Amandla! – Primo capitolo

Ecco a voi in versione integrale il primo capitolo di Amandla! di Marco Pagani:

Quali sono le radici che si afferrano, quali i rami che crescono
da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto
un cumulo di immagini infrante, dove batte il sole,
e l’albero morto non dà riparo,
l’arida pietra nessun suono d’acque.
T. S. Eliot, La sepoltura dei morti, in The waste land (1922)

Se la visione fosse stata in bianco e nero invece che a colori non sarebbe cambiato molto, poiché in pratica era circondato solamente da diverse tonalità di grigio: grigio ferro erano gli edifici, grigio freddo il cielo che incombeva basso, grigio sporco la strada e i grossi autocarri che passavano ogni tanto, esalando nuvole di fumo nero dai loro vecchi motori diesel [diesel… adiabatiche e isocore, motori a combustione interna?].
In effetti ogni tanto l’occhio si fermava su qualche particolare colorato, ma era sempre un colore smorto, slavato, appena accennato, come il rosso stentato e rugginoso di un container, il marrone seppia di un cancello, il giallo malato dello scarico di una vecchia ciminiera di mattoni, il verde misero e intossicato di qualche pianta che osava spuntare tra le crepe del marciapiede sbrecciato su cui camminava.

Su quel marciapiede David Stein camminava ormai da varie decine di minuti, in fretta, nervosamente: doveva ormai essere piuttosto in ritardo, anche se non avrebbe saputo dire di quanto, perché l’orologio gli si era fermato.
Era comunque in ritardo e la cosa più allarmante era che non riusciva a trovare il luogo dell’appuntamento: Stephenson 313 era chiaramente impresso nella sua mente e gli avevano assicurato che si trovava in quella squallida zona industriale, ma dopo aver girato a lungo non aveva trovato alcuna traccia di via Stephenson [Stephenson… macchina a vapore, locomotiva, isola del tesoro? e 313… macchina di Paperino oppure 3+1+3=7, il numero perfetto]. Un edificio di cemento alto, senza finestre, con un pesante cancello nero e graffiti stile naïve color ocra sulla parte bassa della facciata, gli avevano detto.
Tuttavia non aveva ancora incontrato nulla di simile; scrutava con una certa apprensione i grandi capannoni, i silos, le fonderie, i chilometri di impianti chimici pieni di tubi, serbatoi sferici, flange e cisterne, i lotti scoperti dove si ammucchiavano l’uno sull’altro centinaia di container fino a formare una muraglia, ma non riusciva a trovare nulla che corrispondesse a quella descrizione. Niente cancelli neri, niente edifici senza finestre, niente graffiti [graffiti… uomini preistorici, grotte… oppure Pollock, Basquiat? e perché poi naïve?].
David era sempre più preoccupato, perché sapeva che lo stavano aspettando e che dovevano dirgli qualcosa di importante, ma non trovava il bandolo in quel labirinto di strade e non c’era nessun passante a cui chiedere. Aveva cercato di attirare l’attenzione degli autisti delle betoniere e delle autocisterne di passaggio, ma tutti avevano i finestrini chiusi e non lo avevano sentito.
Come fare? Non c’era neanche una cabina telefonica per avvertirli! In ogni caso, si rese conto che anche se l’avesse trovata non aveva nessun numero a cui chiamare. A questo punto era forse meglio rinunciare e tornare un’altra volta, piuttosto che girare a vuoto [ma tornare dove?].
Era così assorto nei suoi pensieri che non vide subito il bambino; se ne accorse tutto a un tratto all’ultimo momento, quando si trovava a pochi passi da lui, come se gli si fosse materializzato davanti.
Doveva avere quattro, cinque o al massimo sei anni. Portava una maglietta a maniche corte a strisce orizzontali bianche e rosse con un colletto alla marinara, salopette di jeans azzurro stinto e un cappellino a visiera con sopra il logo della Columbia University [logo… logos, verbum? Columbia… Colombo, Colon, Cristobal, America?]. Le guance e il mento portavano i segni di qualche merenda precedente, mentre le braccia e le mani erano tutte sporche, come se avesse giocato con la sabbia o con la terra fino a pochi minuti prima.
Non piangeva, ma aveva un muso lungo così e due occhi neri, profondi, atterriti [gli occhi del ciclone? la quiete prima della tempesta?]. Era come il cielo prima del temporale, stava per scoppiare in una crisi di pianto pazzesca.
«Cosa ci fai qui bambino? Come ti chiami?» Cosa ci faceva un bambino, da solo, in quel posto assurdo? Come ci era arrivato? Si era perso? Ma perso come, visto che per miglia e miglia lì intorno non c’era una casa, un parco giochi, una scuola?
«Dove abiti? Chi sono i tuoi genitori?» David ripeté la domanda tre o quattro volte, ma il piccolo non rispondeva nulla. Ad un certo punto tirò su con il naso e indicò l’altra parte della strada.
«Vuoi andare dall’altra parte?» Ma dall’altra parte non c’era nulla, solo una lunga rete metallica dietro a cui si intravedevano tonnellate di tondini di ferro ammucchiati l’uno sull’altro.
