La vita nella bottiglia di Alfredo Mogavero: racconto vincitore della XX edizione di USAM

LA VITA NELLA BOTTIGLIA di Alfredo Mogavero

Sono due ore che giro a vuoto per queste dannate strade di periferia, e del bar neanche l’ombra. Il tizio che me ne ha parlato mi aveva avvertito che non sarebbe stato facile rintracciarlo, ma non credevo che fosse nascosto così bene. Metto la freccia, svolto all’ennesimo incrocio stritolato dai mausolei di cemento dell’edilizia popolare, aguzzo la vista per individuare qualche insegna illuminata. Niente, solo saracinesche abbassate. Un uomo che porta un cane a pisciare. Scritte oscene su muri grigi. Lampioni accesi che accecano moscerini e falene. Mi tornano in mente le parole del tizio, la sua risposta quando gli ho chiesto qualche indicazione per rintracciare il bar, il sorriso che gli è comparso sul volto. «Non sarai tu a trovarlo», aveva detto pescando una sigaretta dall’astuccio d’argento. «Se vuole, il bar troverà te».

Prima di entrare nel bar e vincere la partita il tizio era alla canna del gas, inchiodato dai debiti e braccato dagli usurai. Aveva bruciato una forte somma in azioni di una multinazionale finita in bancarotta, per far fronte alla perdita si era rivolto a uno strozzino. I soldi avuti in prestito se li era giocati al casinò e ai cavalli, sperando di rifarsi con gli interessi, e invece gli era andata male anche lì. Gli scagnozzi del cravattaro lo aspettavano già sotto casa da qualche giorno per spezzargli le gambe quando, in una delle bettole dove andava a ubriacarsi, aveva sentito parlare del bar delle seconde opportunità. Un beone di merda gli aveva raccontato la storia di questo posto dove, in alcune notti dell’anno, il barista tira giù da uno scaffale una bottiglia piena di liquido verde e la poggia sul bancone. Nella bottiglia c’è il tempo, e se ne prendi un sorso puoi tornare indietro fino allo sbaglio che ti ha rovinato la vita e aggiustare le cose. Puoi raddrizzare il tuo destino, riparare l’errore e andare avanti come se nulla fosse successo. Il tizio ha bevuto e adesso è ricco sfondato, perché è tornato indietro e ha investito i soldi nelle azioni giuste. Se incontra per strada i tirapiedi dell’usuraio, quelli non lo riconoscono nemmeno.
Per prendere un sorso dalla bottiglia devi vincere una partita a quindici palle contro un altro pretendente. Le regole sono quelle della carambola all’italiana, devi usare la biglia bianca per imbucare le altre partendo dalla numero uno e proseguendo via via fino alle altre. Ogni volta che canni un tiro cedi il turno all’avversario, l’ultima palla devi mandarla dentro dopo averle fatto toccare almeno tre sponde. Tutto normale, a parte una piccola legge che vige solo nel bar e a cui nessuno, una volta che il gioco è iniziato, può sottrarsi: quando segni un punto devi prendere la mannaia da macellaio che sta appesa alla parete e tagliare qualcosa al tuo avversario, devi farlo sanguinare per bene. Dopo ogni mutilazione il barista chiede a chi l’ha subita se ne ha abbastanza, e se quello si arrende la partita finisce e l’altro vince. Nessuno sa perché le cose procedano così, lì dentro, di certo c’è che il barista deve essere un sadico della peggior specie se si diverte ad assistere a quei massacri. Sono pochi quelli che arrivano all’ultima palla, aveva detto il beone al tizio oberato dai debiti, e sfilandosi un guanto gli aveva mostrato una mano a cui mancavano quattro dita.

