Intervista ad Alfredo Mogavero, vincitore della XX edizione di USAM con La vita nella bottiglia

alfredo mogaveroDAVIDE CASSIA: Eccomi a intervistarti per la quarta volta, i complimenti ormai sono sottointesi e le domande esaurite. Nel racconto La vita nella bottiglia si parla di scelte sbagliate e di riscatto. Da dove hai tratto ispirazione per questo racconto?
ALFREDO MOGAVERO: Mi piaceva l’idea della rivincita sulla vita, metaforizzarla attraverso il dolore e il sangue, poter avere una seconda occasione per aggiustare gli sbagli che si sono fatti e che ci condizionano l’esistenza.

D: Credi che ognuno di noi abbia un tragitto già tracciato o che bisogna costruirselo giorno per giorno?
A: Personalmente credo che nulla sia scritto. L’idea di qualcosa di già deciso mi riesce piuttosto squallida.

D: Credi che uno scrittore prima o poi debba impegnarsi nel sociale con il suo lavoro o può rimanere tutta la vita uno scrittore di evasione?
A: Credo dipenda dalla propria sensibilità, dal contesto in cui cresce e dalle sue personali inclinazioni. Ho massimo rispetto nei confronti di chi usa il mezzo-scrittura per descrivere e analizzare la realtà, ciò che però rifiuto è la diversa dignità che spesso si tende ad attribuire agli scrittori “impegnati” a scapito di quelli che producono fiction. Seguendo questo discorso si dovrebbe insegnare Gomorra a scuola e mandare al macero qualche milione di libri a cominciare dal Don Chisciotte.

D: Secondo te in futuro sparirà la carta stampata?
A: Io spero di no. I libri sono i libri, e leggere su carta conserva sempre il suo fascino inimitabile. Spero però che si usi di più la carta riciclata.

D: … e ci sarà ancora posto per la fantasia e gli scrittori?
A: Ci sarà sempre la necessità di fuggire dalla realtà, è qualcosa che l’essere umano non può permettersi di soffocare in sé.

D: Altra domanda sibillina: la vendita online supererà mai quella nelle librerie, secondo te?
A: Al giorno d’oggi la vedo ancora dura, ma tra qualche decade può darsi che accada.

D: Parliamo di metodologia: tu preferisci improvvisare quando scrivi oppure pianifichi a tavolino ogni punto?
A: Mai pianificato quasi per niente. Di solito penso a un inizio e a una fine e poi ci piazzo in mezzo quello che mi viene lì per lì. È il metodo “Douglas Adams”.

D: Non pensi che la pianificazione castri un poco l’estro creativo?
A: Sono d’accordo. Soprattutto a me fa venire meno il divertimento dello scrivere, perché è un po’ come guardare un film già visto. Dall’altra parte mi rendo però conto che se si vuol scrivere qualcosa come un thriller, un giallo ecc. non si può prescindere da una trama che si incastri perfettamente in ogni suo punto per evitare di cadere in lacune o incongruenze. Da un po’ di tempo a questa parte sto pensando di abbandonare almeno in parte l’improvvisazione e cercare di ragionare di più sulle trame.

D: Pensi l’Italia sia svantaggiata rispetto all’estero per gli autori che vogliono farsi conoscere (penso alle agenzie letterarie americane che funzionano anche come talent scouting)?
A: Mah, non ho molta conoscenza sull’argomento, quello che mi pare di aver capito è che da noi c’è un sacco di gente che scrive e poca che legge. Molti poi hanno una voglia matta di “sfondare” subito, bruciare le tappe, e finiscono con il seguire strade sbagliate come la pubblicazione a pagamento. Sarebbe bello se ci fossero anche qui agenzie letterarie del genere, anche che funzionassero solo come valutatori-testi, per dare un’idea all’autore sulla propria opera e magari anche consigliarlo.

D: Grazie di tutto, Alfredo, arrivederci alla prossima vittoria.
A: Ciao a te e speriamo bene.

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