Improvvisamente il bambino scattò, o comunque diede a David l’idea che volesse mettersi a correre per attraversare la strada. Raggiungerlo e fermarlo fu per David questione di un attimo.
«Fermo! Non puoi andare così! Ci sono i TIR!» [TIR… Trattamenti Iterativamente Ricorsivi? che cos’erano?].
Fu a quel punto che il bambino scoppiò. Urla e lacrime, strattonava la mano destra che David gli stava tenendo e lo tempestava di piccoli pugni con la sinistra.
«Lasciami! Lasciaaamiii! Nooon ti conoscooo! Vai viiiaaa!» La voce era acuta, ma forte. A parte i brevi intervalli in cui riprendeva fiato, non la smetteva più.
«Calmati, stai calmo, non ti faccio niente, ti voglio aiutare, stai buono, dai!»
David si sentiva ridicolo. Come si parla ai bambini? Con che parole, con che voce, con che tono? Ma lui poi aveva mai parlato con dei bambini? [bambini… Homo Sapiens in sviluppo? un mondo di sogni e bisogni? che fare?].
David cercava di calmarlo accarezzandogli la testa; nel frattempo il cappellino era volato via ed erano apparsi dei capelli a caschetto nerissimi. Il bambino gridava sempre più forte: «Non mi toccare! Non mi toccaaareee!»
David non li vide arrivare, non sentì l’automobile, le moto oppure l’hovercraft. Avvertì solo il colpo netto sulla spalla sinistra e nell’incavo del ginocchio destro. In un attimo era a terra contorto nel dolore.
«Non ti muovere, bastardo, o ti ammazzo! Ti ammazzo, hai capito?!» Voce nasale, un po’ tremolante con qualche armonica alta di troppo, pulsazioni rapide. Sentì una pressione tondeggiante sulla schiena (un ginocchio?) e un contatto freddo alla nuca (una pistola?).
«Metti le mani dietro la schiena, bastardo di un pedofilo! Stronzo, ci volevi provare, eh? Ma stavolta non la passi liscia, no… e non ti muovere! Porta le mani dietro la schiena!» Voce più profonda e baritonale [baritono… Figaro o il Conte di Almaviva… grande lunghezza d’onda delle note emesse… diffrazione del suono intorno alla testa?], decisa, quasi con un riverbero di divertimento.
Continuando a dolorare, David cercò di disincastrare il braccio sinistro da sotto il corpo, mentre sentiva che sassolini [o pezzi di vetro?], gli graffiavano la guancia nella stessa metà del corpo [metà sinistra… emisfero destro… lobi? percezioni?].
Il braccio sembrava bloccato sotto una montagna e non ne voleva sapere di muoversi. David in quel momento non poteva saperlo, ma un medico avrebbe detto che a causa del colpo di manganello l’articolazione della spalla era sublussata.
«Vuoi muovere questo cazzo d’un braccio, pezzo di merda?!» Il poliziotto infilò la mano sotto al suo corpo, individuò l’avambraccio e tirò con forza. Stack! Lussazione completa! Frustata di dolore accecante, fuoco nella spalla, nelle ossa [omero… scapola?] e nei muscoli [tricipite… bicipite… deltoide?]. Braccio girato indietro come una bambola rotta, voglia di mordere l’asfalto, fuoco d’artificio che riempie la notte, supernova esplosa, strati di gas a milioni di gradi kelvin che si espandono nello spazio raffreddandosi adiabaticamente, fissione plutonica.
«Cazzo, non puoi fare un po’ più piano? Al comando lo vogliono intero!» La voce nasale di prima, più acuta, pulsazioni ancora in accelerazione.
«E dai, non fare la mammola!» Di nuovo la voce baritonale, ma più incazzata (o più divertita?). «Hanno detto vivo, non intero, e questi bastardi figli di puttana non meritano altro!» Lo sputo lo colpì sulla guancia destra, appena sotto l’occhio. Una seconda supernova si accese quando lo sbirro lo colpì allo scroto con la punta dello stivale. David aprì la bocca per urlare e sentì il sapore della polvere sull’asfalto [ferro… zolfo… bauxite?].
«Spero proprio che friggerai presto!» Ancora la voce a bassa frequenza [friggere… morire sulla sedia elettrica? ma la pena di morte non era stata abolita?]. «Dai, chiama il servizio sociale per il bambino.» La voce ormai era decisamente da basso [Don Giovanni… oppure Sarastro?]. «Loro devono occuparsi di questo coso.» Chissà poi dov’era finito il bambino; perché non piangeva e non strillava più?
«L’ho già chiamato…» voce acuta, quasi in falsetto [cantori evirati?], «ma adesso sbrighiamoci ad andare via di qui.»
«Se mi dai una mano a chiudere queste manette, perché il braccio di questo stronzo non ne vuole sapere…» Stack! Clack! Manette chiuse, altra espulsione di materiale stellare dalla supernova, getti di plasma nel campo magnetico, tubi di flusso, sollevamento da terra ahahah, non toccare la spalla, nooo!, traslazione, rotazione [teorema di Chasles: ogni spostamento rigido si può scomporre in infiniti modi nel prodotto di una tra-slazione e una rotazione… ma questo non è rigido, mi stanno facendo a pezzi!]. Traslazione, atterraggio ahahah! Smalto polveroso, scocca di alluminio, portellone che si chiude, accensione, vibrazione [risonanza della scocca], accelerazione… e poi il buio… caddi come corpo morto cade.

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