Il bar mi appare davanti all’improvviso, nell’esatto momento in cui vedo le tre lettere al neon so di essere arrivato a destinazione. Un brivido mi striscia dietro la schiena mentre parcheggio l’auto, una voce dentro la testa mi dice che se voglio tirarmi indietro questo è il momento giusto. Scendo, giro attorno alla macchina e apro il portabagagli. Prendo la stecca con cui ho vinto il campionato regionale del novantotto e me la appoggio sulle spalle, di traverso come la spada di un cavaliere errante. No, non tornerò casa. Questa è la mia ultima possibilità.

Appena dietro la porticina d’ingresso c’è una rampa di scale che s’inabissa nel sottosuolo, illuminata da un’unica lampadina nuda impiccata al soffitto. Scendo adagio, facendo scricchiolare i gradini a ogni passo, giro un angolo e sono all’inferno. Il bar non è altro che una squallida stanza con le pareti rivestite di legno, due tavolini sudici e un bancone che deve per forza aver visto tempi migliori. La prima cosa che cattura il mio sguardo è il tavolo da biliardo: è vecchio, vecchissimo, in mogano così nero che il ripiano da gioco sembra sospeso a mezz’aria. Il panno una volta doveva essere verde, ma è talmente ricoperto da schizzi di sangue incrostato che ha assunto una tinta marcia, malata, simile al colore della pelle dei cadaveri putrefatti. Stando a quanto ho visto nei film, s’intende. Le palle sono già disposte a triangolo, e attendono l’inizio di una nuova partita.
Ho appena cominciato a camminare verso il bancone quando attaccata a una parete vedo la mannaia che pende da un chiodo. È enorme, impossibile da impugnare con una sola mano, ha una lama così grossa che un uomo sufficientemente forte potrebbe tagliarci in due un cinghiale con un sol colpo. Le luci dei faretti che dominano il tavolo da gioco traggono da quel pezzo di ferro giochi di luce spaventosi, e per un attimo mi sembra di vederci riflessa dentro una carrellata infinita di facce distorte. Sono le maschere di dolore di quanti l’hanno assaggiata prima di me, i fantasmi dei giocatori perdenti imprigionati dentro l’acciaio. Tremo, distolgo lo sguardo e continuo a camminare, ricordando le ultime parole del tizio da cui ho saputo del bar: «Se muori il barista ti chiude in un sacco di plastica e poi ti butta in un cassonetto dell’immondizia», aveva detto. «Nessuno saprà mai che fine hai fatto».

Mi siedo al bancone, a uno sgabello di distanza dall’unico altro avventore. Non lo guardo nemmeno in faccia, obbedendo a uno strano istinto di conservazione appena nato dentro di me. Non voglio ricordare il suo aspetto, se di qui a qualche ora sarò costretto a macellarlo come un quarto di bue. Che sia anche lui qui per la partita è fuori di dubbio: la lunga custodia di tela che porta a tracolla parla piuttosto chiaro.
Da una porticina dietro il bancone viene fuori il barista. È gigantesco, unto, con una barba rossiccia che fiammeggia ispida su un volto da orso. Incassati in fondo a due buchi minuscoli, sotto i cespugli delle sopracciglia, gli occhi quasi non si vedono. Al lobo dell’orecchio destro porta tre cerchi d’oro, il sinistro regge una grande croce di metallo che oscilla al ritmo del suo respiro. Veste una canotta lurida senza maniche, al di sotto della quale spunta una t-shirt di tatuaggi da galeotto.
Appena si avvicina gli dico ammiccando che sono lì per giocare. Mi guarda a lungo, soppesandomi con evidente disprezzo, poi si volta e si mette a trafficare con la macchina per spillare la birra. Mi offre una pinta di Guinness, sbattendola sul ripiano di legno. Stanotte forse si gioca e forse no, dice, poi scompare di nuovo oltre l’uscio da cui era emerso.

