Libera Interpretazione

Arte effimera

Madonnari“Ci porta in una veranda sul retro della casa, il tappeto erboso viene interrotto da una piattaforma di lava lisciata, perfettamente dritta, sulla quale stanno disegnando un enorme dipinto usando gessi colorati, che sfumano con i loro polpastrelli. Sono a metà dell’opera e già è possibile intravedere il soggetto, una mescolanza di oggetti e figure umane secondo lo stile surrealista tornato di moda da qualche anno.
[…]
– Arte effimera – commento. – Al termine di questo giorno periodico* non resterà che polvere colorata e l’opera d’arte sarà scomparsa.
– Così dev’essere, signor Beltrami. Tutto ciò che è bello è anche breve. L’arte ci deve ricordare la precarietà della vita.”

Clelia Farris “Rupes Recta” DelosBooks, 2005

*n.d.r.: Si tratta di un romanzo fantascientifico ambientato sulla Luna.

Il mecenate Osugi-san, in “Rupes Recta”, sostiene che l’arte – e in generale tutto ciò che è bello – debba avere vita breve.
In effetti spesso, quando ci si trova in circostanze piacevoli, si ha l’impressione che queste durino troppo poco. Un incontro con la morosa che vive lontana, una finale sportiva (meglio se vincente!) o un gdr tra amici, sono solo alcuni degli esempi che potrei fare di quei momenti che molte volte vorremmo prolungare all’infinito.
Ma è proprio vero che questo vale anche per l’arte?
I disegni dei madonnari, artisti di strada che utilizzano gessi colorati per creare dipinti spesso di alto livello, rappresentano la forma d’arte dalla vita breve per eccellenza. Basta una pioggia, o il passaggio di pedoni sul marciapiedi adornato e poi abbandonato, per rovinarle senza rimedio. Così pure chi offre il proprio corpo come “tela” per un bodypainting è destinato a veder scomparire l’insolita creazione in tempi brevi. Di tali opere rimangono solo ricordi ed eventuali fotografie, ben lungi purtroppo dal trasmettere la magia del lavoro originale.
Parente stretto della pittura su pelle, eppure sostanzialmente diverso, è il tatuaggio: marchio indelebile che tuttavia muta nel tempo, in relazione alla caducità del vigore del corpo che lo ospita.
Anche uno spettacolo – che sia un balletto, una commedia, un concerto… – ha una durata limitata. Certo, si può ripetere più volte soprattutto se fa parte di una tournée, ma non sarà mai identico. Né per gli artisti sul palco – altrimenti sarebbero macchine, non esseri umani. E, a dirla tutta, nemmeno le macchine sono così precise – né tanto meno per il pubblico, che prova emozioni diverse a ogni esibizione.
La lettura di un libro, la visione di un film, l’ascolto di un cd, sono tutte esperienze piacevoli e di breve durata. In questo caso è solo il pubblico, o il singolo individuo che beneficia dell’opera, a renderla diversa con le proprie suggestioni.
Un quadro o una scultura sono immoti e immutabili, almeno finché il tempo e gli eventi non ne intaccano la perfezione o un incidente non li distrugge. Ma possiamo ancora fare il medesimo discorso delle emozioni suscitate in coloro che contemplano il capolavoro, oppure il fascino che ne scaturisce è da attribuire alla creazione dell’opera stessa, al breve periodo in cui essa è vergine, non ancora intaccata da agenti atmosferici e da mano che non sia del suo creatore?
E così torniamo alla domanda di origine: è dunque vero che ciò che è bello (l’arte) è pure breve?
Se così fosse, si andrebbe a sfatare il mito della vita eterna che da sempre le fatiche artistiche regalano ai propri creatori!
Dunque, immortalità ricercata per lenire l’angoscia dell’ineluttabile o brevità per giungere a una forma di pace interiore?
A voi la parola.

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