Anunnaki 3: Il Mito come Storia, non come storie | Punto Interrogativo n. 19

di Daniele Bonfanti
 

Bene.
Ci eravamo lasciati in Mesopotamia, in un brutto, brutto momento per i Sumeri.
Oggi iniziamo la riflessione, partendo con l'introduzione di un concetto basilare:

Il Mito come Storia, e non come "storie"

Quella che abbiamo visto nelle due puntate precedenti è, per sommi capi e in modo alquanto grossolano, la ricostruzione di Zecharia Sitchin, uno di quegli studiosi che – con tAnunnaki: Zecharia Sitchinutti i suoi difetti, primo fra tutti l’eccesso di assiomaticità – davvero è capace con le sue esplosive e brillanti teorie di mettere il peperoncino sulla parola “Archeologia”. Un vero sconvolgimento della nostra concezione della Preistoria e della Storia antica, non c’è che dire, che potrebbe sembrare la trama di una grande saga di Fantascienza. In effetti, i libri di Sitchin possono benissimo anche essere letti come romanzi, tanto sono avvincenti e ricchi di risvolti intriganti. Ma, secondo lo studioso, decine di autori suoi sostenitori, e milioni di suoi lettori, le cose sono andate proprio così.
Esistono molte varianti – e tantissime devianze poco serie – proposte da altri studiosi e promotori dell’ipotesi degli Antichi Astronauti. Ma il canovaccio è questo, e i concetti fondamentali, al di là dei dettagli, restano invariati.
Possiamo dividere, per meglio comprendere, le teorie di Sitchin in due tronconi: il primo possiamo chiamarlo “cosmogonico”, sulla creazione della Terra da Tiamat. Il secondo, quello delle “cronache della Terra”, ovvero da 450.000 anni fa in poi: la colonizzazione da parte degli Anunnaki del nostro pianeta. Possiamo vederle come due diverse teorie, nella sostanza, perché pur con punti e basi di contatto sono piuttosto indipendenti: niente vieta di pensare che Sitchin, per esempio, abbia torto riguardo la cosmogonia, ma invece ragione per quanto riguarda buona parte delle imprese degli Anunnaki sulla Terra – semplicemente, magari non venivano da Nibiru. E viceversa.
Ma su cosa si basano teorie così complesse e, per lo meno all’apparenza, bizzarre?
AAnunnaki: pergamene del Rig Vedabbastanza semplice a dirsi: sull’interpretazione che Sitchin fa della mitologia sumera in primis, e di altri antichi testi tra cui testimonianze egiziane, Veda indiani, miti greci, e libri sacri dell’Ebraismo. Il tutto corroborato da indizi archeologici e scientifici di varia natura (dalla Genetica all’Astronomia; non si può dire che il russo non sia un uomo di vasta cultura).
Presupposto fondamentale: il modus operandi di Sitchin prevede una lettura letterale delle fonti. Se quindi su un testo sta scritto che Tizio ha vissuto 1000 anni, allora significa che Tizio ha vissuto 1000 anni, e non “a lungo”. Se si parla di una guerra combattuta tra le nuvole, da navi di fuoco che gettano fulmini, questo non è una favola, né metafora di una guerra molto intensa, ma significa che questi ragazzi volavano su mezzi volanti che se le davano di santa ragione sparandosi addosso scariche elettriche a voltaggio altissimo.
Quindi, in sostanza: il mito non sono “storie”, ma diviene Storia.