Dopo forse mezz’ora, stremato dalla tensione, decido di rivolgere la parola al tipo che mi siede accanto. Si rifiuta di dirmi il suo nome, e non vuole che io gli riveli il mio. Dice che posso chiamarlo “il Dottore”, è un appellativo che gli piace. Lo guardo meglio, e mi sorprendo a provare ribrezzo: non deve essere tanto vecchio, ma è talmente devastato dall’alcol da assomigliare a uno spaventapasseri ambulante, una bara di carne che porta in giro un’anima a pezzi. La faccia, crepata da rughe profondissime, sembra un guanto di velluto spiegazzato, gli zigomi sporgono in fuori e quasi bucano la pelle. Le labbra sono violacee, screpolate e gonfie come lumache morte sul ciglio di un buco fetido. Da tanto tempo, mormora piantandomi in faccia gli occhi frantumati dalle venuzze, non beve più whisky; è il whisky che, bicchiere dopo bicchiere, si beve ciò che resta di lui.
Mi racconta la sua storia, dice che un paio di pinze possono cambiare il destino di un uomo. Il Dottore era un chirurgo con due palle così, una volta, guadagnava un sacco di soldi e teneva perfino lezioni all’università. Non c’era nessuno meglio di lui quando si trattava di aprire la gente e rimetterla a posto, faceva decine di operazioni al mese e le portava tutte a termine con successo. Non una macchia sul suo curriculum, non una lamentela da parte di un paziente, mai che si fosse verificata anche la più piccola complicazione dopo uno dei suoi interventi. Era il migliore, un vero dio del bisturi.
Gli chiedo cos’è andato storto per farlo finire così, lui butta giù l’ultimo sorso di Southern Comfort e si rolla una senza-filtro. Il giorno che vuole cancellare è quello in cui dimenticò un divaricatore chirurgico nello stomaco di un ragazzo di ventidue anni, un ragazzo che aveva tutta la vita davanti. Gli aveva eseguito una colectomia di routine, ma doveva essere soprapensiero perché ricucì l’incisione senza accorgersi di quelle dannate pinze. Il ragazzo fece due giorni di convalescenza e poi fu dimesso, ringraziò il Dottore e andò a casa. Dodici ore dopo tornò in ospedale, su una barella, sputando sangue e gridando come un vitello scannato. Qualcosa gli aveva bucato lo stomaco, l’emorragia interna era a uno stadio talmente avanzato da rendere inutile qualsiasi intervento. Lo portarono nell’obitorio, lo sistemarono su un lettino e lo aprirono. Dentro la pancia, affogato in un mare di sangue e merda, trovarono un divaricatore di tredici centimetri, conficcato nell’intestino come un coltello in una salsiccia. Fu quella notte, dopo aver firmato su due piedi le dimissioni e risposto alle domande di un ispettore di polizia, che il Dottore cominciò a bere.

