolorata. «Oui».
«Tuo padre?» decido di chiederle. «Dov’è?»
«Mon père?» Quelle parole le riaccendono il terrore. «Non… non!»
Ecco qualcosa che non mi aspettavo.
Uno scalpiccio di passi risuona nella casa e prima che chiunque di noi possa anche solo pensare di scappare, una d
onna paffuta, con un grembiule viola addosso e una busta di plastica sotto braccio, compare sulla soglia.
Appena vede il cadavere attacca a urlare, senza darci il tempo di spiegare. Guarda me, la ragazzina e poi urla di nuovo, grida come una pazza, ma senza muoversi da dove si trova.
Potrei tentare la fuga ora, sperando di battere sul tempo chiunque possa arrivare in suo soccorso, ma il pensiero è più lungo dei miei riflessi e rimango inchiodato fin quando non sento vociare all’esterno.
Sono uomini, due ragazzi neri, più neri di Aliònor, della morta e della donna urlante: vedono il corpo e si proiettano verso di me per bloccarmi.
Prima che io possa reagire, le loro braccia mi stringono, le mani si serrano sulle mie mani, qualcuno mi torce un arto dietro la schiena e finisco in ginocchio, poi a terra, con qualcosa che mi schiaccia al suolo.
«No!» riesco finalmente a gridare. «È stato un incidente! Je suis italien! Je suis italien!»
Nella casa arrivano altri uomini, donne e persino bambini. Alcuni devono stringersi per far entrare gli altri, e prima che me ne renda conto si è creato un assembramento di gente che indica verso di me pronunciando frasi che non capisco. Tuttavia, molto presto, la maggior parte di loro rivolge la sua attenzione su Aliònor e non passa molto tempo che anche lei viene bloccata.
L’agitazione dilaga, i volti di queste persone si contraggono in espressioni di puro odio e orrore, ma capisco da subito che non sono io l’oggetto delle loro attenzioni.
Indicano Aliònor in modo eloquente.
Dopo quella che a me sembra un’eternità, il gruppo decide di muoversi. Veniamo trascinati fuori dalla casa e portati in strada. Mi sorprende ritrovarmi nella via desolata, sotto una pioggia scrosciante che vomita nei canali di scolo ettolitri di fango liquido.
Mi aspettavo di trovare un assembramento di gente attratta dalle voci e dalle urla, invece nessuno sembra badare a noi, in parte per via del temporale, in parte perché scene come queste, quaggiù, sono all’ordine del giorno.
C’è solo un uomo ad aspettarci, vestito con un camice bianco. Tra le mani stringe un libro che potrebbe essere una Bibbia e ha l’aria solenne di chi sta per compiere un passo importante.
Mi giro a cercare la bambina, ma un gigante dallo sguardo inferocito, molto giovane in verità, mi afferra per le spalle e mi spinge via, gridando qualcosa nella sua lingua, facendomi cenno di andarmene.
Resto spiazzato, immobile al centro del boulevard, indeciso su cosa dovrei fare. Aliònor è circondata da sei persone, quattro uomini e due donne, tra cui la paffuta che ci ha scoperti. La spintonano, la insultano, qualcuno la schiaffeggia.
È assurdo come io non riesca a trovare la forza di andare da lei. È assurdo che io sappia di non poter far niente per aiutarla. Sono troppi.
Il gigante che mi ha cacciato si unisce al gruppetto, sbraita qualcosa e invita gli altri a spostarsi dietro alla casa, dove scorgo un vicolo che finisce a ridosso di un muretto.
Aliònor viene trascinata là dietro, mentre scalcia nel fango per sottrarsi alla loro stretta. Grida e i suoi occhi schizzano da una parte all’altra come se cercassero qualcosa, fino a quando non mi vedono. Allora si fermano.
È come essere travolti da un camion. Quegli occhi mi tormentano, continuo a vederli fissarli anche se la pioggia oscura a tratti la sua forma, anche quando scompare del tutto nel vicolo.
Dio santo, perché mi sta capitando questo?
Non sono un uomo coraggioso, né un incosciente. Il tipo alto mi fa capire che me ne posso andare, che me ne devo andare. Ciononostante, avanzo sotto il diluvio, ormai ridotto a un pupazzo da strizzare, e arrivo all’imbocco della stradina.
Aliònor giace a terra, su una striscia di asfalto che fuoriesce come una lingua dal terreno limaccioso.
La scorgo appena, coperta dagli uomini che la circondano, ma vedo distintamente la chicotte in mano al gigante nero, un frustino in pelle di ippopotamo fin troppo diffuso da queste parti.
Il sacerdote, o presunto tale, tiene la Bibbia sollevata di fronte a sé e agita l’altra mano al ritmo di una litania che non comprendo, ma che riesce a darmi i brividi.
