Libera Interpretazione

La fatica sublime

Stars 1948“I bambini sono capaci, com’è ovvio, di credulità letteraria, qualora l’arte dell’inventore di fiabe sia sufficiente a indurla. Si tratta di uno stato d’animo che è stato definito “volontaria sospensione dell’incredulità”. Ma non mi sembra una valida descrizione di quanto accade in realtà, ed è che l’inventore di fiabe si rivela un felice “subcreatore”, il quale costruisce un Mondo Secondario in cui la mente del fruitore può entrare. All’interno di tale mondo, ciò che egli riferisce “è vero”, nel senso che concorda con le leggi che vi vigono. Di conseguenza vi si crede mentre vi si è, per così dire, dentro. Nel momento in cui l’incredulità si manifesta, l’incantesimo si è rotto; la magia, anzi l’arte, ha fatto fiasco.

(…) Costruire un Mondo Secondario dentro il quale il sole verde risulti credibile, (…) richiederà probabilmente fatica e riflessione, e certamente richiederà una particolare abilità, una sorta di facoltà quasi magica. Pochi si cimentano in compiti così ardui; ma quando li si affronta e li si attua in misura maggiore o minore, si ottiene un risultato artistico senza pari: arte narrativa, insomma, elaborazione di racconti nella forma primaria e più pregnante.”

(da: J.R.R. Tolkien, Albero e Foglia, trad. di F.S. Sardi, ed. Bompiani)

Albero e Foglia è un interessante saggio di Tolkien sulla fiaba. Alcuni concetti presenti nel passo riportato, e in particolare quello di subcreazione, pur riferendosi al genere specifico, possono essere estesi a tutti i generi letterari.

Nell’accingersi a scrivere un racconto, l’autore si fa creatore di un mondo immaginario inserito di fatto all’interno del mondo reale. Anche quando l’ambientazione è realistica, immaginari sono i personaggi, la storia, le relazioni, anche se verosimili. E fin qui penso che tutti siamo d’accordo.

Quello che più vorrei sottolineare di questo passaggio è quella sorta di “patto” fra lettore e scrittore, in cui il lettore si impegna ad accettare il Mondo Secondario, purché l’autore si impegni a renderlo credibile. Per esempio, è necessario che le reazioni psicologiche dei personaggi siamo coerenti con il loro carattere, che gli eventuali tempi di percorrenza delle distanze siano rispettati, e così via. È pur vero che questi fattori, nel caso di un racconto non-sense, umoristico o altro, diventano meno vincolanti: salti spazio-temporali arditi, reazioni inverosimili in altri contesti, e così via, sono bene accetti, la fantasia è libera di inventare i più svariati scenari; il che, a pensarci bene è spesso proprio quello che ci si aspetta da un racconto di quest’ultimo tipo. Il “patto” assume altre caratteristiche ma è sempre presente. Portare il lettore dentro la storia, quale che sia, è il fine.

Credo che quanto più il lavoro dello scrittore sia frutto di onesta fatica, tanto più la sospensione dell’incredulità sarà spontanea e continua, tanto più il lettore si troverà, appunto, dentro la storia.

Questo della fatica richiesta a chi narra è un altro concetto chiave su cui Tolkien riporta l’attenzione. È vero: scrivere è divertimento, è passione, ma è anche ricerca e impegno. Lo scrittore osserva i volti, le reazioni della gente, è un radar sempre in ascolto, carpisce situazioni, spunti. Ciascuno di noi fa questo più o meno inconsciamente. La storia prende forma, e il nodo è tutto qui: renderla viva, credibile, coinvolgente, emozionante per chi legge.

O, per dirla con le parole di Tolkien, diventare subcreatori, inventare un Mondo Secondario, indurre una non forzata sospensione dell’incredulità.

Come ha detto qualcuno, una fatica sublime.

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