Per un po’ ce ne stiamo in silenzio, poi mi chiede come può chiamarmi. Mi vengono in mente soprannomi del cazzo, e non so quale scegliere. “Il Casanova Triste”, “il Maritino”, “il Romeo Miserabile”. Scelga lui, io non so decidermi. Adocchia la fede che porto all’anulare sinistro e mi domanda se sono sposato. No, gli dico, non più. Quel cerchio d’oro sbiadito stretto intorno al mio dito non significa nulla.
Avevo tutto, gli confesso, ma non sono stato abbastanza intelligente da accorgermene. Ho buttato la mia felicità nel cesso per togliermi lo sfizio di una serata, e dopo quattro anni ne sto ancora pagando le conseguenze. Vorrei prendermela con qualcuno, finanche con la sfiga, ma so che l’unica persona da incolpare sono io e per questo mi odio. La sola faccia che vorrei prendere a pugni e spaccare, distruggere fino a ridurla a una poltiglia sanguinolenta, è quella che vedo ogni mattina dentro lo specchio, sempre più smunta e scavata. La faccia di un uomo finito. Il più stupido idiota del mondo.
Il Dottore mi chiede com’è andata, io rispondo che non c’è molto da dire. Quando tua moglie e tua figlia di sette anni tornano a casa e ti trovano nudo tra le lenzuola, attaccato come un cane al culo di un’altra donna, non ci metti più di un secondo a capire che da allora in avanti la tua esistenza non sarà più la stessa. Quell’istante sembra cristallizzarsi nell’eternità, dilatarsi all’infinito, e hai tutto il tempo di pentirti mille e mille volte del tuo errore anche se sai che è troppo tardi. Poi, improvvisamente, il tempo fa un balzo in avanti e tu sei in un monolocale, da solo, a piangere mentre componi il numero della casa dove vivevi con la tua famiglia. Ti ci apposti, vicino a quella casa, anche se il giudice ti ha diffidato dal farlo, ti nascondi dietro un cespuglio e osservi la donna e la bambina che tornano da scuola, le guardi e ti senti morire. Perché la donna non ti rivolgerà mai più la parola, e la bambina non verrà mai più a giocare con i pupazzi e le bambole sulle tue ginocchia. Una non ti chiamerà più “amore”, l’altra non ti chiamerà più “papà”. È finita, le hai perdute, non fai più parte della loro vita e prima o poi ti dimenticheranno come un brutto incidente. A meno che, in una notte come questa, tu non vinca una partita a quindici palle nel bar delle seconde opportunità, e ottenga in premio un sorso dalla bottiglia magica.
A questo punto smetto di parlare, perché la voce mi si spezza. Il Dottore mi dà una pacca sopra una spalla e si accende un’altra paglia, scuote la testa e dice che ho fatto una stronzata grossa quasi quanto la sua. Vada come vada, mormora sbuffando una nuvola grigia che disegna un serpente sopra le nostre teste, domani mattina uno di noi due sarà un uomo nuovo.

Mancano due minuti a mezzanotte quando il barista riemerge dalla porticina segreta. Prende una bottiglia dallo scaffale dei liquori, ce la poggia davanti e ci scruta come fossimo scarafaggi sbucati dal sifone di un cesso. Noi guardiamo dentro la bottiglia, ci premiamo contro il naso e strabuzziamo gli occhi per mettere a fuoco quello che c’è oltre il vetro. Io vedo una famiglia felice, padre, madre e figlia sul divano che ridono e si tirano i popcorn. Il Dottore, c’è da scommetterlo, vede un chirurgo che stringe la mano a un ragazzo dicendogli che ha fatto solo il suo lavoro. Funziona, la bottiglia funziona! C’è davvero l’elisir per tornare indietro, là dentro, e se anche avesse il sapore dello sperma di ratto non esiste altro drink al mondo che vogliamo bere.
Il barista schiocca le labbra, si toglie qualcosa dai denti e ci spiega una cosa importante: se per caso proviamo a fare fuori lui, nel corso della partita, il liquido perde ogni potere. È la sua assicurazione sulla vita, perché sa che tra qualche minuto, quando sanguineremo come pecore al mattatoio, sarà contro di lui che si rivolgerà il nostro odio. Per tutta risposta io e il Dottore ci alziamo, prendiamo le stecche e andiamo al tavolo. Lui ci viene dietro e chiude la porta d’ingresso con una grossa chiave. «Vinca il migliore», mormora staccando la mannaia dalla parete, e per la prima volta scorgo qualcosa di luccicante al centro delle sue orbite senza fondo.

