Accadde a Montichiari: Simona Cremonini contro il Troll

logo galeterL’obiettivo è il Galetér, caffè letterario e artistico di Montichiari (vicino a Brescia) dove si terrà un incontro con Simona Cremonini, telanerina autrice di un saggio su folclore, leggende, mitologia del Lago di Garda (ancora inedito).

Sono in auto con Alessio Valsecchi. Anche lui dispone – scopro – di un senso dell’orientamento atavico, per cui giungiamo in loco addirittura in anticipo e con una precisione logistica imbarazzante.

Simone Corà, invece, non ne dispone. La sua venuta è infatti rocambolesca, ma ci vorrebbero pagine e pagine per narrarne, e poi non si può parlare troppo di un individuo simile. Stendiamo il classico velo pietoso e procediamo.

Simona è già in fase aperitivo, così come Andrea Garbin, altro amico della Tela e direttore artistico del locale. Ci raggiunge anche Umberto Maggesi e la delegazione della Tela Nera è al completo.

Dopo che Alessio ha dato sfoggio del suo savoir faire con la graziosa barista, e ha cominciato a nutrirsi sottraendo mezza piadina a Simona e ingurgitando aperitivi a gogò e stuzzichini, l’evento si apre.

Scendiamo nel locale sotterraneo – davvero un ambiente molto bello, dovremo proprio andare a combinare qualcosa di dodicino da quelle parti, presto – dove Simona è accompagnata da un tastierista e un bassista, e prende a raccontarci del suo libro.

Ora, è necessario sapere che in sala è presente un Editore (sì, di quelli con la E maiuscola, mica come me che ce l’ho minuscola). Costui aveva abbordato Andrea Garbin qualce giorno prima, quando Andrea si trovava nel locale per sistemare gli ultimi dettagli per l’evento, e – dopo essersi qualificato come Editore – si era detto interessato a partecipare in quanto interessato alle tematiche affrontate. Infatti, con la sua Casa Editrice (verrebbe quasi da dire CAsa EDitrice) montichiarina, si è già dato in passato a pubblicazioni riguardanti la storia del territorio del Garda. Essendo il libro di Simona ancora inedito, capirete che il contatto poteva essere proficuo.

Adesso che sapete questa cosa posso proseguire. Piazzate nella vostra immagine mentale della scena L’Editore in prima fila, solitario davanti a tutti, a ridotta distanza dal palco, seduto sull’attenti (se ciò è possibile), sguardo fisso, un libro – ogni vero Editore ha sempre un libro con sé, ovunque vada, è un po’ come il distintivo FBI nei film americani – poggiato davanti a sé sul tavolo, sul quale ha posato i suoi occhiali sottili e minacciosi.

Noi invece ci siamo svaccati sui divanetti – sì, c’erano anche i divanetti, che figata – come si confà a gente della nostra risma.

Simona inizia dando qualche informazione “tecnica” sul lago, una delle quali è che esso porta due nomi, come sovente capita ai grandi laghi del nord Italia. Uno dei due è appunto “Garda”, l’altro è il meno noto “Benaco”.

Bénaco. Con l’accento sulla “e”. Così dice Simona.

Non sia mai.

L’EditorE attacca, magno cum vigore, asserendo a gran voce: «Si dice Benàco.»

Il suo tono lascia un momento perplessa Simona, che poi spiega che no, si dice Benaco. Sono dieci anni che svolge ricerche sul territorio per il suo libro.

«Si dice Benàco.» L’Editore è accanito.

Iniziano a levarsi voci di protesta dal fondo della sala, un paio di spettatori – montichiarini – sostengono la Teoria del Bénaco, e intimano all’Editore di far proseguire Simona, la quale, dimostrando il fatto suo, e regalando al pubblico una bella lezione di overkilling elegante, spiega che Dante Alighieri parlò del lago come Benàco (essendo lui non proprio del posto), è vero, e quindi entrò in uso anche quella forma. Ma che la forma corretta è l’altra. Infatti, la gente del territorio lo chiama in quel modo, e il paese di San Felice del Bénaco anche lui si chiama così.

«Si dice Benàco; io conosco gli Storici del Lago di Garda

Segue una discussione del tutto surreale, mi chiedo se per caso non sia parte dello spettacolo, oppure se non si tratti di qualche fenomeno inspiegabile come alcuni di quelli di cui tratta il libro di Simona, e che talvolta accadono sulle sponde del Bénaco. I contendenti sono i signori da fondo sala contro l’EdiTore. I toni, da rissa, o quasi.

Si diffonde, come una nube sulfurea, l’aroma inconfondibile delle faide di paese – quegli odi mai sopiti, di lunga data, che in provincia paiono coltivati da un agricoltore invisibile ma sapiente…

«Si dice Benàco.»

«La smetta, lasci parlare la signorina.»

«Conosco gli Storici.»

«Noi dobbiamo andare tra mezz’ora, a buttare la pasta, ci lascia ascoltare l’autrice? Siamo qui per l’autrice, non per sentire lei.»

«Quelli di San Felice io penso che dovrebbero ben saperlo come si chiama il loro paese, invece non lo sanno.»

«E faccia silenzio!»

Simona, timida, e vagamente sconvolta, tenta di riprendere il controllo della situazione mostrando condiscendenza nei confronti dell’Editore, e con una vena di ironia.  «… Be’, vi stavo dicendo che il nome Bénaco, o Benàco, come preferite, visto che pare ci sia qualcuno che ne sa più di me»

«No, si dice Benàco e basta. Io conosco gli Storici.»

Il fondo della sala controbatte: «E, allora finiamola qui, noi ce ne andiamo se lei continua così. Dobbiamo buttare la pasta.»

Ma l’Editore non accetta: «No, no, me ne vado Io. Si dice Benàco.»

Raccoglie il libro e gli occhiali da Editore, e si dirige verso la porta sostenuto. Uscendo, ci spiega che lui conosce gli Storici.

A quel punto capisco: si trattava di un troll!

Per chi non lo sapesse, il troll è un mostro mitologico specializzato nel portare scompiglio e battaglia senza una precisa ragione. Nel gergo del Web 2.0 vengono chiamati “troll” quegli individui che si iscrivono nelle varie community, balzando dall’una all’altra con l’unica funzione di litigare con tutti, insultando, e causare flames, cioè “risse virtuali”. Senza uno scopo.

Davvero un privilegio, quello di vedere un troll in carne e ossa, quindi: è una cosa rara. E ora so come sono fatti!

Ma tutto si ricollega, se ci pensate: infatti, il libro di Simona tratta di figure mitologiche. La presenza di un troll all’evento era quantomeno doverosa.

Finalmente, si parla del libro. Simona ci racconta fatti strani, ritrovamenti misteriosi, leggende, e ci legge alcuni suoi racconti. Cose intriganti e fascinose, raccolte e narrate con passione tangibile dall’autrice. E ancora una volta mi stupisco della straordinaria vastità del patrimonio dell’immaginario e della realtà nascosta nostrani, che sempre troppo pochi scrittori sfruttano per le loro opere. Ma questo è un discorso diverso, e lungo.

La serata si chiude in bellezza con una pizza (tranne per Alessio, che in questo periodo è molto zen e si getta su un’insalatina di mare), non senza un’ardua ricerca di un ristorante aperto, e essendo in macchina con Simone Corà riusciamo a perderci nonostante le strade siano due. Reo anche l’attraversamento stradale di due ragazze conturbanti, una delle quali sorride al nostro pilota distraendolo non poco dai suoi doveri di guidatore.

Ma anche questa è un’altra storia.

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