Uno degli uomini si avvicina alla bambina mentre altri la tengono ferma e le accosta un bicchiere alla bocca, costringendola a bere. Aliònor tossisce e si rotola a terra, fra terribili spasmi.
Devo andare da lei, ma ho le gambe molli, di gelatina; le gocce d’acqua mi scorrono sotto la camicia, gelandomi la schiena, e tutto è confuso nella mia testa.
Poi l’uomo alto si mette davanti ad Aliònor e la chicotte scatta, sferzando la piccola sulle gambe, aprendo ferite sanguinolente sulla pelle delicata. Le sue grida mi scuotono e lacrime mi annebbiano la vista, fondendosi con quelle che cadono giù dal cielo, incessanti.
Guidato da un istinto che mi è estraneo, mi precipito nel vicolo e afferro il braccio del seviziatore prima che possa colpire di nuovo. Con l’altra mano gli strappo via la frusta e la getto lontano.
Non riesco a fare altro.
In breve mi sono addosso, qualcosa di molto forte mi colpisce allo stomaco e il dolore mi penetra come se mi avessero affettato la pancia e infilato un ago nel cervello. Poi ancora pugni, calci, la mandibola mi sembra esplodere e sento il sapore ferroso del sangue nel palato.
Crollo a terra, mentre i calci continuano, e mi rannicchio nel fango, tremando e pregando che finisca il più presto possibile.
Una frenata sull’asfalto riecheggia poco distante e i colpi si fermano.
Riprendo fiato e ne approfitto per sbirciare: c’è una jeep ferma al centro della carreggiata. Ne scendono due uomini, due individui estremamente diversi. A giudicare dall’abito, il primo dev’essere un prete, giovane e dalla carnagione mulatta; l’altro è un uomo di mezz’età, vestito in abiti chiari, capelli corti, brizzolati, un paio di occhiali da sole sul naso e un fucile tra le mani.
Il prete urla qualcosa in francese, mentre l’altro lo segue con l’aria di chi potrebbe sparare da un momento all’altro. Gli uomini che ho intorno rispondono animatamente, li sento litigare: qualcuno lancia insulti, qualcuno fugge. Quando uno strano silenzio si propaga nell’aria, mi decido a guardare nuovamente: sono rimasti solo lo pseudo-sacerdote, che si stringe la sua Bibbia al petto come se fosse il tesoro più prezioso del mondo, e l’uomo alto, che fissa Aliònor come se fosse il diavolo. La ragazzina, avvelenata da Dio solo sa cosa, è riversa a terra e sta vomitando l’anima.
Il prete va ad aiutarla, mentre due braccia possenti mi sollevano da terra e mi rimettono in piedi. Mi ci vuole un po’ per stabilizzarmi, ma alla fine torno padrone di me stesso, nonostante mi senta a pezzi.
L’uomo col fucile mi fa cenno di camminare e io obbedisco.
Mentre ci dirigiamo verso l’auto, il prete indugia un momento davanti a me, con la ragazzina aggrappata al suo collo.
«Anglais? Francais?»
«Italien».
«Eh bien, mon ami. Bernard va parler avec vous».
Bernard ammicca silenzioso a quelle parole, poi rivolge un ultimo sguardo al gigante che se ne sta in disparte a osservarci.
«Andiamo», consiglia, in un sorprendente italiano. «Parliamo dopo».
Saliamo sulla jeep, Bernard e il prete davanti, io e la piccola dietro. Mentre Kinshasa sprofonda in un abisso d’acqua che la inghiotte, ci allontaniamo verso la periferia, lasciandoci dietro lo sguardo ostile degli abitanti che hanno assistito alla scena.
Mentre l’auto corre, per alcuni minuti regna il s

ilenzio. Ne approfitto per dedicarmi ad Aliònor.
È pallida, ha la bocca sporca e mi guarda di sottecchi, abbozzando un timido sorriso, che le storpia il volto in un’espressione sconvolta.
È molto bella per la sua età, forse troppo. Rabbrividisco al pensiero di ciò che avrebbero potuto farle.
«Lei perché è a Kinshasa?»
La domanda giunge a bruciapelo, in italiano perfetto.
«Per lavoro!» rispondo quasi gridando per superare il rullio assordante del motore della jeep. «Mi chiamo Leonardo Sila! Alloggio in albergo al…»
«Un altro riccone!» esclama Bernard, risentito. «Venite qui a far che? A rubare rame e diamanti a questa gente?»
Resto un attimo zitto, indeciso se mandarlo al diavolo o chiedergli di mostrarmi rispetto, dal momento che non mi conosce. Poi rammento che mi hanno salvato da un pestaggio e traggo un respiro per calmarmi.
«Coltan!»
«Come?» Bernard mi fissa attraverso lo specchietto, da dietro i suoi occhiali scuri.