Tiriamo in aria una moneta per decidere a chi tocca iniziare, esce testa e vinco io. Prendo il gessetto e lo sfrego sull’estremità della mia stecca, poi mi chino sul panno verde preparandomi al colpo che aprirà la partita. Sento lo sguardo del barista perforarmi la nuca, e più bruciante del suo quello del Dottore, che si sta chiedendo che tipo di giocatore sono. Ci siamo scambiati le confidenze e raccontati le nostre storie, ma abbiamo evitato accuratamente di discutere di sponde, traiettorie ed effetti. Ognuno dei due spera che l’altro sia un novellino, un disperato alle prime armi arrivato lì per giocarsi il tutto per tutto, ma ci sbagliamo entrambi. Ci sbagliamo di grosso, e di lì a poco la cosa diventerà evidente.
Colpisco la palla bianca e la mando a impattare contro quella gialla con il numero uno, il triangolo multicolore si divide in atomi sferici che schizzano da tutte le parti. La nove tocca l’angolo di una buca e rimbalza indietro, la tredici e la sette bisticciano, la quattro prende un paio di sponde e si ferma a due centimetri dal bersaglio. Primo tiro, zero punti. Non mi capitava da anni.
Tocca al Dottore. È un buon giocatore, lo capisco da come impugna la stecca e la fa scorrere lungo le dita. Scocca un colpo secco, dritto per dritto, e manda in buca la biglia numero uno lungo una diagonale perfetta. Un tiro facile, nulla di che. Peccato che mi costerà un dito.
Il barista consegna la mannaia al Dottore e mi chiede a cosa voglio rinunciare. Appoggio il mignolo sulla sponda del tavolo e chiudo gli occhi, dico al mio avversario di fare in fretta. Aspetto per lunghissimi istanti che il dolore esploda dentro di me con la violenza di una supernova, ma non succede niente. Poi, proprio quando comincio a pensare che il Dottore voglia tirarsi indietro, sento l’acciaio che impatta sul legno e urlo con quanto fiato ho in gola. Per un attimo sono cieco, sopraffatto dal dolore, poi riacquisto la vista e scorgo il mio mignolo sul pavimento, simile a un grosso verme. Il barista lo raccoglie, va dietro il bancone, prende un barattolo con su scritto DITA e lo apre. È questo che fa, penso mentre mi arrotolo uno straccio attorno alla mano per arginare il sangue. Colleziona trofei.
Il Dottore deve tirare di nuovo. La due è nascosta da ben tre biglie, ma lui non sembra preoccuparsene. Studia bene le linee d’aria e gli spazi, senza fretta, poi si china e sfodera una sponda a quarantacinque gradi con effetto ritornato che mi lascia a bocca aperta. Non solo la palla è andata in buca, ma la biglia bianca si è posizionata in un punto perfetto per togliere di mezzo anche la tre. Dico addio anche all’altro mignolo, ma questa volta non do al barista la soddisfazione di sentirmi urlare. Ghignando in mezzo alla barba di fuoco, si offre di suturarmi la ferita con la fiamma del suo accendino. Rifiuto. Non c’è nulla che voglia da lui, a parte un sorso di quella fottuta bottiglia piena di roba verde.
Il terzo tiro del Dottore è quasi più facile del primo, e lo vedo scusarsi con gli occhi mentre la palla scompare in buca. Non ho più dita da dare in beneficenza, anche perché prima o poi dovrò usarle per tirare, così opto per l’orecchio sinistro. Il Dottore solleva la mannaia sopra la testa, prende bene la mira e mi separa da un altro piccolo pezzetto di me. L’orecchio cade sul pavimento, e io lo seguo quasi all’istante.

