Amandla! – estratto dal capitolo 33

Direttamente dalle pagine di Amandla! di Marco Pagani, un estratto colmo di pathos e suspense:


Dal capitolo 33

Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte
noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo.
Nella casa vive un uomo che gioca con le serpi
noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto.
Egli grida puntate più a fondo nel cuor della terra e voialtri
cantate e suonate
egli trae dalla cintola il ferro lo brandisce
i suoi occhi sono azzurri
egli gioca con le serpi e sogna la morte.
Paul Celan (Paul Antschel-Teitler), Fuga di morte, 1948

Il buio era pressoché totale; solo una luna smorta e ridotta nel suo tragitto calante disegnava in modo impreciso i contorni degli aceri tupelo e delle mangrovie.
Il terreno era freddo sotto ai piedi nudi. Aveva i piedi nudi, i pantaloni sfrangiati appena sotto le ginocchia e una camicia un po’ sbrindellata. La nera pelle delle braccia e delle gambe era decorata da lunghe cicatrici, visibili anche alla scarsa luce lunare; l’ultimo dito del piede sinistro era stato asportato. Il suo corpo era magro e sentiva le costole sotto la camicia.
Nell’aria odore di umido, di alghe, di funghi; e poi di muschio, di sale, di masse vegetali in fermentazione: senza dubbio era odore di palude.
Rumori di bassa intensità; deboli ronzii di insetti notturni; suoni che denotavano l’ampia presenza dell’acqua tutt’intorno: risucchi, risacche, sciabordii; rumori più lontani di cani e di tamburi. Uno sparo lacerò l’aria tiepida.
Devo fuggire, pensò David, devo fuggire o mi prenderanno, c’era mancato poco quando era sulla piazza, quando si erano presentati incappucciati, con le fruste, le armi, i cani e la corda. Devo trovare una via attraverso le paludi. Devo.
Un pensiero emerse dai neri flutti della sua mente: tutto è finto, solo la morte è vera. Cosa è finto? Tutto. Cosa è vero? La morte.
La consapevolezza venne messa più a fuoco.

Qui è tutto finto. Solo la morte è vera.
Se mi prendono mi uccidono. Se mi trovano mi uccidono. No. Prima mi torturano, mi procurano ogni sorta di dolore e di tormento, mi bruciano, mi evirano, mi vivisezionano, mi tolgono la pelle, mi smontano pezzo per pezzo come un sushi lasciandomi vivo il più a lungo possibile in un’agonia crudele e infinita. Durerà fino a quando il cuore o i polmoni o i vasi sanguigni del mio corpo reale cederanno al dolore. Potrebbe trattarsi di ore, di ore lunghissime, oppure anche di giorni.
No! Non può succedere; non sarà così. Non deve essere così. Non mi prenderanno. Fuggirò.

Le gambe di David iniziarono a correre; si muoveva svelto e leggero tra i tronchi delle mangrovie, affondando appena i piedi nel terreno soffice ed erboso.
No. Non mi avranno.
Dove fuggire? Sugli alberi? Avrebbe potuto essere una buona idea per un’imboscata, ma poi? Lo avrebbero trovato ugualmente. A nuoto nelle paludi? E dove avrebbe potuto approdare? Quella non era una vera palude, ma solo un’arena di caccia, quasi sicuramente un’isola circondata dalle acque; prima di arrivare dove le acque finivano sarebbe stato sicuramente spolpato dagli alligatori, che sarebbero stati comunque più gentili dei suoi cacciatori, perché almeno avrebbero fatto più in fretta.
Fuggire per non essere vinto, fuggire per dignità, fuggire per dimo-strare che, anche se erano cento a uno, per loro non sarebbe stata facile. Fuggire perché forse una via di fuga c’era davvero, Walsa magari la stava preparando in quello stesso momento!
Fuggire. Si stava muovendo dalla parte opposta alla zona in cui aveva sentito i latrati dei cani. I latrati erano aumentati in un crescendo orchestrale ben diretto; anche il rumore dei tamburi era aumentato di intensità.
Fuggire. Si muoveva agile e in fretta come un antilope, anche se il terreno non gli era noto, cercando di rimanere nelle zone di terreno appena un po’ più elevate, per non dover finire in acqua, dove la sua corsa sarebbe stata assai più rallentata e viscosa.
Il terreno però si stava abbassando, inesorabilmente; le zone d’acqua erano sempre più grandi e iniziava spesso a finirci dentro con un rumore che gli pareva uno splash enorme e che avrebbe subito messo sulle sue tracce l’udito sensibilissimo dei cani da caccia. L’acqua gli arrivava ormai ai polpacci e i piedi affondavano nel fango viscido e len-tamente cedevole del fondo. Ogni tanto riusciva a saltare da una radice di mangrovia a un’altra, oppure trovava una zolla asciutta, ma si trattava sempre di felici eccezioni.
Devo salire su un albero e capire dove mi trovo e dove posso andare, pensò. Detto, fatto. Un acero lì vicino aveva rami contorti a bassa quota, l’ideale per salire senza problemi. Guadagnò rapidamente altezza e in breve si trovò ad almeno una decina di metri dal terreno.
Dalla parte della luna c’era il mare, o una laguna, che rifletteva in modo sfuocato e sporco la sua luce. Dalla parte opposta, quella da cui venivano i rumori, la linea della terra si perdeva nell’oscurità. Ad un tratto vide verso nord (sempre che il mare fosse a est) delle luci piutto-sto vicine; era sicuramente un’avanguardia dei cacciatori, dieci o dodici persone con torce, bastoni, fucili e cani. Iniziava anche a sentire le loro voci aspre, i richiami gutturali rivolti ai cani, le imprecazioni per le sci-volate e le cadute.
L’unica via di fuga è a sud, pensò. Proviamo.
Corse verso sud per una manciata di minuti, puntando ogni tanto occasionalmente verso est. Si fermò un attimo ad ascoltare. I tamburi erano ovunque e in nessun luogo, insistenti, cardiaci e ipnotici. A parte questo sottofondo, dietro di lui non sentiva più alcun rumore, mentre alla sua destra i suoni erano ancora piuttosto ovattati e lontani. Doveva continuare così, forse…
Voci forti, vicinissime. Davanti a lui. Provengono da sud. David si rese conto di essere accerchiato da ogni lato, di essere in trappola.
È solo questione di tempo, poi il cerchio si stringerà intorno a me e comincerà la mattanza. Come un tonno in una tonnara. Non c’è alcuna via d’uscita. Allora è vera la regola della termodinamica: non si può vincere, non si può pareggiare, non si può uscire dal gioco.
Nel copione della storia c’è solo la sconfitta per quelli come me,
pensò David, con grande amarezza. Per quanto si provi, si speri, si lotti, le linee di universo degli africani sono un groviglio inestricabile di sofferenza e alla fine portano sempre alla distruzione e alla morte, mentre le strade per la libertà e la vittoria ci sono inguaribilmente precluse…
No.
Non è possibile.
Questo non è giusto.

Avrebbe dimostrato che non sarebbe stato sempre così; lui sarebbe stato l’eccezione quantistica e la prova vivente che ogni tanto è possibile vincere e sconfiggere le statistiche certezze della termodinamica. È possibile, se uno ci crede abbastanza.


Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...