«L'azienda per cui lavoro commercia in coltan!»
Bernard scuote la testa.
«Ancora quei fottuti cellulari!» Il suo sguardo si fa accusatorio. «Lo sa che il coltan è radioattivo, vero?»
Lo so naturalmente, ma non oso fiatare.
«E che coi soldi che sborsate per estrarlo, la gente di qui ci compra le armi per i guerriglieri? Questo lo sa?»
«Io non…»
«Gli affari sono affari e per le multinazionali tutto è lecito!»
Lo parla davvero bene, l’italiano. Anche troppo.
«Bernard, lei non è francese!»
Sulle sue labbra compare uno strano ghigno.
«Infatti mi chiamo Bernardo. Sono nato a Roma, ma vivo in Congo da quand’ero un marmocchio. È Maurice che mi chiama così. L’inflessione francese, hai presente? Ormai quaggiù per tutti sono Bernard».
Di colpo ha preso a darmi del tu e la cosa per qualche ragione mi fa sorridere. Una carezza mi sfiora il braccio.
Aliònor sta male. È sempre più pallida nonostante sia nera come un carboncino e ha lo sguardo spento. Le gambe sono imbrattate di sangue e in alcuni punti s’intravede la carne viva.
Deve bruciarle da morire.
Con un movimento molto lento, si accoccola sul mio braccio, tenendolo stretto, come se temesse di lasciarmi andare.
Lo stomaco si contrae e mi sento mancare il fiato.
È assurdo, ma l’unica cosa che riesce a venirmi in mente, facendomi sentire dannatamente stupido ed egoista, è che devo chiamare Franco, avvertirlo di quel che mi è successo. Oggi pomeriggio c’è l’incontro con i dirigenti e non posso mancare, non certo perché stamattina mi è saltato lo sghiribizzo di fare il turista nella bidonville di Kinshasa.
«La bambina ha bisogno di un medico. Dove stiamo andando?»
«Al centro di ricovero, dove stiamo noi. Avrà tutto l’aiuto che le occorre».
«Centro di ricovero?»
Bernard annuisce, guardandomi attraverso lo specchietto.
«Per bambini abbandonati. Gli shegué».
«Credevo si chiamassero ndoki».
«Gli shegué sono i bambini che vagano nelle strade, a volte formano delle bande, altre volte stanno da soli. Gli ndoki sono i bambini stregone».
Abbasso lo sguardo su Aliònor, che sembra essersi addormentata.
«Come lei?»
Bernard annuisce e allora mi ricordo che né lui né padre Maurice hanno idea di cosa abbia scatenato quella caccia alle streghe.
«In casa c’era sua madre», li informo, cercando di dosare al meglio le parole. «È caduta a terra e ha battuto la testa su un chiodo».
«È morta?»
Noto una punta di agitazione nel tono della sua voce, ma in fondo me l’aspettavo. Hanno salvato una bambina e un turista da un linciaggio senza neanche sapere il perché.
«Sì».
«Allora tutto si spiega». Finalmente si sfila gli occhiali, mostrando due occhi chiari come il ghiaccio che puntano dritti su Aliònor. «Pensano che sia colpa sua».
«Ma io ero presente! Se mi avessero ascoltato…»
«Non sarebbe servito a niente!» m’interrompe, brusco. «La cultura animista è troppo radicata. L’hanno giudicata colpevole nel momento in cui hanno trovato il cadavere. Anche se non è stata lei e la poveretta è inciampata e caduta su un chiodo, per loro è colpa della bambina».
Ha ragione. Sono cose che sapevo già, ma cozzarci contro fa tutto un altro effetto.
«È stato un incidente…»
«Certo!» fa lui, mentre la jeep svolta in una stradina sterrata che conduce a un casolare isolato in mezzo alla pianura. «Un incidente che ha provocato lei, facendole il malocchio o chissà quale altra diavoleria».
È tutto così irragionevole…
«Ti basti pensare che era presente un sacerdote della Eglise du Réveil. La gente crede che i figli siano posseduti dal demonio e loro ne approfittano per farsi pagare dei falsi esorcismi. Di sicuro l’ha fatto chiamare il padre».
«Il padre?»
«Quello alto con la chicotte. In genere sono i genitori o i parenti più stretti a frustare i bambini».
Resto a bocca aperta, inorridito.
«Quello era suo padre? Un ragazzo?»
«Quaggiù l’aspettativa di vita è di quarantacinque anni, che ti aspettavi? E se non era il padre, era il fratello. Il succo non cambia».
Non riesco quasi a parlare. L’odio che quell’uomo aveva negli occhi mi aveva convinto che fosse un pazzo o un criminale, non certo suo padre!