Riprendo conoscenza quaranta minuti dopo. Sono adagiato su un tavolino, ho dolori dappertutto e non ci sento per niente bene. Con mia grande sorpresa scopro che il barista mi ha fasciato le ferite, non esce più sangue da nessuna delle mutilazioni. Deve anche avermele cauterizzate per bene. Da qualche parte, anche se non la vedo, deve esserci una fiamma ossidrica di quelle che usano i saldatori. Non vuole che il gioco finisca presto, il bastardo. Ha parecchi vasetti da riempire.
Mentre mi rialzo gli chiedo cosa diavolo ne farà del mio orecchio. Sorridendo, indica un cucinino accatastato in un angolo e una padella. Ecco svelato il mistero, penso scuotendo la testa. Non ci voleva molto a immaginarlo.
Il Dottore sbaglia il quarto colpo di pochi millimetri, e mentre la quattro rimbalza contro l’angolo della buca vedo la paura tracciare una nuova ruga sulla sua fronte. Lentamente, mi porto dietro la palla bianca e la punto con l’apice della stecca, guardo la numero quattro e prendo la mira. Accarezzo appena la neutra, per un tiro strisciato che da quella posizione avrò provato un milione di volte, e infilo un four balls straight: quattro,sei, dieci e undici vanno in buca una dopo l’altra, in un colpo solo, incatenate da un gioco di ribattute così perfetto che quasi mi metto a saltare di gioia. Il Dottore mi offre la sinistra e mi lascia scegliere quale dito staccargli, ma il barista interviene. Quattro in un colpo non valgono un misero dito, dice. Quattro in un colpo valgono almeno tutta la mano.
Non riesco a odiare il Dottore, neppure dopo ciò che mi ha fatto. Lo guardo sudare e tormentarsi le mani e non sono capace di distillare una sola goccia di soddisfazione al pensiero di quello che sta per accadere, per quanto mi sforzi provo per lui solo una grande pena. È un poveraccio come me, un fallito, la sua faccia potrebbe essere la mia foto sulla carta d’identità tra qualche anno. Eppure, devo fare quello che va fatto, perché io ci tengo a quella donna e a quella bambina. Le rivoglio, ho bisogno di loro, non posso concepire l’idea di andare avanti senza. Ho già la mannaia in pugno, e non mi tirerò indietro.
Il Dottore sa che senza una mano non sarà in grado di giocare, e per questo si è chinato e sta slacciandosi una scarpa. Poggia il piede sul bordo del tavolo, tremando, chiede al barista se dalla caviglia in giù va bene. Il barista annuisce.
Il primo colpo che vibro è troppo debole, e la lama resta conficcata nell’osso senza staccarlo. Il Dottore caccia un urlo che mi trapassa il cervello e comincia a ballare sulla gamba che poggia a terra, il barista gli scivola alle spalle e lo tiene fermo. Sollevo di nuovo la mannaia, trattenendo i conati, e questa volta colpisco così forte che le schegge di legno volano da tutte le parti e il piede schizza sul panno verde disegnando una scia scura. Il dottore stramazza a terra, ma non sviene. A denti stretti chiede un bendaggio, lo ottiene, se lo avvolge da solo attorno al moncherino e ci fa un nodo. Non è sufficiente ad arginare il sangue, ed ecco che il barista interviene con la fiamma ossidrica facendola comparire da sotto il tavolo. Distolgo lo sguardo mentre il fuoco accarezza la carne, vorrei essere mille miglia lontano e non sentire la puzza di bruciato che si spande nell’aria intossicandomi gola e polmoni. Il Dottore non urla, non emette neppure un gemito. Si tira su a fatica, aggrappandosi al tavolo dove la partita deve continuare. Mi scopro ad ammirarlo.

