Lifend – DeviHate

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la cover di DeviHateRiesco finalmente a scrivere queste poche righe a proposito di DeviHate, ultimo album dei Lifend, che avemmo modo di conoscere di persona – e con grande piacere – in occasione della festa di XII e LTN dell’anno scorso a Milano.
Ieri, di ritorno da un viaggetto, ho avuto modo di riascoltarlo e mi sono persuaso che oggi avrei trovato il tempo a ogni costo per parlare di questo album tanto meritevole.

DeviHate
– prodotto da Aural / Wormhole e commercializzato in tutto il mondo, quindi lo trovate dove vi pare – risulta difficilmente etichettabile all’interno del calderone metal. Il gruppo parla di “post-death”, e sicuramente è una definizione appropriata, ma come qualunque altra definizione suona limitativa per parlare di una formazione capace di sommare con intelligenza contaminazioni e suoni, pur senza ricadere in una perdita di identità o nella schizofrenia. Tutt’altro, il suono dei Lifend risulta solido, riconoscibile, maturo e personale.
Questo è quanto più positivamente colpisce di questo full-length: siamo distanti da uno sperimentalismo fine a se stesso, e si avverte con certezza che lo sperimentalismo c’è stato, e tanto, per arrivare a un album in cui lo scopo è presentare il risultato di questi esperimenti e di questa lunga ricerca. (Perché spesso ce lo si dimentica, ma gli esperimenti sono un mezzo, e non un fine, e servono a raggiungere risultati intellegibili).
Quindi abbiamo un suono e delle strutture estremamente curati, che non sono a tutti i costi nuovi o originali, ma innestano su meccanismi del tutto classici altre costruzioni comunque classiche ma interpretate e filtrate attraverso la sensibilità della band, e infine sovrastrutture peculiari; il tutto, come dicevo, all’insegna di una musica caratterizzata da quella cosa che il 99% delle formazioni metal non hanno – tanto spesso magari credono di avere, mettendo in mostra un originalismo fittizio, casuale e forzato – o sarebbero disposte a vendere le proprie madri pur di avere: uno stile.
E questo gruppo l’ha capito che questo non significa "complicare le cose semplici", e ha capito che a volte le cose semplici sono quelle più efficaci, e più difficili da realizzare. Così come ha compreso che anche le architetture più elaborate, che loro non temono di percorrere quando occorre, non devono che essere la somma di elementi semplici, altrimenti il crollo è rovinoso.

DeviHate suona sicuro, cattivo, diretto, aggressivo – e questo lo dichiara da subito con l’eccellente Purify Me in apertura, che non ha nulla di originale, ma signori, quanto spacca? – con la doppia cassa da guerra di Matteo e un’attitudine di base che può far pensare a degli Opeth vecchio stile, ma più core; passa a costruire cubicoli piombigni da corde compresse alla Meshuggah, ma più quadrati; indulge a sprazzi malinconici, pastosi, dove la voce di Alberto regala versi in clean con un timbro bello, languido e particolare che ricorda Burton C Bell

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e non manca a tratti proprio la cattiveria meccanica e spietata di una vena industrial; si combina con inserti di violini e synth eleganti e mai gratuiti o banali.
Le chitarre si intrecciano fredde e swedish con il basso preciso, viaggiano veloci e sicure quando c’è da farlo, ma non mancano momenti puliti o suoni ricercati. La voce di Alberto è lacerante e sicura sullo screaming, non ha davvero nulla da invidiare ai migliori interpreti internazionali del genere, tanto che le parole restano distinguibili – e questa cosa io la apprezzo, ma tanto-tanto, anche perché i testi dei Lifend sono tutt’altro che banali. Sono poetici e tetri, rabbiosi e rassegnati, senza mai essere ingenui come spesso capita quando si vuole essere cupi. Un po’ meno incisiva nei più rari passaggi in growl, dove in effetti suona più come uno “scream basso” e manca di quella pienezza gorgogliante che faccia vibrare i sub – ma intendiamoci, sto facendo il pignolo, resta di elevata qualità. Le linee vocali sono sempre azzeccate, installate con esatta precisione sulla musica, e i momenti clean riservano melodie molto interessanti. Sono anche rese varie dalla presenza di cantanti ospiti da altre band. E peccato che non sia più generalizzato l’inserimento di qualche verso semi-spoken in italiano, perché dove ciò accade risultano assai ipnotici.
Se debbo cercare un difettuccio, i 40 minuti di lunghezza del disco – per quanto non siano pochi per il genere – lasciano proprio con la voglia di almeno un altro pezzo.
Per concludere, la produzione è impeccabile, e l’artwork è splendido – ma visto chi se n’è occupato questo risulta abbastanza scontato.

Insomma: gruppo italiano, album di qualità, ottima produzione e metal maturo.
Che state aspettando a comprarlo? Se non sosteniamo questi gruppi, allora diciamo  pure addio al buon metal nostrano.

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