«Che cosa le hanno fatto bere?» chiedo ancora, mentre il fuoristrada affronta una serie di buche che scuotono l’abitacolo.
«E chi lo sa! Un lassativo o un altro intruglio fatto apposta per farla vomitare. Credono che così il diavolo venga esorcizzato!»
Dietro l’ultima curva, appare un basso edificio color crema, meno decrepito di quel che mi aspettavo, e la jeep si ferma in un piccolo spiazzo adiacente.
«Benvenuti a La Fleur du Paradis!» esclama Bernard nell’aprirci lo sportello.
Lentamente scuoto Aliònor, che riapre piano gli occhi, con il terrore nello sguardo.
«Tranquilla», cerco di confortarla, «va tutto bene».
Mi guarda senza capirmi e la sua mano mi stringe forte il braccio. Scendiamo insieme dalla jeep, mentre tutt’intorno una fitta schiera di bambini dai quattro o cinque anni in su ci corre incontro ridendo e vociando nella loro lingua, il lingàla.
Maurice si avvicina a noi, indicando l’ingresso al Centro.
«Vous venez avec moi».
Mentre lo seguo, indugio sulla piccola folla che ho intorno. Vestono tutti magliette e calzoncini puliti, alcuni hanno calzature aperte, improvvisate con suole logore legate con una corda, altri hanno delle ciabattine da mare sbiadite, altri ancora sono a piedi nudi. Tutti hanno le facce sveglie, anche se negli occhi di alcuni scorgo una lieve traccia di paura, mentre in altri indifferenza o semplice curiosità.
Aliònor si aggrappa a me, quasi temesse che possano farle del male.
«Sono bambini», le dico, cercando di rassicurarla, «come te».

* * *

L’infermeria è una stanzetta dalle pareti bianche, con uno strato di umidità sotto il soffitto da far temere che possa crollare da un momento all&
rsquo
;altro, un armadietto che suppongo usino per tenerci i medicinali, una striminzita scrivania, una branda e un materasso che fungono da lettino delle visite e un paio di sedie.
Aliònor giace addormentata nel letto. Il suo viso ora è disteso e in pace. Sembra un angelo.
Bernard e padre Maurice sono con me e quasi avverto la profonda pietà che provano per quella bambina. Immagino che per loro rappresenti solo l’ennesimo esempio del degrado raggiunto da questo paese, precipitato in una follia dilagante a causa di tradizioni animiste mai estirpate, da una guerra civile che versa sangue su sangue e da individui senza scrupoli che approfittano dell’ingenuità e dell’ignoranza del popolo per affossarlo sempre più. Individui come i sedicenti sacerdoti delle Eglises du Réveil e gli uomini d’affari delle multinazionali, come quella che io stesso rappresento.
«Che ne sarà di lei?» domando, traendo un lungo respiro per dominare l’ansia.
«Resterà qui». La voce di Bernard mi infonde sicurezza. «Al sicuro».
«Suo padre non la cercherà?»
Maurice scuote piano la testa ma è ancora l’italiano a parlare.
«Non credo. Per lui è come se fosse morta».
Taccio qualche secondo. Quel che sto per chiedergli potrebbe cambiarmi la vita, perciò mi prendo un attimo per guardarmi indietro. Mi rivedo al liceo, all'università, in azienda, e in ogni immagine ci sono io, solo, con affianco qualche ragazza conosciuta e poi dimenticata, o qualche amico del momento col quale condividere una gioia o il dolore di una perdita.
La mia tendenza all'isolamento, al rifuggire una famiglia, mi accompagna da lungo tempo.
Così, capisco, questa è la mia svolta.
«Potrei… potrei portarla con me?»
I due uomini mi fissano increduli.
«Certo», risponde Maurice, incespicando in un italiano stentato, «per un’adozione… serve tempo.
Mais oui».

* * *

I motori dell’aereo rullano mentre si appresta a seguire la procedura di decollo. Le voci intorno a me sono distanti chilometri. I miei amici mi parlano e non li sento.
Sento solo Aliònor. I suoi occhi che mi salutano e la mia voce che cerca di rassicurarla.
Tornerò a prenderti, te lo prometto.
Chiudo gli occhi e le sue urla tornano a rimbombare nella mia testa. Mi rivedo nella bidonville, precipitarmi in quella baracca di legno e lamiera; rivedo quella donna che picchia la bambina con una statuetta di legno e come allora incrocio lo sguardo di Aliònor, che implora pietà e chiede aiuto.
Il mio aiuto.
Mi rivedo correre verso di loro, torcere il polso della donna e spingerla via. La vedo perdere l’equilibrio e crollare al suolo, picchiare la testa a terra e poi giacervi per sempre.
Rivedo il chiodo. E poi gli occhi di Aliònor.
Due occhi grandi, infiniti, che racchiudono un mondo dentro.

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