È passata mezz’ora, e sul panno rimangono solo la biglia bianca e la quindici. Ho imbucato anche la sette, la otto e la nove, il Dottore ha fatto fuori la cinque, la dodici, la tredici e la quattordici. Cinquanta a quarantasei per lui. Ci giochiamo tutto sull’ultima palla, nella roulette della tripla sponda.
Ormai sono più i pezzi mancanti che quelli che ci restano attaccati. Ho detto addio anche all’altro orecchio, a entrambi i diti medi e all’anulare della destra. L’altro, dove tengo la fede, è ancora al suo posto. Il Dottore, che spera di tornare a operare, non ha voluto che gli toccassi le mani. Si è fatto tagliare anche lui le orecchie, poi l’alluce del piede superstite. Infine il naso.
Barcolliamo attorno al tavolo mezzi morti, pallidi, le bende non riescono più a trattenere le emorragie e siamo rossi dappertutto, coliamo senza riposo. Il barista ci viene dietro come uno sciacallo, sistemandoci sotto bacinelle e bicchieri dove il sangue si raccoglie e ristagna. Deve avere una bella riserva, in frigorifero, per annaffiarsi la gola durante le sue grigliate.
Il Dottore tira per primo, annunciando una quadrupla sponda effettata con palla in buca centrale. A metà del movimento di tiro sposta troppo il peso sul piede fantasma e crolla di lato, la stecca sfila a vuoto e squarcia il panno per parecchi centimetri. Il barista grugnisce di disappunto, gli molla un calcio nel fianco e lo tira su per il bavero della giacca. Lo sbatte sul tavolo come un sacco vuoto, a faccia in giù, gli grida che se non ce la fa più è meglio che si ritiri. È troppo, al diavolo tutto, ne ho abbastanza delle angherie di questo figlio di puttana. È vero, siamo noi che abbiamo deciso di sottostare alle sue regole, ma è anche vero che una cosa preziosa come il tempo non può appartenere a un degenerato come lui. Bisogna che questa storia finisca.
Tocca a me tirare. Dichiaro una tripla sponda semplice con palla in buca d’angolo, la menzogna mi sguscia fuori di bocca così naturale che quasi ci credo anch’io. Mi piego in avanti e lascio scorrere un paio di volte la stecca contro le dita superstiti, butto un occhio al barista e al Dottore che non sospettano nulla. Poi tiro, colpisco la quindici con tutta la forza che mi resta, ma non miro alla sponda. È un colpo saltato alla base della biglia quello che effettuo, il più potente e preciso che mi sia mai riuscito. La palla schizza via dal tavolo come un proiettile, vola per quattro metri verso il bancone e centra in pieno la bottiglia di liquido magico frantumandola in cinquanta pezzi. Il Dottore spalanca la bocca, esterrefatto, il barista urla e si precipita verso il disastro tentando di raccogliere con le mani il prezioso nettare. Ma è troppo tardi, è sparso dappertutto, il pavimento lo beve e per incanto torna lucido e liscio come doveva essere anni fa. Ho fatto quello che dovevo fare, e non m’importa delle conseguenze. Non ci sarà più nessuno che si farà fare a pezzi per quella roba, offrendo cibo e intrattenimento gratis a uno sporco cannibale. La faccenda è chiusa.

Il barista adesso sembra davvero un grizzly inferocito. Mi viene addosso con la violenza di un caterpillar, mi travolge e mi schiaccia sul pavimento con tutto il suo peso. Mentre tenta di strangolarmi gli vedo finalmente bene gli occhi: sono piccoli, porcini, oblò nascosti da cui si affaccia una mente malata. Mi ammazza, è troppo forte per me. Se è vero che l’immagine dell’assassino resta intrappolata nelle pupille della vittima, la sua faccia schifosa si stamperà per sempre dietro la mia retina come il negativo di una fotografia.
Sta per spaccarmi la carotide quando sento la stretta delle sue mani allentarsi, lo vedo corrugare la fronte e torcere le labbra in un’espressione di stupore ebete. Scuote la testa, si rimette in piedi senza badare più a me, fa qualche passo all’indietro e strabuzza gli occhi vomitando una cascata di sangue. Stramazza faccia in giù sul pavimento, facendolo tremare, e solo allora vedo la mannaia piantata fino al manico tra le sue scapole. Dietro di lui, furioso ed esausto, c’è il Dottore, giustiziere senza naso abbarbicato alla stecca che gli fa da stampella. Devo a lui la vita, questa vita di cui ero stanco prima di entrare qui e che adesso, pur mutilato e distrutto, mi sembra un dono del cielo. Tendo una mano, o ciò che resta di essa; il Dottore la afferra e mi aiuta a rimettermi in piedi. Ce ne andiamo appoggiandoci l’uno all’altro, senza parlare, uniti da quel tipo di amicizia che nasce solo dopo essere scampati a una catastrofe. Anche se nessuno dei due lo dice, sappiamo di essere due uomini migliori.