E gli antichi popoli dicono, praticamente tutti, una cosa ben precisa: “Abbiamo ricevuto le nostre conoscenze scientifiche e tecnologiche da esseri venuti dal cielo, che ci hanno insegnato”. Attenzione, perché in queste cronache non si parla di “dèi”, questa è una definizione successiva, dovuta ai Greci e poi alla prima interpretazione della mitologia sumera: si parla in maniera piuttosto esplicita – e qui è difficile contestare – di qualcosa di molto simile a persone in carne e ossa. E più che di “magia”, Anunnaki: nave volante di Sitchinè lecito vedere trasparire una loro notevole conoscenza “tecnologica”; se questo, spiega lo stesso Sitchin, poteva sfuggire agli archeologi del secolo scorso, dovrebbe apparire lampante agli uomini della nostra epoca, capaci di riconoscere aeroplani, armi sofisticate, astronavi, tute spaziali et cetera. Immaginiamo che la nostra civiltà si estingua, e che dopo migliaia d’anni le nostre tracce vengano trovate da una civiltà nuova, e meno evoluta: leggendo le nostre cronache di macchine che si muovono da sole e armi di distruzione di massa non penserebbero forse che si tratti di “miti”? Non dimentichiamo che “Qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia” (Arthur C. Clarke).
Anunnaki: InannaE riflettiamo su un altro elemento: quando le antiche cronache parlano di queste vicende, sono molto, molto precise e concordanti riguardo le date e in generale la cronologia degli eventi – caratteristica che difficilmente si sposa con una dimensione mitica, e quindi per sua natura a-temporale, e invece fondante per una dimensione storica.
Ora, la domanda è: perché i Sumeri, e così gli altri popoli, avrebbero dovuto raccontare “frottole”? Perché dire che hanno ricevuto la conoscenza da queste genti, se così non è? A che pro?
Un’ultima importante considerazione: spesso, nella nostra lettura degli antichi documenti, è lo studioso moderno a stabilire dove si ferma la Storia e dove inizia il mito. E questo confine viene quasi sempre stabilito in maniera del tutto arbitraria, sulla base di cosa noi riteniamo possibile e impossibile, e non sulla base di cosa sia possibile o meno – cosa che in alcun modo possiamo sapere. Troia è stata ritenuta mito per secoli, e così Sodoma e Gomorra, e si potrebbe andare avanti molto a lungo; procediamo, dunque, tenendo bene in mente questi concetti.

Anunnaki: tavolette cuneiformiInterpretazione letterale, dicevamo, ma con un’importante differenza (in certo senso dissonanza metodologica) per quanto riguarda la parte cosmogonica – che anche per questa ragione ho voluto sottolineare essere indipendente: Sitchin si basa sull’Enuma Elish, il poema della Creazione dei Babilonesi. Ma in questo caso lo legge in chiave allegorica (comunque non mitologica, ovvero ritiene si tratti comunque di fatti accaduti, ma narrati attraverso simboli): là dove si parla di battaglie di dèi, Sitchin legge nomi e caratteristiche di pianeti e satelliti in collisione – trovando molte corrispondenze; per esempio, i colori dei pianeti.

Sitchin procede per il resto a una lettura comparata di fonti storiche e mitiche provenienti da diverse aree geografiche, cercando – e trovando spesso – conferme.
Va detto, e lo diciamo immediatamente, che in molti casi si tratta della personale traduzione di Sitchin delle antiche tavole. I detrattori – che nel 90% dei casi, anche questo va detto per par condicio, non hanno mai preso in mano un libro di Sitchin e questo risulta evidente leggendoli – direbbero che si tratta sempre delle sue traduzioni, e questo è falso. Sitchin infatti compie un lavoro filologico monumentale, e analizza tutte le traduzioni disponibili, integrandole con le proprie. Queste, èAnunnaki: tavoletta ms2855 vero, non sempre sono corrispondenti con la traduzione “ufficiale”, e a volte vanno in contrasto – è stato argomentato – anche con gli stessi dizionari mesopotamici. E si basano su alcuni presupposti fondamentali propri dello studioso russo, che a loro volta non sono condivisi dalla maggior parte degli esperti. In primis la conoscenza dei Sumeri del “dodicesimo pianeta”, che – Enuma Elish a parte – viene dedotta da Sitchin a partire da una tavola d’argilla: la famosa VA 243.
Di cui parleremo, più avanti.
La teoria di Sitchin, pur con alcune innegabili forzature e debolezze, resta tuttavia un quadro coerente e un’ipotesi da prendere seriamente in considerazione per quanto riguarda le nostre origini. È improbabile che le cose siano andate esattamente come racconta lo studioso, ma questo non significa che non possa esserci del vero – e dopotutto anche nelle teorie accademiche le lacune e gli errori emergono ogni giorno, senza che esse decadano in toto.

Ci aggiorniamo presto: ci sposteremo dall'espressione ai contenuti, stavolta, buttandoci tra le tavolette d'argilla. Nell'attesa, potete portarvi avanti e studiare un po' di cuneiforme, no?


Se volete fare quattro chiacchiere mi trovate come al solito anche nell'area di Punto Interrogativo sul Forum di Edizioni XII.


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