Non prendiamo le auto, camminiamo nella notte fumando le nostre ultime sigarette. Dopo un bel pezzo di strada ci sediamo sotto la pensilina di un bus, e lì chiedo al Dottore cosa intende fare da domattina in poi. Ci pensa un po’ su, guardando dritto davanti a sé, poi comincia a parlarmi di una clinica statale dove alcuni medici volontari si occupano dei barboni e degli immigrati senza permesso di soggiorno. Niente stipendio, niente onori, solo duro lavoro con pochi mezzi e qualche sorriso sdentato a ringraziamento della tua fatica. Prima di stanotte, dice il Dottore, non aveva mai considerato l’ipotesi di farsi assumere lì. Adesso, chissà perché, quella prospettiva non gli sembra poi tanto male. È un po’ come tornare indietro nel tempo, dice, quando era agli inizi e gli importava solo salvare la vita delle persone. Sono le ultime parole che gli sento pronunciare, perché un attimo dopo si alza e si avvia lungo il marciapiede, zoppicando mentre la stecca fa tac-tac sull’asfalto liscio. Non lo vedrò mai più, anche se è il mio migliore amico.

Un’ora dopo, l’alba mi sorprende mentre passo davanti a una villetta che una volta conoscevo bene. Il prato inglese non è più tanto ben tenuto da quando non sono io a passarci la falciatrice, ma la fontanella e l’altalena sono proprio uguali a come le ricordavo. La cassetta della posta accanto al cancelletto dice FAMIGLIA M., anche se una famiglia là dentro non c’è più da tanto tempo. Sento le lacrime risalire dal profondo della mia gola, e prima di accorgermene sto piangendo.
Poi, quando sto per andarmene, le vedo. Sono dietro la finestra, un po’ insonnolite, e mi guardano con gli occhi sgranati. La donna è bella come la ricordavo, occhi enormi nel volto pallido, la bambina è cresciuta e ha i capelli più lunghi dell’ultima volta in cui l’ho vista. Restiamo così per un minuto eterno, separati da quel vetro e da quel giardino e dal tanto dolore che io ho causato, ci fissiamo immobili come statue. Alzo una mano monca e accenno un saluto; sto già per riabbassarla sconfitto quando loro scompaiono dalla finestra e dalla mia visuale. Muovo un passo lungo la strada, affranto, ma sento il click della porta che si apre e mi blocco. Sono sull’uscio adesso, continuano a guardarmi confuse e muovono anche loro le mani. Mi fanno cenno di entrare. Non ho parole per descrivere quello che provo mentre percorro il vialetto di ghiaia, so solo che non sento più il dolore e non riesco a trattenere le lacrime. Questo momento, questo premio che mi sono guadagnato nel bar, vale molto più che prendere un sorso dalla bottiglia magica e fare finta che non sia successo niente. Perché ora, e solo ora, so di essermelo meritato.
Cado in ginocchio appena entrato nell’atrio, chiedendo scusa e aggrappandomi ai piedi delle mie ragazze, le tiro a me come se avessi paura di vedermele sparire da sotto il naso. Una mano mi accarezza i capelli, una voce spezzata mi sussurra qualcosa contro un orecchio che non ho più, due piccole braccia mi si stringono attorno al collo e un’altra voce vuole sapere cos’è successo al suo papà. Non dico niente, non ne ho la forza, mi limito a singhiozzare ringraziando il destino per avermi condotto fin qui alla fine di questa nottata. La porta di casa mia si richiude, ritrovo gli oggetti cari mentre nell’aria si spande l’odore del caffè appena fatto. È un po’ come tornare indietro nel tempo. Anche senza la bottiglia delle seconde opportunità.

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